di
Chiara Maffioletti
L’attrice protagonista con Luca Marinelli e Alicia Vikander di «The Echo Chamber» di Andrea Pallaoro nelle sale dal 10 settembre: parla di un amore che diventa dipendenza
VENEZIA Un uomo e una donna abitano lo stesso appartamento e non si incrociano mai, quasi non sanno dell’esistenza l’uno dell’altro. Era questa l’idea su cui Bernardo Bertolucci stava lavorando con Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi nell’ultimo periodo della sua vita. Otto anni dopo, quel testo, rielaborato dalle due sceneggiatrici e filtrato dalla visione di un altro regista, Andrea Pallaoro, è diventato The Echo Chamber, un omaggio al grande regista in gara alla Mostra e al cinema dal 10 settembre. I protagonisti sono Luca Marinelli, Alicia Vikander, Susan Sarandon e l’appartamento londinese — concepito come un personaggio che spia, imprigiona, ripara — in cui si sviluppa questa storia dai confini non nitidi, che parla di amore ma anche di possesso, di cura e di dipendenza.
Quel luogo è la stanza dell’eco in cui i pensieri si amplificano, le emozioni si contorcono così come le vite di chi lo abita: Marinelli, produttore musicale alle prese con una non semplice gestione del dolore fisico. E Vikander, l’infermiera che lo cura, ma quella capacità di offrire sollievo diventerà prima attrazione e poi dipendenza («non ho mai sperimentato un amore così, per fortuna», ha chiarito lei). «Per costruire il film ho dovuto tracciare una rotta avendo pochi punti cardinali», spiega Marinelli, che nel commentare il cast, ha confessato di essersi sentito «quello sbagliato. Nel recitare con Susan e Alicia spesso mi sono perso nell’osservarle: bellissimo».
Nel film si dice che il dolore è utile per un artista. Marinelli precisa: «Sprofondare nel dolore non aiuta nessuno, ma divertirsi a trasformarlo in altro può servire. L’artista non è solo maledetto». Nonostante il suo musicista lo sia, così come la cantante dal passato complesso impersonata da Sarandon. «Ognuno può sfruttare il dolore — ha detto lei —. Ogni difficoltà ti porta ad essere la persona che affronterà la prossima in modo diverso. Quando mi chiedono se ho dei rimpianti rispondo di no, ma avrei voluto commettere più velocemente i miei errori». Possibilmente «grandi. Siccome tutti li dobbiamo fare almeno che siano tali. È l’augurio che ho fatto anche a mio figlio dopo la laurea: vai e sbaglia clamorosamente». È in grande forma, applauditissima dalla gente. Forse anche per quello sguardo dolce, lei che compirà a ottobre ottant’anni sembra più giovane di molte ragazzine.
Serena e cordiale, è anche tornata sul boicottaggio di Hollywood per le sue posizioni pro Pal: «La narrativa ora è cambiata; è stata una rivelazione per molti scoprire quanto denaro gli Usa diano ad Israele». Detto questo: «Il genocidio in Palestina non finirà perché se ne parla a Venezia, o ai festival, ma tutti i film hanno una funzione politica, perché sfidano, mettono in dubbio lo status quo». E quindi pazienza se «ci sono ancora film che non mi vengono proposti o studios che non mi vogliono. A livello internazionale mi sento ben accolta: qui ho trovato la mia famiglia». E ora conta questo film. Sarandon però, al contrario del suo personaggio, non avrebbe mai potuto fare la cantante: «Non sono a mio agio quando canto. Mio padre era in una band e mi ripeteva che non sapevo cantare: questa cosa mi è rimasta in testa. Ho fatto il The Rocky Horror Picture Show proprio per mettermi alla prova. Ero terrorizzata, ho detto: drogatemi, fatemi bere ma devo cantare».
6 settembre 2026
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