di Valentina Baldisserri e Chiara Maffioletti

Lunedì 7 settembre verrà trasmessa la puntata numero cento di “Little big Italy”, la sfida tv tra ristoratori italiani che lavorano all’estero, in onda dal 2018 sul Nove

La passione per la ristorazione ce l’ha nel Dna. È cresciuto in una famiglia che gestisce da generazioni un ristorante che a Roma è un po’ un’istituzione (L’antica Pesa, a Trastevere). Ma anche la scelta di fare tv per Francesco Panella, conduttore di Little big Italy in onda dal 2018 sul Nove con un crescendo di ascolti degno di nota, non nasce per caso. «I miei nonni materni (Pietro De Vico e Anna Campori ndr) facevano teatro, recitarono anche con Totò. Quindi sono cresciuto in un ambiente fertile. Ma in realtà il mio percorso in tv viene da una storia di sofferenza familiare, dal desiderio di vedere riunita la mia famiglia. I miei genitori si sono separati molto presto e per anni non si sono più parlati. Vedevo le due famiglie, quella paterna e quella materna, slegate, divise. E questa cosa mi faceva soffrire. Il mio sogno quindi sin da molto piccolo è stato quello di vedere rimettere insieme i cocci. Mi sono messo in testa di parlare di cibo ma di farlo attraverso lo spettacolo. La tv è servita a riunire le mie famiglie che hanno ricominciato a dialogare dopo anni di muri e di silenzio».

Il lunedì 7 settembre verrà trasmessa la puntata numero cento di Little big Italy, la sfida tv tra ristoratori italiani all’estero. Il format prodotto da Banijay Italia per Discovery ha macinato 650 mila chilometri, attraversato 4 continenti, messo alla prova 300 ristoratori e raccontato le loro storie di imprenditori italiani espatriati attraverso i loro piatti.
«Se lo avessi solamente immaginato 10 anni fa, ma chi ci avrebbe creduto di arrivare a 100? Penso che il programma funzioni perché c’è la gara tra ristoratori ovvio, ma la differenza la fa quello che io chiamo l’italian proud, l’orgoglio italiano che senti all’estero. È qualcosa di clamoroso che dovrebbe farci riflettere. C’è un desiderio incredibile da parte degli expat di raccontare la loro italianità. E a chi guarda da casa in fondo piace vedere quanto amore c’è fuori dall’Italia. Perché l’italiano critica il proprio Paese, protesta per le cose che non vanno, però alla fine guai a chi glielo tocca».



















































Accade di vedere ristoratori che si arrabbiano, scenate, lacrime… È tutto vero?
«Certo, non c’è finzione. Le storie non le puoi modificare e i nostri protagonisti sono spontanei. Dovremmo avere attori da Oscar per ottenere racconti così. Tra i ristoratori c’è grande competizione, tutti vogliono vincere».

Il piatto peggiore che le è capitato di mangiare.
«Una carbonara davvero immangiabile. Dentro c’era di tutto, dai wurstel al salmone. Persino il gorgonzola, sì il gorgonzola nella carbonara».

La panna che abbonda nella cucina italiana all’estero è una leggenda metropolitana?
«Purtroppo no. Posso dire che in queste 100 puntate ho “nuotato” in mari di panna».

L’ultima edizione di Little Big Italy ha raggiunto picchi del 4 % di share. Perché le sfide tra ristoranti funzionano così tanto?
«Perché tutti cuciniamo, quindi è un gesto che noi facciamo quotidianamente e ognuno si incarna in un piatto che è anche una storia, una memoria di qualcosa che ha vissuto. Quindi funziona».

Ha ricevuto a Palazzo Chigi il riconoscimento di Maestro dell’arte della cucina italiana.
«Da brividi, ho ancora una grande emozione addosso. Ho una grande autostima perché ho faticato così tanto, lavoro da sempre 16 ore al giorno. Oggi sono orgoglioso che tutto ciò venga riconosciuto».

Che momento vive la ristorazione italiana?
«Il nostro mondo vive tantissime difficoltà, in primis per quanto riguarda il personale, dai cuochi ai camerieri. Tutti hanno capito che il cliente va messo al centro, come l’attenzione alla qualità del prodotto. L’ego degli chef , anche quelli stellati, si sta abbassando. Però la sostenibilità finanziaria è un tema. Il personale costa molto e non si trova. Ma io sono ottimista e credo nel risorgimento: più racconto di prodotti semplici, più ascolto, tanto welfare».

6 settembre 2026