Gravel sempre più off-road, ruote da 32”, Avinox, componenti che sembrano opere d’arte e tanti giovani tra gli stand. Dal Bike Festival di Misano torniamo con una certezza: la passione per la bici è più viva che mai. Ma il mercato sta cambiando ancora, e alcune domande meritano di essere approfondite.

Una cosa, tornando da Misano, mi sembra evidente: agli appassionati piace ancora toccare con mano le biciclette.

Può sembrare una banalità nell’epoca degli acquisti online, delle presentazioni digitali e dei social, ma non lo è affatto.

Girando tra gli stand si incontravano molti ragazzi giovani, spesso con le loro MTB – quasi sempre enduro muscolari – pronti per un’uscita oppure in fila per provare qualche mezzo.

Accanto a loro appassionati di ogni età, con gli occhi accesi come bambini a Natale davanti ai regali sotto l’albero.

E poi squadre, gruppi, amici, persone che stanno preparando un viaggio o un’avventura e cercano un contatto, un consiglio, magari un supporto.

Insomma, se qualche anno fa sembrava che il modello delle fiere fosse entrato definitivamente in crisi, almeno a Misano questa crisi non si vede.

Tutto rose e fiori?

No.

Ma forse è proprio questo il bello.

Perché Misano non racconta soltanto un settore vivo. Racconta anche un settore che sta ancora cercando di capire dove andare.

Un mondo off-road che sta cercando un nuovo equilibrio

Parlando con aziende, addetti ai lavori e appassionati si percepiscono entusiasmo e voglia di fare, ma anche qualche incertezza.

Soprattutto nel mondo off-road.

Una volta era tutto relativamente semplice. C’erano le bici, c’erano categorie abbastanza definite e il mercato si muoveva in maniera più uniforme.

Oggi è cambiato tutto.

Le categorie si sovrappongono, nascono nuovi standard, cambiano le interpretazioni dei mezzi e, soprattutto, cambia il modo in cui le persone vogliono vivere la bicicletta.

Da Misano, però, alcuni temi emergono con grande chiarezza.

E saranno probabilmente quelli che ci accompagneranno nei prossimi mesi.

Gravel: stiamo reinventando la vecchia XC?
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Il primo è inevitabilmente il gravel.

È uno dei trend più evidenti del momento, ma osservando molti dei mezzi presenti in fiera mi è venuto spontaneo pensare a una cosa: alcune gravel moderne assomigliano sempre di più alle MTB degli anni ’90.

Le gomme ormai viaggiano spesso attorno ai due pollici, misure che fino a qualche anno fa avremmo tranquillamente associato a una XC race.

Una scelta comprensibile: più volume significa maggiore capacità di affrontare sterrati veri e sentieri un po’ più accidentati.

Poi arrivano geometrie sempre più orientate all’off-road e, in alcuni casi, persino forcelle ammortizzate con qualche centimetro di escursione.

Alla fine cosa abbiamo?

Quasi una vecchia XC con il manubrio curvo.

E qui viene il dubbio che, qualche volta, sia la comunicazione a correre più velocemente della sostanza tecnica.

Ma fermarsi a questa battuta sarebbe un errore.

Perché il gravel ha intercettato qualcosa di molto importante: un modo diverso di interpretare la bicicletta.

Chi sceglie questi mezzi spesso non cerca il salto, il rock garden, il segmento da limare o la prestazione assoluta.

Cerca un viaggio, un percorso, una strada nuova.

Cerca soprattutto un modo per pedalare lontano dal traffico.

Ed è probabilmente questo il punto.

Il gravel sta finalmente trovando una propria identità. Non necessariamente come categoria tecnica rigidamente definita, ma come modo di vivere la bici.

I mezzi si stanno adattando di conseguenza.

Almeno per ora.

Perché guardandoli viene spontanea un’altra domanda: il prossimo passo potrebbe essere il ritorno della XC front come mezzo per viaggiare e allargare i propri orizzonti?

Ci torneremo.

Ruote da 32”: funzionano. Ma ne avevamo bisogno?

Altro tema impossibile da ignorare: le 32 pollici.

A Misano si sono viste diverse biciclette montate con questo formato. Ruote già presenti, altre ancora sotto embargo o allo stadio di prototipo, mentre l’industria si sta chiaramente attrezzando.

E nella prossima stagione saranno diversi i team che adotteranno questa soluzione.

La domanda più immediata è: le bici andranno più forte?

Probabilmente sì.

La seconda domanda, però, secondo me è più interessante: farà bene al mercato?

Qui la mia risposta è molto meno entusiasta.

Perché un nuovo formato significa riprogettare ruote, telai, forcelle e componentistica. Significa nuovi standard, nuovi ricambi e nuovi investimenti.

E tutto questo avviene in un settore che deve ancora convivere con 27,5” e 29”.

Aggiungere un ulteriore formato significa aumentare i costi mentre, sostanzialmente, la torta da dividere resta la stessa.

Forse, da questo punto di vista, dovremmo imparare qualcosa dal mondo strada.

Lì il formato delle ruote è sostanzialmente lo stesso dai tempi di Binda. Sono arrivati i dischi, i telai si sono evoluti enormemente, aerodinamica e materiali hanno fatto passi giganteschi, ma alcuni standard fondamentali sono rimasti relativamente stabili.

E mentre la MTB, nelle sue diverse forme, fatica, la strada continua a tenere.

Quindi le 32” funzionano?

Sicuramente sì.

Faranno bene al settore off-road in questo preciso momento storico?

È una domanda diversa.

E merita un approfondimento tutto suo.

Quando un componente diventa quasi un’opera d’arte

la Pinza Raicam, una piccola opera d’arte
Il dettalgio del crchio Damil

C’è poi un altro aspetto che a Misano mi ha colpito e che, in mezzo a tanti discorsi su mercato, numeri, nuovi standard e vendite, rischiamo qualche volta di dimenticare: la passione con cui vengono ancora costruiti certi componenti.

Ci sono aziende che realizzano oggetti che viene quasi spontaneo definire piccole opere d’arte meccanica.

Penso ai mozzi Damil, ai raggi Ursus, alla lavorazione delle pinze Raicam.

Prodotti molto diversi tra loro, ma accomunati da qualcosa che va oltre il semplice dato sulla bilancia o il numero riportato nella scheda tecnica.

La cosa più affascinante è fermarsi ad ascoltare chi li ha progettati.

Ti raccontano una lavorazione, il motivo di una determinata forma, la scelta di un materiale, una soluzione adottata per risolvere un problema che magari, fino a cinque minuti prima, non sapevi nemmeno esistesse.

Ed è lì che ti rendi conto di quanta tecnica si nasconda dentro una bicicletta.

Vista da fuori dovrebbe essere una cosa semplicissima: un telaio, due ruote e due pedali.

Invece no.

Dietro un mozzo, un raggio o una pinza freno possono esserci mesi di progettazione, lavorazioni sofisticate, prove, errori, ricerca sui materiali e persone che continuano a chiedersi come togliere qualche grammo, aumentare la rigidità, migliorare l’affidabilità o semplicemente costruire qualcosa meglio di come è stato fatto fino a quel momento.

E nel mondo MTB questa ricerca diventa, se possibile, ancora più evidente.

Perché quei componenti devono essere leggeri ma contemporaneamente sopportare sollecitazioni, urti, fango, acqua e utilizzi che sembrano quasi incompatibili con la ricerca esasperata della prestazione.

È un lato del nostro settore che mi affascina particolarmente.

Perché dimostra che il mondo bike ha ancora una voglia e una passione che spesso vanno oltre il semplice numero.

Non tutto può essere raccontato con watt, grammi, millimetri o percentuali.

A volte basta prendere in mano un componente, guardare come è stato realizzato e parlare con chi lo ha progettato per capire che dietro c’è qualcosa di più.

Abbigliamento: quando l’Italia continua a fare scuola



Lo stesso vale per un altro settore nel quale continuiamo ad avere davvero poco da imparare: abbigliamento e calzature tecniche.

Ho partecipato a diverse presentazioni e una cosa mi è sembrata evidente: come sappiamo fare noi scarpe e abbigliamento da ciclismo, lo sanno fare in pochi.

Santini presenta nuove linee sviluppate in partnership con Polartec. Northwave continua a lavorare su suole e sistemi di chiusura. E lo stesso fanno diversi altri marchi.

Anche qui sarebbe sbagliato ridurre tutto all’estetica.

La tecnologia entra sempre di più nell’abbigliamento e riesce concretamente a migliorare la vita del rider: termoregolazione, gestione dell’umidità, vestibilità, protezione e comfort.

Lo stesso discorso vale per gli occhiali.

La francese Julbo, ad esempio, ha presentato una nuova linea che, grazie alle proprie tecnologie produttive, riesce a offrire una qualità dell’immagine che pochi possono vantare.

Sono prodotti apparentemente semplici che, quando vengono raccontati da chi li sviluppa, rivelano un livello di ricerca sorprendente.

Ed è forse uno dei lati più belli di una fiera come Misano: non vedere soltanto il prodotto finito, ma poter incontrare le persone che stanno dietro a quel prodotto e capire perché hanno deciso di farlo proprio in quel modo.

E-bike: dopo la tempesta arriva Avinox
Dimmi che motore hai e ti dirò chi sei…

Sul fronte elettrico, quello che negli ultimi anni è stato probabilmente il mondo di maggiore fermento – e che si è portato dietro anche una bella fetta della crisi post-Covid – oggi la situazione sembra più stabile.

Non ci sono rivoluzioni paragonabili a quelle viste qualche stagione fa.

Le e-bike hanno trovato una loro dimensione e anche il pubblico è diventato più maturo.

Resta però da pagare parte dello scotto degli eccessi di magazzino e delle difficoltà degli ultimi anni.

Per questo oggi si viaggia con maggiore attenzione.

In questo scenario c’è però un nome che ricorre continuamente: Avinox.

Non vi nascondo che, pur non essendo un grande utilizzatore di e-bike, girando tra gli stand una delle prime cose che guardavo per capire come un marchio avrebbe potuto affrontare la prossima stagione era proprio il motore.

Con Avinox, oggi, te la giochi.

Senza, secondo me, rischi di dover rincorrere.

Ma anche qui la questione è più complessa.

E se stessimo preparando una nuova bolla?

Parlando con alcuni importatori di vecchia data si avverte nell’aria qualcosa che ricorda una situazione già vista.

Un leggero profumo di bolla.

Come se gli errori commessi nel post-Covid non fossero serviti del tutto.

Molti preordini, grande interesse, aspettative importanti.

Ma il mercato, alla fine, è composto sostanzialmente dagli stessi biker.

Il fatto che tantissime persone vogliano una e-bike con Avinox non significa automaticamente che aumenterà il numero complessivo delle biciclette vendute.

Potrebbe semplicemente significare che una parte importante delle vendite si polarizzerà verso i prodotti equipaggiati con quel sistema.

E la differenza è enorme.

Anche questo è un tema sul quale torneremo con maggiore calma.

I giovani ci sono. La domanda è cosa stiamo offrendo loro
I giovani sono la linfa, l’inìgnoranza buona e la sfrontatezza di questo ambiente, possiamo farne a meno?

Poi c’è forse il tema che mi ha fatto riflettere maggiormente.

I giovani.

Come dicevo all’inizio, a Misano c’erano.

Ragazzini motivati, gasati, che correvano da uno stand all’altro, guardavano componenti, provavano bici, parlavano di setup.

E questo, personalmente, mi fa enormemente piacere.

Poi però, parlando con un responsabile marketing, ho fatto una domanda molto semplice:

«Qual è il vostro target di riferimento?»

Risposta:

«Dai 40 anni in su.»

E i giovani?

Il problema è altrettanto semplice: molte di queste biciclette non possono permettersele.

E così rischiamo di lasciarli fuori.

Stiamo costruendo un mercato sempre più esclusivo, nel quale tutti cercano il cosiddetto alto-spendente.

Commercialmente è comprensibile.

Ma la bicicletta, in tutte le sue forme, è anche passione, fatica, curiosità e appartenenza.

Il manager che può permettersi una bici da 8.000 euro – e-bike o strada che sia – è sicuramente un cliente importante.

Ma il ragazzino è quello che cerca la maglia stilosa, la calza abbinata all’attacco manubrio, il casco con la stessa cromia dei bulloni dell’impianto frenante.

È quello che macina chilometri, salti, sentieri e componenti.

Ed è quello che porta linfa, cultura ed entusiasmo all’intero sistema.

L’alto-spendente funziona benissimo nelle presentazioni patinate.

Ma il futuro di un movimento ha bisogno anche di chi oggi passa il pomeriggio a guardare una pinza freno che non può ancora permettersi.

Forse dovremmo ricordarcelo.

E anche questo merita uno spazio dedicato.

Da Misano si torna soprattutto con delle domande

Alla fine torno da Misano avendo incontrato amici.

Come “il Ciocca”, che abita a cinque minuti da casa mia ma che, paradossalmente, negli ultimi due anni ho visto praticamente solo a Misano, fuori dallo stand 3T. E che continua a essere promotore di progetti speciali e sociali ai quali bisognerebbe dare molto più spazio.

E poi tanti altri ragazzi, aziende e soprattutto appassionati.

Si torna a casa con contatti, progetti per la stagione invernale, idee, spunti e parecchio materiale da provare che troverete nei prossimi mesi qui su 365 MTB.

Ma si torna anche con una consapevolezza.

Il cambiamento in atto nel mondo della bici non ha ancora trovato una sua stabilità.

E forse la cosa più curiosa è che la ruota – letteralmente e metaforicamente – continua a girare.

Partiamo da A, passiamo per B e C e, qualche anno dopo, torniamo nuovamente ad A.

Il gravel ne è forse l’esempio migliore.

Nasce come una sorta di bici da strada “soft”, pensata per lo stradista che vuole affrontare un po’ di ghiaino. Poi arrivano gomme più larghe, geometrie più capaci, percorsi più tecnici e persino le sospensioni.

E lentamente comincia ad assomigliare sempre di più a una XC.

Il prossimo passo sarà davvero il ritorno della XC front come mezzo per viaggiare e allargare i propri orizzonti?

Chissà.

Da Misano, per ora, non torniamo con una sentenza.

Torniamo con delle domande.

Ed è da queste domande che partiremo nei prossimi approfondimenti di 365 MTB.

Nel frattempo una cosa possiamo farla: pedalare e divertirci.

Perché alla fine non è il mezzo a fare l’esperienza. È il modo in cui decidiamo di viverla.