«In un villaggio tropicale/ una ragazza che rischia la vita/ per poter fare una cosa normale…». Sono le strofe di «E non hai visto ancora niente», brano del 2015 che Jovanotti non esegue nella tappa napoletana. Ma quando le cita Giulia, diciassettenne partenopea, sembrano scritte apposta per diversi spettatori dell’ippodromo di Agnano, trasformato in un villaggio che non è solo una distesa di prato ed entusiasmo, ma un luogo in cui ballare, abbracciarsi, respirare libertà diventa possibile. Ma anche un villaggio che pensa, denuncia, parla ad alta voce dei temi dei nostri giorni, forse ispirato dal groove di Avitabile, dai richiami alla «Palestina libera» dei Patagarri. Ancora, un villaggio di cui, come al solito, possono far parte tutti: i giovani, soprattutto, e soprattutto le ragazze, possibilmente in costume, tanto per ricordare i bei tempi dei beach party, insieme ad altre generazioni, compresi i boomer che accompagnano figli e nipoti alla festa di Lorenzo. E, infine, un villaggio che accoglie i disabili che assistono da un palco ventilato e che include gli addetti alla pulizia che trascinano dietro la schiena sacche di raccolta istantanea decorati da scritte buffe come «dopo ti spiego», per ricordare che la salute del pianeta è un’emergenza e una responsabilità di chiunque.
APPROFONDIMENTI
Insomma, un ecosistema umano sorprendente che prova a dimenticare i confini. Chiara, 22 anni, è arrivata da Locri con un treno regionale e un viaggio che sembrava non finire mai. «Per me essere qui è quella cosa normale che per anni è sembrata impossibile», racconta raccogliendo i capelli ricci. «Vengo da una terra bellissima ma ferita, dove per fare musica o semplicemente stare insieme la sera devi lottare contro il nulla. Stasera questo palco mi fa sentire al centro del mondo». Vincenzo, 29 anni, ingegnere di Taranto, guarda ispirato la conca di Agnano. «Il Sud è spesso associato all’attesa o alla rassegnazione. Ma il villaggio di Jova rovescia tutto. C’è un’energia pulita che mi ricorda la mia città quando si rimbocca le maniche. Ballare qui non è evasione, è una ricarica di futuro». Esagerato? Ma se non sei esagerato a un concerto lungo una giornata…
La spinta generazionale è uno dei motori dell’evento. Martina, 25 anni, originaria di Sapri ma studentessa a Napoli, ha gli occhi lucidi: «Lorenzo crea un perimetro protetto, un luogo dove l’unica legge è il rispetto universale. Penso a quante volte, come donne, dobbiamo difendere lo spazio di una camminata da sole la sera o il diritto di scegliere chi essere. È la normalità che vorremmo fuori da qui». Accanto a lei c’è Ahmed, 24 anni, nato a Palermo da genitori tunisini. Rappresenta un Mezzogiorno senza muri: «Il Mediterraneo stasera è un tappeto musicale. Sentire i ritmi folk mescolarsi al pop mi fa sentire a casa. Io mi sento la normalità di un’Italia che cambia, anche se qualcuno fa finta di non vederlo». Nel pit – l’area più costosa sotto il palco – Gabriele, 20 anni appena compiuti, salta da ore senza sosta. Arriva da Caserta ed è al suo primo grande concerto: «Stasera ho scoperto il sudore, il contatto fisico, la polvere. Questa tribù ti strappa dall’isolamento degli smartphone e ti sbatte in mezzo alla vita vera». Non ci sono solo «guaglioni», si diceva. Federica, 41 anni, da Campobasso, condivide la sua «transizione» professionale: «Ho aperto una startup in Molise, una follia per molti. Tutti mi dicevano di scappare. Stasera sono qui a festeggiare la mia resistenza, siamo la generazione che rischia per fare cose che dovrebbero essere comuni, come lavorare a casa propria». Infine c’è lo sguardo di chi ha visto il mondo cambiare. Luigi, cinquantaseienne di Napoli, osserva i ragazzi con un sorriso protettivo: è l’anello di congiunzione del villaggio. «Ho visto i primi concerti di Cherubini negli anni ‘90. Vedere questi ragazzi oggi, con le stesse speranze e la stessa fame di vita, mi commuove. Il Sud ha un bisogno disperato di questi spazi di aggregazione pura, dove la musica azzera le distanze sociali ed economiche».