di
Marco Imarisio

Putin ha un bisogno estremo di mantenere un difficile equilibrio con gli Usa, e lo fa vellicando la vanità di Trump attraverso i suoi inviati

Quando i principali telegiornali di Stato parlano entrambi di «foro nella ciambella», che poi è il corrispettivo russo del nostro buco nell’acqua, c’è poco d’altro da aggiungere. Non è soltanto l’abituale tono di scherno dedicato ai presunti amici americani Witkoff & Kushner. Quel Dyrka ot bublika è anche un giudizio sul fallimento della loro missione. Erano loro ad avere bisogno di noi, e non viceversa, è il messaggio per nulla subliminale che la propaganda del Cremlino ha affidato ai suoi megafoni di fiducia.

«Troppo tardi»

«Quei due hanno avuto una conversazione molto piacevole e amichevole con Putin, intrisa di reciproca simpatia. Ma non esiste alcuna possibilità reale che questo si trasformi in mosse rapide e significative nella risoluzione negoziale del conflitto ucraino». L’editoriale di ieri di Mikail Rostovskij, buon interprete delle mosse del presidente russo e opinionista di peso, coniuga realismo e orgoglio patriottico per una sorta di rovesciamento dei ruoli. «L’improvvisa ondata di interesse di Trump per un confronto militare che a lungo ha dimenticato, è comprensibile. Il presidente degli Stati Uniti ha elezioni congressuali di medio termine estremamente importanti sul naso. Nelle migliori tradizioni politiche sovietiche (e, a quanto pare, antisovietiche), si suppone che debba conseguire alcuni risultati alla “data rossa del calendario”. E Trump non può ottenerli dove originariamente intendeva dimostrarli, in Iran. Così è venuto da noi. Non a ordinare, ma a chiedere».



















































La risposta di Putin è stata netta. Il tempo per gli Usa è scaduto, le false promesse di Anchorage pesano come un macigno, e lo faranno ancora a lungo per chiunque voglia tentare un negoziato con la Russia. «Troppo tardi», scrive il canale Telegram russo «Nezygar», che citando una fonte diplomatica ha descritto la posizione del Cremlino. «L’Ucraina e l’Occidente dovranno di fatto richiedere loro stessi di sedersi a un tavolo con noi, sullo sfondo della catastrofe che Kiev affronterà all’inizio del 2027. Dati gli attacchi ucraini sulle infrastrutture, la Russia non ritiene più necessario fare alcuna concessione ora. Mentre Witkoff e Kushner si occupavano di questioni mediorientali, la situazione sul fronte ucraino è cambiata completamente: sono tornati troppo tardi».

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Pacchetto completo

È una versione plausibile. Infatti, Putin ha anche rilanciato, riproponendo il pacchetto completo delle sue pretese per un cessate il fuoco, comprensivo di garanzie di sicurezza sull’allargamento della Nato e denazificazione dei vertici ucraini. Quando hai di fronte un interlocutore debole e bisognoso, alza il prezzo, scriveva nelle sue memorie Andrey Gromyko, il ministro degli Esteri più longevo della storia russa. Anche una fonte europea con residenza a Mosca concorda sul fatto che il processo di guerra e non di pace sia ormai irreversibile. «Putin ha messo in chiaro che quel che gli serve è la cornice, ovvero gli accordi su Nato e governance ucraina. Al quadro, ovvero alla conquista dei territori del Donbass, ci pensa lui». Poco importa se la realtà del campo non corrisponde in pieno alla straordinaria avanzata dell’Armata russa così come lui l’ha descritta ai due emissari della Casa Bianca. Il presidente russo è convinto di avere il tempo e l’inverno dalla sua parte, al contrario dell’Europa.

Equilibrismi

Ma allora, qual è il significato di tutte queste smancerie, il ricevimento nel Salone Rosso del Cremlino, quello dove si concludono i trattati internazionali più importanti, una di quelle stanze che lo Stato russo apre quando vuole dimostrare che il dialogo si svolge ai massimi livelli? Non è solo una questione di protocollo ma di gesti simbolici. Putin ha un bisogno estremo di mantenere un difficile equilibrio con gli Usa, e lo fa vellicando la vanità di Trump attraverso i suoi inviati. Così può continuare a fornire un sostegno non di facciata all’Iran, come ha ribadito al Forum di Vladivostok. Teheran non è uno dei tanti alleati ai quali si può voltare le spalle senza pagare dazio, come avvenuto spesso in questi ultimi anni. Perché dietro agli ayatollah c’è anche l’ombra lunga della Cina, che sulla Russia esercita ormai una influenza politica ed economica sempre più forte, sempre più evidente. E allora, niente Ucraina, sul Medio Oriente vedremo, vaghe promesse. Da una parte di un ex agente del Kgb, presidente del più grande Paese del mondo da venticinque anni. Dall’altra, un immobiliarista e il marito della figlia di Trump. Cosa potrà mai andare storto, per gli Usa e non solo per loro.

7 settembre 2026 ( modifica il 7 settembre 2026 | 08:47)