di
Aldo Cazzullo
La Nazionale femminile di volley, mosaico di storie e radici diverse guidata dall’argentino Velasco, schiera in campo italiane figlie di genitori ivoriani, russi, tedeschi, nigeriani, rivendicando tutte le sue identità
C’erano una volta un’ivoriana, una russa, una tedesca, una sarda; e tutte erano italiane. In panchina, un favoloso argentino. E c’era una ragazza nata a Cittadella da un camionista e un’infermiera nigeriani, che chiamarono sua sorella Angela, suo fratello Andrea, e lei Paola.
Certo, in un mondo ideale non ci sarebbe bisogno di ricordare che la nostra splendida Nazionale di volley femminile è figlia e modello di integrazione. Ma siccome si deve raccontare il mondo com’è, non come vorremmo che fosse, di questi tempi è invece importantissimo notare come l’Italia della pallavolo sia un mosaico di storie, di radici, di identità che hanno creato una delle più grandi squadre di sempre.
Se nella finale di ieri le azzurre avessero battuto le turche nel catino infernale di Istanbul, sarebbe stata davvero un’impresa storica. Una vittoria agli Europei avrebbe segnato una tripletta straordinaria, dopo l’oro olimpico di Parigi 2024 e la vittoria mondiale del 2025, proprio contro la Turchia. Non è andata così, l’Italia ha perso al quinto set dopo aver dominato i primi tre, e gettato via il secondo. Oltre al condizionamento del pubblico, è mancato qualcosa. Velasco saprà porre rimedio. Rimane una grande storia sportiva. E non solo perché Paola Egonu è stata il principale bersaglio dell’invettiva xenofoba grazie a cui l’uomo nuovo della politica italiana (così siamo messi) ha ottenuto la sua notorietà.
In realtà, Paola è nata in Italia, è profondamente italiana ed è oggi la numero 2 del volley mondiale; essendo la numero 1 la turca Melissa Vargas, che viene da Cuba e a cui Erdogan — che non è meno sovranista dei nostri — si è affrettato a dare la cittadinanza, consegnandole di persona il passaporto.
Anche l’erede naturale di Egonu, Merit Adigwe, è nata in Italia, a Crema, da genitori nigeriani. Sarah Fahr è figlia di uno skipper tedesco e parla con l’accento toscano dell’isola d’Elba dove è cresciuta. Ekaterina Antropova è nata in Islanda da genitori russi. La vera leader della squadra, Myriam Sylla, è nata a Palermo da genitori ivoriani e cresciuta a Valgreghentino in provincia di Lecco. La capitana però è Anna Danesi, bresciana, un metro e 96, fortissima, dolcissima: ha portato la fiaccola a San Siro all’inaugurazione dell’Olimpiade di Milano-Cortina, l’ex direttore di Raisport sciaguratamente improvvisatosi telecronista derubricò lei e Simone Giannelli, capitani delle Nazionali di volley campioni del mondo, alla voce «altri tedofori». Alessia Orro è stata premiata pure a Istanbul, per l’ennesima volta, come migliore palleggiatrice del torneo; purtroppo non ha potuto sventolare la bandiera dei quattro mori, con cui aveva festeggiato l’oro olimpico rivendicando l’identità sarda accanto a quella italiana.
Il più italiano di tutti è forse il tecnico argentino di padre peruviano, Julio Velasco. Personaggio leggendario, salvatosi dai torturatori che spensero la vita di suo fratello, arrivato in Italia nel 1983, demiurgo della grande squadra maschile che vinse per la prima volta il Mondiale e della grandissima squadra femminile che ha dato all’Italia il primo oro olimpico.
Abituato a esercitare il potere sulle anime, il ct ha trasmesso calma fino all’ultima palla della finale, e ha saputo trovare le parole giuste per inserire l’argento di ieri in un percorso che ha come meta Los Angeles 2028. Perché la pallavolo è ormai una sorta di sport nazionale ombra. Il più praticato e il più seguito dalle donne. Una vera e propria scuola: sono italiani l’allenatore della Turchia campione d’Europa e della Polonia semifinalista.
Un lavoro di decenni, coordinato da bravi presidenti federali, ieri Carlo Magri oggi Giuseppe Manfredi. Uno sport educato, di lotta ma soprattutto di testa, che ha bisogno di gigantesse e di ragazze agili come Eleonora Fersino, che ha preso il posto di Moki De Gennaro come libero. Uno sport che, proprio come l’atletica e il nuoto, ha saputo valorizzare i nuovi italiani, ed è già molto più avanti della politica. Chi nega che l’Italia possa essere un Paese multietnico grazie alle donne del volley ha un argomento in meno.
7 settembre 2026
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