“Un classico è un libro che esercita un’influenza particolare sia quando s’impone come indimenticabile, sia quando si nasconde nelle pieghe della memoria”, diceva Italo Calvino. Ci sono libri scritti decenni fa che ci parlano come se fossero appena usciti, che ci appaiono freschi, e con queste temperature c’è bisogno di cose fresche. Ecco cinque classici del secondo novecento in cui designer e architetti possono trovare stimoli, chiavi di lettura del mondo, perché la narrativa con le sue investigazioni nell’anima e negli spazi urbani, nelle case e nelle relazioni, è uno strumento perfetto per capire il mondo, anche di mezzo secolo fa.

Georges Perec, Un uomo che dorme, Quodlibet

(traduzione di Jean Talon)

“Sul soffitto le crepe formano un improbabile labirinto”. Un ragazzo di venticinque anni la mattina di un esame decide di non alzarsi di non presentarsi all’università. Decide di vivere la vita in un altro modo, diventando sempre più solo e invisibile, immergendosi in visioni oniriche, osservando tutto sotto una nuova lente. “La tua stanza è il centro del mondo”. Diventa un flâneur in una Parigi che, con gli occhi di chi non ha un obiettivo nella vita, cambia struttura, cambia volto. Sia il ragazzo che l’ambiente intorno compiono una metamorfosi. “La tua stanza è la più bella delle isole deserte e Parigi è un deserto che nessuno ha mai attraversato”. Scritto nel 1967, terzo romanzo del francese Georges Perec, Un uomo che dorme è la storia di un ragazzo che “si educa all’indifferenza rispetto a tutto”, dice Gianni Celati nella postfazione, ed è anche una critica al cataclisma a ogni costo, alla spettacolarizzazione dello straordinario e dell’eccezionale, dimenticando invece la quotidianità, i piccoli gesti, gli oggetti che ci circondano, gli spazi che viviamo ogni giorno. Un’investigazione su come analizziamo la ripetitività delle azioni di ogni giorno (oltre che una guida al vagabondaggio parigino). “L’indifferente non ignora il mondo, né nutre nei suoi confronti ostilità”.

Chevron Left IconChevron Right IconQuodlibet Un uomo che dormeUn uomo che dormeQuodlibet Un uomo che dormeClarice Lispector, La passione secondo G.H., Feltrinelli

(Traduzione di Adelina Aletti)

“Il perdono è un attributo della materia viva”. Una confessione sentita, un esasperante monologo interiore, dove la voce narrante racconta di aver perso qualcosa che la teneva in piedi, e quindi di star cambiando, di vivere una dissoluzione, rendendosi conto fino a quel momento di aver “umanizzato troppo la vita”. A volte per scatenare questi pensieri esistenziali è sufficiente schiacciare uno scarafaggio nella camera della domestica. La passione secondo G.H. è un viaggio che avviene tutto all’interno di una stanza, una stanza molto ordinata che rispecchia la vita alto-borghese della narratrice. Pubblicato nel 1964 questo libro filosofico è considerato il capolavoro dell’autrice ucraino-brasiliana, nonché il suo libro più profondamente religioso. Morta nel 1977 di cancro alle ovaie a Rio de Janeiro – “hai ucciso il mio personaggio!”, urlò all’infermiera che non la fece fuggire dall’ospedale il giorno prima di morire – Lispector in questi ultimi anni sta venendo riscoperta, guadagnandosi un posto nel canone contemporaneo. “Per adesso il primo timido piacere è aver perso la paura del brutto. E’ una vera e propria delizia”.

Feltrinelli La passione secondo G.H.La passione secondo G.H.Feltrinelli La passione secondo G.H.Julio Cortázar, Il persecutore, Einaudi

(Traduzione di Cesco Vian)

“Dédeé mi aveva chiamato nel pomeriggio per dirmi che Johnny non stava bene e sono andato immediatamente all’albergo”. Il narratore, Bruno, giornalista e critico, trova l’amico in una stanza buia su una poltrona lurida da cui escono ciuffi “di stoppa giallastra”. Dal soffitto pende una lampadina. E si entra così in quel mondo, così familiare a Julio Cortázar della vita parigina dei club fumosi dove si suona dal vivo, e di quel mondo artistico del jazz pieno di bottigliette di rum infilate nella giacca e situazioni improbabili, sesso e marijuana, un mondo che diventa uno specchio della vita di chi vuole fare arte. “Quando cominciai a suonare da ragazzo mi resi conto che il tempo cambiava”, dice nei suoi deliri Johnny, una sorta di Charlie Parker, figura tragica del mondo musicale, schiavo della propria carriera, di cui Bruno vuole scrivere la biografia. Meno famoso e molto meno magico e surreale del suo Rayuela, questo romanzo breve esce nel 1959 e diventa per Cortázar il modo per spiegare l’esistenza degli artisti che sacrificano tutto per la propria opera. “Quando una persona possiede una latta di Nescafé capisco che non si trova nella miseria più disperata: può ancora resistere un poco”.

Max Frisch, Il mio nome sia Gatenbein, Mondadori

(Traduzione di Ippolito Pizzetti)

“Lo seguii di blocco in blocco, in direzione della Senna, e sia pure, perché in questa città non avevo altro da fare”. Max Frisch prima di dedicarsi alla scrittura faceva l’architetto, e questo lo sentiamo nei suoi romanzi, come in Il mio nome sia Gatenbein, che inizia in un bar, dopo una cena. Un uomo ha fretta di andarsene mentre gli altri continuano a bere. Prende il cappotto, si dimentica la pipa sul tavolo e poi, sedendosi in auto, muore. Da questa storia di poche righe il narratore costruisce frammentariamente le vite dei due possibili uomini morti in quell’automobile, parlando con le loro mogli, ricomponendo esistenze in un’investigazione identitaria, soprattutto del Gatenbein del titolo. Uscito nel 1964, Il mio nome sia Gatenbein, ha una struttura e una dimensione post-moderna, di gioco con la verità, dove si incrociano i riflessi di punti di vista contradditori, e si esplorano gli spazi occupati da potenziali esistenze. “La facciata rivestita, travertino, i piani contenuti in misure più democratiche, costruzione recente, ma col tetto a tegole perché armonizzi con la città antica, al pian terreno c’è una pasticceria, che mi stupisce”.

MONDADORI Il mio nome sia GantenbeinIl mio nome sia GantenbeinMONDADORI Il mio nome sia GantenbeinJ.G. Ballard, Il mondo sommerso, Feltrinelli

(Traduzione di Stefano Massaron)

“Di lì a poco il caldo sarebbe diventato eccessivo”. Gli scrittori di fantascienza, o simili, hanno il rischio di disegnare un loro futuro che somigli al nostro presente. E anche solo la prima frase, l’incipit, della prima opera di Ballard in quest’estate di canicule estrema, spaventa per la sua accuratezza. Il mondo sommerso, scritto nel 1961, racconta di uno scienziato il cui compito è quello di perlustrare ed esplorare quelle città che sono state sommerse dopo lo scioglimento dei ghiacciai, scioglimento causato dal surriscaldamento globale. Anche al Polo nord ormai è come stare ai Caraibi, e le città non si riconoscono più, le architetture di mezzo secolo prima sono sommerse, o coperte da magnolie e orchidee selvatiche. Gli esseri umani invece crollando in una disperazione e in una situazione dove si regredisce alla legge della giunga. La distruzione progressiva del pianeta è anche uno specchio delle pulsioni inconsce dell’umanità. “Dalle fenditure dei pavimenti si levava il fetore dell’acqua oleosa che entrava dalle finestre sottostanti”.

Il mondo sommerso