Il sole continua a splendere sulla mia lunga estate calda, aspettando il tramonto di una delle mostre più attese dell’autunno con “l’espressione esteriore della vita interiore” di Edward Hopper che ci ritrae tutti. L’attesa silente e vibrante, condensata nell’autoritratto ‘introspettivo e acuto’, della sua America e della nostra solitudine. Contemporanea, quanto la condanna della folla alienante e la conquista di chi sta bene con se stesso. Due facce della complessità della vita moderna che, la sensibilità di uno degli artisti statunitensi più celebri del XX secolo, continua a farci riconoscere e scegliere. Scrutata, tratteggiata, illustrata, incisa e dipinta da Edward Hopper, anche nel suo raro autoristratto, prima dello smarrimento delle megalopoli, la disconnessione innescata dalla rete e i suoi social network, o l’isolamento imposto da lockdown (confinamento) pandemici. La grande mostra al Palazzo Blu di Pisa, offre l’incontro con la verve del realismo di Hopper, riprendendo il viaggio negli orizzonti geografici che hanno avuto un grande impatto su quelli artistici, dalle origini e Parigi, in blu come il palazzo che le accoglie, alla New York di una vita e i silenzi fragorosi della costa del New England, condivisi con una partner in crime come Josephine Nivison Hopper.

Robert Gerhardt and Denis Y. Suspitsyn
Edward Hopper, Self-Portrait, 1925–30 Olio su tela, 64,5 × 51,8 cm Whitney Museum of American Art, New York; Josephine N. Hopper Bequest / lascito di Josephine N. Hopper 70.1165 © Heirs of Josephine N. Hopper/SIAE
Il viaggio in cinque sezioni e molte più strade per lo sguardo, porta al Palazzo d’arte e cultura di Pisa, ben più dell’American Way di Hopper, con oltre 150 dipinti a olio, disegni, acqueforti, acquerelli e materiali d’archivio inedito. In prestito dal Whitney Museum of American Art di New York che ne custodisce la collezione più grande di opere, insieme a documenti, corrispondenze, fotografie, diari, ephemera stampati e nuove prospettive, su scelte creative ed esistenziali, acquisite con il Sanborn Hopper Archive.

Robert Gerhardt and Denis Y. Suspitsyn
Edward Hopper, Soir Bleu, 1914 Olio su tela, 91,8 × 182,7 cm Whitney Museum of American Art, New York; Josephine N. Hopper Bequest / lascito di Josephine N. Hopper 70.1208 © Heirs of Josephine N. Hopper/SIAE
Dalle Origini a Parigi
La mostra curata da Barbara Haskell e Caroline Webb, del Whitney Museum of American Art che la organizza con MondoMostre e il contributo di Fondazione Pisa, riprende il lungo viaggio di Hopper, arrivato a New York, dopo aver lasciato la sua città natale (Nyack, 22 luglio 1882 – New York, 15 maggio 1967) e la casa trasformata in museo sul fiume Hudson. L’artista alla ricerca di se che trova nei viaggi parigini la cosmogonia di Soir Bleu (1914). Ignorata a lungo, ma propedeutica e determinante per quella dei suoi celebri nottambuli (Nighthawks, 1942) newyorkesi e l’esplorazione pittorica, delle complessità della vita moderna che lo rende così contemporaneo. Le sfumature della ‘serata blu’ parigina, riverberano quelle della facciata del Palazzo nel cuore e centro storico di Pisa, irradiando i segni dell’attesa, sulla terrazza dipinta a New York, avventurandosi lungo i sentieri delle sere turchine d’estate e del primo verso poetico della Sensation di Arthur Rimbaud (Par les soirs bleus d’été, j’irai dans les sentiers).
Ponderano lo spazio metafisico, sospeso nel tempo, i pensieri e la sigaretta, tra le labbra rosse del clown che veste e investe con noncuranza, la presenza solitaria della maschera sociale di ogni personaggio, misurandone la distanza. I silenzi del crepuscolo, influenzati dal suo impressionismo con l’inquietudine tipicamente moderna, ne dipingono la solitudine della prossimità nel caffè affollato. Il paradosso che ci fa sentire veramente soli quando ci troviamo in mezzo alla folla, rendendo tutta l’opera di Hopper così influente, sentita anche dalla cultura popolare.
“La grande arte è l’espressione esteriore di una vita interiore” – Edward Hopper
Non solo da chi ne ravvisa i tratti, nelle invenzioni cinematografiche di Derek Jarman, il disagio che pervade l’opera visionaria di David Lynch, spaventa quella di Alfred Hitchcock, parafrasa la Composizione (I, c. 1931) giovanile delle contemplazioni di Mark Rothko. Tanta letteratura e poesia amata da Hopper, non solo quando cita (e tiene nel portagoglio) Johann Wolfgang von Goethe per descrivere il paesaggio esterno della sua opera, filtrato da quello psicologico interiore.

Robert Gerhardt and Denis Y. Suspitsyn
Edward Hopper, Queensborough Bridge, 1913. Olio su tela, 65,7 × 96,8 cm Whitney Museum of American Art, New York; Josephine N. Hopper Bequest / lascito di Josephine N. Hopper 70.1184 © Heirs of Josephine N. Hopper/SIAE
Gli esterni interiori di New York
Anche la Manhattan (1979) cinematografica di Woody Allen, rinvia alla prospettiva diagonale del Queensborough Bridge (1913), estesa da Hopper con la fusione di oggetti vicini e distanti. Gli esterni interiori che le pennellate liriche, poco dopo il ritorno da Parigi, imprimono alla contrapposizione dell’imponente struttura d’acciaio, con la minuscola rimessa per barche, la casa di legno con il tetto a due falde e quello che il ponte della città in continua trasformazione, può sovrastare ma non superare.
La New York, amata, vissuta e attraversata per quasi sei decenni (1908-1967), resta soggetto e orizzonte del tessuto umano di ogni metropoli del XX secolo. Durante gli anni lontani dal successo, anche con le acqueforti, destinate a diventare uno dei capitoli più alti della grafica americana. Un laboratorio per la luce che taglia lo spazio narrativo e simbolico della sue opere future. Sospeso, insieme al tempo e la composizione, tanto pura da toccare le astrazioni della sensibilità emotiva e la poetica del colore. La ricerca delle ombre nella luce, influenzata dalle esplorazioni della ‘Ville Lumière’, amplificata dalle estati trascorse lungo la costa del New England.

Robert Gerhardt and Denis Y. Suspitsyn
Edward Hopper, Cape Cod Sunset, 1934. Whitney Museum of American Art, New York; Josephine N. Hopper Bequest / lascito di Josephine N. Hopper 70.1166 © Heirs of Josephine N. Hopper/SIAE
Dalla città alla costa del New England
A elevare Hopper all’Olimpo dell’arte contemporanea, dopo anni di illustrazione commerciale, è il raffinato studio della luce, dello spazio (e l’architettura), dell’equilibrio compositivo di case, fari, scorci marini e orizzonti del paesaggio solare e solitario. Sempre antropomorfo, tra la colonia di artisti di Gloucester, il Maine e le dune selvagge di Cape Cod, lungo la sottile penisola dello Stato del Massachusetts che si protende nell’Oceano Atlantico. I contrasti netti tra i colori luminosi e le ombre taglienti che ridefiniscono le geometrie e i silenzi di case. Apprezzate quanto la 𝘏𝘰𝘶𝘴𝘦 𝘣𝘺 𝘵𝘩𝘦 𝘙𝘢𝘪𝘭𝘳𝘰𝘢𝘥 (1925), che sembra aver ispirato anche il tessuto emotivo che abita Pyscho di Hitchcock. Frutti maturi, della sintesi di visioni, schizzi, memorie e la ricerca sempre più essenziale. Affinata durante le estati trascorse nei regni di luce e ombra del New England. Nel rifugio estivo della modesta casa con studio, costruita nel 1934, affacciata sulle dune e la luce effimera della cittadina di Truro.
Jo ed Edward
Un’intera sezione della mostra esplora l’importanza dal rapporto, intenso e competitivo, spesso conflittuale, sempre stimolante, tra lo schivo e solitario Edward Hopper e la solare ed espansiva Jo (Josephine Verstille Nivison). Ex compagna di corso da Robert Henri, artista, moglie e unica modella femminile di tutti i suoi dipinti, dallo strepitoso Automat (1927) e Chop Suey (1929), alla maschera di New York Movie (1939). Il punto di riferimento per la ricerca artistica, la fortunata carriera e l’archivio di Hopper. Spingendolo alla ricerca d’ispirazione e soggetti a Gloucester, a lavorare sull’acquerello dei primi importanti riconoscimenti pubblici, a segnalarlo al Brooklyn Museum che nel 1923 acquista The Mansard Roof. Seguita dalla successiva vendita di tutti gli acquarelli, in mostra nel 1924, alla galleria Frank K. M. Rehn di New York che lo rappresenta per tutta la vita. L’inizio dell’ascesa costante, con la House by the Railroad (1925), tra le prime opere entrate nella collezione del neonato MoMa nel 1930 e della retrospettiva organizzata nel 1933. Fino al bar notturno di Nighthawks (1942), acquistato pochi mesi dopo l’esecuzione, dall’Art Institute of Chicago per tremila dollari.
Oltre a compilare con Hopper la documentazione di ogni opera, schizzata, descritta e annotata nei celebri ledger books, insieme al profondo intreccio tra vita privata e produzione artistica, Jo resta la responsabile della costruzione dell’archivio e della memoria del lavoro dell’artista. Sopravvivendo per dieci mesi alla morte di Hopper, nello studio di Washington Square, a circa 20 minuti a piedi del Whitney Museum of American Art, la sua vedova gli lascia in eredita le oltre tremila opere ancora in suo possesso, tra dipinti, acquerelli, disegni e incisioni. Il riconoscimento del duraturo rapporto, iniziato nel 1920 con la prima mostra personale del trentasettenne Hopper al Whitney Studio Club, fondato da Gertrude Vanderbilt Whitney per sostenere gli artisti americani indipendenti. Al momento, il principale centro di studio di Hopper al mondo, con la più grande collezione di sue opere e materiali d’archivio, pronte a continuare il viaggio che sta per toccare Pisa.
How to: Edward Hopper: New York and Beyond, BLU | Palazzo d’arte e cultura, Pisa (14 ottobre 2026 – 7 marzo 2027) Maggiori info qui.