
John Francis Daley e Jonathan M. Goldstein sono due sceneggiatori e registi che a un certo punto sembravano aver trovato la quadra per l’action comedy perfetta. Dopo aver messo le loro mani su film come Piovono Polpette 2, il reboot di National Lampoon’s Vacation Come Ti Rovino Le Vacanze, la doppietta di Horrible Bosses e soprattutto il divertentissimo Game Night, erano arrivati a firmare la sceneggiatura di Spider-Man: Homecoming. Il passo successivo – e la loro definitiva consacrazione – è stato Dungeons & Dragons – L’Onore dei Ladri. Ora, forse ricordo male io eh?, ma quando uscì D&D ricordo di gente che stappava bocce di champagne e urlava al miracolo: un action fracassone ma intelligente, divertente e tutt’altro che pigro nonostante l’ingombro di una IP così importante, scritto bene e giurato meglio. Mah… Mi ero divertito un sacco pure io, ma non è che siamo stati troppo generosi all’epoca? Il fatto che i film sui supereroi nel 2023 fossero al loro minimo storico di credibilità ci ha portato a sopravvalutare un film tutto sommato ok ma nulla di più? Ma soprattutto: davvero per il futuro dell’action comedy siamo nelle mani di questi due qui? Tutte domande che mi sono posto alla fine della visione del loro ultimo film: Mayday. E come diceva il Colle: giù la testa, zio… manna la sigla.
La sigla è un pezzo disco pop del 1987 perché, tenetevi forte, Mayday è un film che ha questa caratteristica penso unica negli ultimi centomila anni di film e srie televisive e video e moda e tutto lo scibile dei prodotti culturali: è ambientato negli anni ’80. Per cui, occhio, preparatevi a un sacco di musica anni Ottanta e a un sacco di citazioni intertestuali pazzeschessime dagli anni Ottanta. Che ridere ma anche quanto riflettere gli anni Ottanta! Su le mani se anche voi siete pronti a una scelta così coraggiosa, ragaaaaa, pauraaaa!
Degli anni 80 non si butta via nulla
La storia è questa: Ryan Reynolds è un pilota militare, un Top Gun (ahhahaha, pazzeschi gli anni Ottanta!). È tutto contento di essere dalla parte giusta della storia durante questa dannata Guerra Fredda ed è pronto a tutto per gli Stati Uniti che ci hanno dato la libertà, gli hamburger (debatable) e Bruce Springsteen. Siccome è uno davvero tosto ma al tempo stesso mega simpa, viene convolto in una missione speciale: deve volare con un aereo simile a quello che guidava con l’aiuto de La Forza Clint Eastwood in Firefox – Volpe di Fuoco in territorio russo, per fotografare un probabile coso militare. Oh, com’è come non è, Ryan viene abbattuto e finisce a casa di Kenneth Branagh, che Tenet e Jack Ryan: Shadow Recruit insegnano, è la persona che chiami quando in un film americano hai bisogno di un attore che faccia il russo. Kenneth Branagh infatti interpreta Nikolai, ex agente KGB tostissimo, oggi in auto pensionamento anticipato, recluso nella sua casetta shabby chic spersa nella fredda tundra sovietica. Non solo: Nikolai è anche un pentito. Prima era tutto Madre Russia di qua, Madre Russia di là. Oggi invece ascolta il Boss, guarda compulsivamente una VHS pirata di Top Gun e sogna di sbarcare in America! I due, così distanti ma sotto sotto così vicini, dovranno prima litigare un po’, per poi scoprire dei lati inaspettatamente simili ed infine lottare insieme sotto lo stesso cielo per una fumosa idea, un sospetto di ideale che immagino abbia a che fare con la libertà individuale e, boh, una roba tipo “che bella la vita, basta che c’è l’amore e gli amici”. Nel frattempo meneranno un po’ le mani (molto più Kenneth che Ryan), scapperanno da dei soldati russi che li cercano, verrano ospitati da gente strana ma sotto sotto buona, guideranno un camion enorme a forma di pene, faranno esplodere delle cose, faranno delle cose pazzo su un aereo, eccetera eccetera. Poi, spoiler, finisce tutto bene.
Non ho la forza di scrivere una dida simpa. Vorrei solo menargli forte.
Mayday è un filmettino dall’apparenza innocuo e simpatico, di quelli che ti puoi vedere in famiglia in una piovosa domenica pomeriggio, che sembra anche avere qualcosa da dire su come le nostre prospettive sulle cose possono cambiare col tempo , ma che in realtà non fa altro che perpetrare uno stereotipo e rincarare la dose di americanismo spinto che sembra bonariamente prendere in giro. L’idea di fondo della sceneggiatura è “rossi, neri… alla fine tutti uguali“: certo, i Russi volevano spazzare via gli Stati Uniti e privarci della nostra libertà, ma anche noi abbiamo fatto le nostre belle marachelle (vedi la terribile sottotrama dedicata al papà di Ryan Reynolds, il povero David Morse), ma davvero non si va oltre alla citazione da Ecce Bombo. A cui noi, da oggi, potremo rispondere con un giustificatissimo “Te lo meriti Ryan Reynolds!”. Perché davvero, amici. Se esiste uno in grado di fare più danni della grandine all’idea stesso di cinema statunitense, quello è Ryan Reynolds.
Ce lo meritiamo…
Se la sceneggiatura non regala grandi gioie, c’è poco da felicitarsi anche per la regia. Tolti due angoli di ripresa inaspettati e un montage da film indie applicato senza fantasia al momento ellissi film on the road, non c’è nulla da segnalare. Unico spiraglio di gioia, la tenuta fisica di Sir Branagh, che nella scena della rissa nella taverna russa dimostra che a 65 anni è ancora decisamente in forma. Un film di una medietà talmente sfacciata da risultare quasi affascinante. Peccato che sia talmente mediocre che ce lo dimenticheremo tutti 43 secondi dopo averlo visto. Con buona pace della carriera del duo John Francis Daley e Jonathan M. Goldstein.
DVD-quote:
“Il film più medio e fintamente innocuo degli ultimi 40 anni”
Casanova Wong Kar-Wai, i400calci.com
Dove guardare Mayday
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