di
Gaia Piccardi

Lo spagnolo domina l’idolo di casa Paul e ai quarti sfiderà un altro americano, Shelton. Il dritto è tornato a funzionare a meraviglia senza alcun timore per l’infortunio al polso

DALLA NOSTRA INVIATA 
A NEW YORK – Carlos Alcaraz contro gli Stati Uniti d’America sta diventando il tema di questi Open Usa. Con una nuova tenuta (canotta bianca), con il petto coperto dalla sottomaglia che ha disinnescato il nipple-gate («Sto vedendo i miei capezzoli un po’ troppo spesso…») e con una nuova esultanza, Carlitos passa come un trattore sul padrone di casa Tommy Paul e si merita il quarto di finale di martedì sera, in prime time, con un altro beniamino del pubblico locale: Ben Shelton killer di Tsitsipas nella notte (bye bye antica trazione del rovescio monomane in almeno una semifinale Slam all’anno per 150 anni…).

Fa tutto bene, contro Paul, Alcaraz. Il dritto ballerino che aveva danzato il valzer con Wu, sistemato con una seduta di allenamento immediatamente dopo il match (spoiler: non lo fa solo Sinner), funziona a meraviglia. E’ una saetta incrociata esplosa dall’angolo destro del campo, liberando il dritto senza più alcun timore reverenziale per il tendine del polso infortunato, che resta negli occhi di tutti dopo un ottavo a senso unico dal primo quindici, mai in discussione. 



















































Paul è battuto in tre set (6-4, 6-3, 6-4) e non può fare altro che trasecolare: «Wow Carlos è migliorato in tutto. Ho avuto la netta sensazione che, per quanto io potessi alzare il livello del mio gioco, lui mi sarebbe stato superiore». Alcaraz, infatti, è contento: «Mi sono sentito davvero bene in campo, meglio di quanto mi saprei aspettato. Ci sono margini di miglioramento, certo. Ci sto lavorando». Ha sorriso e annunciato: «Ho una fame da lupo, vado a mangiarmi un burrito…». E’ uno spettacolo, questo Carlitos ritrovato.

7 settembre 2026