di
Paolo Condò

José e i nerazzurri si ritrovano per la prima volta a Madrid, nello stadio dove insieme raggiunsero il vertice con il trionfo in Champions nel 2010. E il portoghese è già con le spalle al muro

«Ho un vecchio amico per cena» avvisa Anthony Hopkins nella scena finale del «Silenzio degli innocenti», mentre spia l’ignaro carceriere che gli fu ostile, e annuncia il suo intento cannibale (non dice «a cena», dice «per cena»). Non ci sono ostilità ma soltanto bei ricordi nel tratto di strada in comune tra Inter e José Mourinho, eppure entrambi coltivano il proposito di banchettare domani sera sulle spoglie sconfitte dell’altro. Mourinho ne ha bisogno perché dopo una buona partenza il suo clamoroso secondo round sulla panchina del Real Madrid s’è insabbiato venerdì a Siviglia, dove pur dominando ha perso. E il Barcellona se l’è già filata. 

L’Inter invece ne ha voglia — e la differenza fra desiderio e ossessione quella volta le fu favorevole — perché quando vinci partite come quella col Napoli, l’adrenalina non fa in tempo a defluire che ne produci già di nuova. Tra rivalità e memoria, l’ouverture della Champions monta impetuosa. E siccome è facile incontrarsi anche in una grande città, figuriamoci nel ventre di uno stadio. Il Bernabeu è stato da poco ristrutturato, e la pianta di sale e corridoi in uso la notte del 22 maggio 2010 ne è uscita stravolta; eppure è fatale immaginare che Mourinho e l’Inter vi si incrocino anche prima della partita. Certo, si sono già rivisti, e parecchie volte. Ma non lì. Non nello stadio in cui raggiunsero assieme il vertice, e un attimo dopo si lasciarono. 



















































Per completare il furto ai danni di un vecchio Battisti diremo che, alla fine di certe storie, nasce l’esigenza di sfuggirsi, per non ferirsi di più. E infatti nelle tre stagioni successive, quelle del primo tratto al Real, i percorsi di Mourinho e dell’Inter furono paralleli, ma non così fortunati da poter verificare se è vero quel che ci raccontavano a scuola, e cioè che all’infinito anche le rette parallele abbiano un appuntamento. Se usiamo le parole di una canzone d’amore è perché quella fu una grande storia d’amore. Fra Mourinho e la Roma, molti anni dopo, è stato un travolgente risveglio dei sensi: nei film è quando i partner si dicono «non pensavo di poter più provare certe sensazioni». Bellissimo, ma con una scadenza: sapevano entrambi di non poter salire oltre un certo livello. Per quell’Inter, invece, i limiti non esistevano: segnava due gol a Kiev nel recupero, batteva il Chelsea a Stamford Bridge, in dieci resisteva al Barcellona in casa sua. «Non fa male» grida Rocky al suo allenatore al culmine delle botte di Ivan Drago. Ecco, in quel tempo gli avversari, per quanto ci provassero, non facevano male. O almeno l’Inter non lo sentiva.

Fa male ora pensare che Bernabeu 2010 sia l’ultimo spot in cui un club italiano ha vinto la Champions League. Sedici anni fa, e questo purtroppo è un record perché fin qui l’intervallo massimo era stato di 15. Abbiamo raggiunto quattro finali nel periodo, e ci sono stati due momenti in cui la palla si è trattenuta sul net, come nel film di Woody Allen, e poi è caduta dall’altra parte: i 13 minuti di Berlino, con Juve e Barcellona sull’1-1 nel cuore della ripresa, e il finale di Istanbul, quando il gol di Rodri era un fragile tramezzo fra l’assalto deciso dell’Inter e l’affannosa resistenza del City. 

Non è andata, amen. Ma quando ci ricordano che delle famose cinque leghe siamo quella che da più tempo non esprime un vincitore, il malumore viene.
L’immagine di Mourinho che abbraccia in lacrime Materazzi nel garage del Bernabeu, e poi se ne va perché se fosse rientrato a Milano con la squadra non avrebbe avuto la forza di abbandonarla, è stata rilanciata dal suo documentario. Ci sono facce che domani rivedrà, altre che gli diranno qualcosa: Javier Zanetti in tribuna d’onore, Cristian Chivu sull’altra panchina, il figlio di Deki Stankovic, Alexandar, nel gruppo che gli passerà davanti per andarsi a scaldare, e poi qualche talent televisivo un po’ ingrassato o un po’ ingrigito col quale scherzare «dai, non stai invecchiando così male…». 

Battersi a settembre è diverso da battersi a giugno (la finale è il giorno 5), ma la cena imbandita è di alta qualità. Chiunque mangi, chiunque sia mangiato.

7 settembre 2026