di
Gaia Piccardi, nostra inviata a New York
Gli altri azzurri da top 10 sembrano prigionieri di una mentalità ancora troppo provinciale. I giri a vuoto di Musetti e Cobolli
All’inizio erano tredici, dieci uomini (tre qualificati: Passaro, Cinà, Guerrieri) e tre donne (una qualificata: Stefanini). Record di partecipazione eguagliato, nell’era di Sinner, dei suoi fratelli e del boom del tennis italiano. Ma qualcosa è andato storto se al giro di boa dell’Open Usa ne sopravvive soltanto uno: Luciano Darderi è nato in Argentina, batte bandiera tricolore, tiene garra sudamericana e nonno di Fano. Stanotte va a sbattere contro la testa di serie n.1, Sascha Zverev, sconfitto quest’anno sulla terra amica di Roma, due set su tre. Serve l’impresa ma già così, raggiungendo gli ottavi, Darderi ha centrato un suo piccolo primato a New York.
Dunque è crisi, senza Sinner? È recessione, se non altro. La sensazione è che, a parte Jannik alle prese con i suoi malanni (la data del rientro, fino a prova contraria, resta fissata in Asia, tra Pechino e Shanghai), gli altri azzurri da top 10 siano prigionieri di una mentalità (ancora) troppo provinciale. Musetti, che a gennaio era n.5 e oggi galleggia al confine dei top 20, ha chiuso con il veterano dei coach spagnoli Josè Perlas e continua a riprodurre lo schema — inconscio — del problema fisico invalidante: a Melbourne con Djokovic, quando era a un passo dalla vittoria che ti cambia la vita e dal n.3 del ranking, qui a New York con il carneade Sweeny, che poi con Darderi ha fatto 10 game. Varrebbe la pena di indagare.
Il n.6 Flavio Cobolli è arrivato esaurito, per sua stessa ammissione, al terzo turno con Blockx: forse una programmazione più oculata avrebbe potuto aiutarlo (però le forze per andare a prendere l’ingaggio della Bundesliga le ha trovate). Gli insulti continui al padre non sono divertenti. E, a questo punto, nemmeno produttivi.
7 settembre 2026
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