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Redazione Economia

Il colosso francese di marchi come Dior, Louis Vuitton e Veuve Clicquot ha dimezzato la capitalizzazione rispetto al balzo del post Covid. Le tensioni geopolitiche hanno spento l’ottimismo che spinge i consumi legati ai beni luxury. Ma volano i gioielli. E c’è chi scommette sulla ripresa

I numeri parlano da soli. Due su tutti: quei 60 milioni di consumatori che il comparto del lusso ha perso per strada tra il 2020 e oggi, secondo le stime di Bain. Sono clienti per lo più appartenenti alla categoria “aspirazionale” e pari a circa il 15% della base acquirenti complessiva del lusso a livello globale. E poi c’è quel dato che riguarda uno dei colossi del settore, il conglomerato francese Lvmh, che ha perso quasi tutti i guadagni accumulati in Borsa durante il boom del comparto registrato in epoca pandemica. Quel boom che l’aveva resa la prima azienda europea a raggiungere una capitalizzazione di 500 miliardi di dollari. Il valore di mercato del gruppo quotato a Parigi, proprietario di marchi quali Dior, Louis Vuitton e Veuve Clicquot, si è ora più che dimezzato, scendendo a 213 miliardi di euro rispetto al picco toccato nel 2023. Il calo è avvenuto nonostante Lvmh abbia registrato, l’anno scorso, utili pari a 17,8 miliardi di euro: un dato superiore di oltre il 50% rispetto a quello del 2019.
A fare i conti è il Financial Times in un articolo che prova a tracciare un bilancio di quella che, se da un lato appare come la crisi infinita del lusso, dall’altro per alcuni analisti è «solo» un altro ciclo, certo non destinato a durare all’infinito.

Il contesto

Gli occhi di tutti – aziende e analisti – sono infatti e inevitabilmente puntati sulla situazione geopolitica. Le guerre che non finiscono, le tensioni commerciali, la polarizzazione Occidente-Oriente, l’inflazione e il calo di potere d’acquisto, soprattutto della classe media, hanno spento l’ottimismo (il giornale inglese lo chiama feelgood factor) da cui dipendono gli acquisti dei marchi di alta gamma. Insomma, non basta più comprarsi una borsa da migliaia di euro per scacciare le preoccupazioni e sentirsi bene. 



















































Il caso Lvmh

Il Financial Times ha poi interpellato alcuni analisti sullo specifico caso del big francese, che è uno dei punti di riferimento globali per il settore. Flavio Cereda, della società del gestione del risparmio svizzera Gam, spiega che il problema per Lvmh risiede nel fatto che l’azienda è diventata un mezzo attraverso cui gli investitori scommettono sulla spesa del cosiddetto consumatore aspirazionale. «Hanno molti clienti di fascia alta che stanno ottenendo buoni risultati, ma questa non rappresenta la parte preponderante della loro attività», ha osservato Cereda. Altri segnalano che gli hedge fund utilizzano le azioni Lvmh per scommettere sull’andamento generale del comparto del lusso, amplificando le oscillazioni in entrambe le direzioni.
Il tema del passaggio generazionale, che avrebbe potuto costituire un momento di debolezza del gruppo e che resta un osservato speciale dagli investitori, è stato rimandato: il fondatore e principale azionista Bernard Arnault ha detto di recente agli azionisti che «ne riparleremo tra sette o otto anni». Per ora, a 77 anni, resta saldo al timone, anche per traghettare l’azienda fuori da questa tempesta perfetta in cui, però, c’è un lusso di altissima gamma che sembra resistere alla crisi.

Chi resiste

Sono brand come Hermès e Brunello Cucinelli ad aver ottenuto risultati superiori alla media, mentre aziende che necessitavano di una razionalizzazione nel portafoglio e di un rilancio – come Kering (proprietaria di Gucci) e Burberry – hanno registrato le performance peggiori, nota infatti il Ft.
Hermès che oggi ha una capitalizzazione da 152 miliardi, l’anno scorso ha superato Lvmh e oggi scambia azioni 1,457 euro alla Borsa di Parigi, dove è uno dei titoli a maggior valore del Cac 40. 
Hanno staccato gli altri gruppi del lusso colossi come
Richemont, il gruppo svizzero dei gioielli che ha in pancia brand come Cartier e Van Cleef & Arpels, le cui azioni sono cresciue del 28% negli ultimi sei mesi, facendone volare la capitalizzazione oltre i 100 miliardi. 

Le prospettive

Insomma, resta valida la tendenza per cui, in tempi incerti, si preferisce un bene rifugio come un gioiello o l’oro rispetto a una borsa o a un capo di abbigliamento. Conferma Federico Marchetti, già fondatore di Yoox, piattaforma web del lusso, primo unicorno italiano poi venduto a Net-a-porter, interpellato dal quotidiano: «Visti gli attuali livelli di prezzo, credo che il cliente preferisca acquistare un gioiello da 10.000 euro piuttosto che una borsa da 7.000 euro», ha detto. Di certo, molti brand non hanno fatto molto per fidelizzare il cliente: complici le crisi che si inenellavano – costi dell’energia, interruzione delle atene di fornitura, difficoltà di reperimento delle materie prime – i marchi hanno alzato i prezzi anche tra il 50 e il 70% rispetto al 2019, stima il Ft. 
A quando l’inversione di rotta? Per alcuni analisti, come Cereda di Gam, finora ci sono stati solo falsi segnali di ripresa e la situazione finanziaria della classe media, quella che era stata affascinata dal lusso nel post Covid, resta critica in buona parte dell’Occidente. Deboli segnali di ottimismo anche dalla Cina, che aveva smesso di comprare il «nostro» lusso anche come effetto delle tensioni tra i blocchi politici. Le buone notizie, nota infine il Ft, potrebbero arrivare dagli Usa, che si confermano mercato privilegiato per il lusso, e dalla Corea, che vive un momento di espansione, trainata principalmente dal boom delle esportazioni tech e dei semiconduttori. Segnali, spiega il quotidiano, che hanno rafforzato l’idea che la flessione, anche questa volta, sia di natura ciclica. E che appena la classe media sentirà «odore di tranquillità», sul fronte occidentale e nel proprio portafoglio, riprenderà a spendere. 

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7 settembre 2026