di
Aldo Grasso

La programmazione estiva del servizio pubblico è equivalsa a una riunione di condominio trasmessa in mondovisione

Ci siamo lasciati alle spalle tre o quattro mesi di nulla televisivo, soprattutto sui canali Rai, quelli del servizio pubblico. Alla ripresa, dunque, provo a recensire l’ultimo parto dell’intrattenimento (il nulla), anche se chiamarlo «intrattenimento» è già una concessione alla speranza.

Il nulla televisivo ha una sua precisa grammatica: si presenta con la solennità dei grandi eventi e finisce per assomigliare a una riunione condominiale trasmessa in mondovisione. La trama, se così si può chiamare quell’esile pretesto narrativo che persino un filmino delle vacanze girato da un ragazzino delle medie saprebbe rendere più avvincente, procede tra stereotipi esausti e gag così vecchie che ormai potrebbero vantare la pensione.



















































Intanto si vende il Teatro delle Vittorie, il tempio storico del grande varietà, e la sede di viale Mazzini è chiusa, forse per sempre. Si dismettono i luoghi della memoria mentre si conserva gelosamente il nulla.

I dialoghi sembrano scritti da un algoritmo distratto o, peggio, da un collettivo di autori convinti che l’arguzia consista nel ripetere la battuta greve fino a quando qualcuno ride per sfinimento. Gli attori vagano per il set con lo sguardo smarrito di chi ha confuso lo studio di registrazione con la sala d’attesa di un dentista.

Il ritmo non manca: non è mai esistito. La legnosità è tale che nemmeno un montaggio sincopato riesce a trasformarla in dinamismo. La regia, diligente come un impiegato allo sportello, inquadra l’ovvio, accompagna il superfluo, certifica che sì, qualcosa è andato in onda. E alla fine resta la sensazione di assistere a una gigantesca operazione di riciclaggio culturale.

 Si prende ciò che è già stato fatto, lo si riscalda, lo si impiatta con qualche luce nuova e lo si presenta come novità. L’ambizione è inversamente proporzionale al risultato, ma almeno il risultato è coerente: non ambisce a nulla.

Mi domando, con un pizzico di malinconica rassegnazione, a quale pubblico pensino i programmatori quando varano simili transatlantici del nulla. Forse a un telespettatore addestrato a non aspettarsi più niente. Infatti, c’è qualcosa di quasi commovente in questa ostinazione al nulla.

7 settembre 2026