A cinque chilometri dal Palazzo del Cinema, lontano da tutto il caos della Mostra, c’è un quartiere fatto di canali e piccole vie, Malamocco. È sera tardi, ma il silenzio di quel paesaggio rarefatto improvvisamente si illumina con il suono di una voce che anche se non articola parole, trasmette molte emozioni. È quella di Andrea Aggio, 12enne con una grave disabilità. Comanda da solo la sua sedia a rotelle che si muove in quei vicoli bui, ma al suo fianco ci sono la madre, la nonna e la sorella. È la prima volta che qualcuno lo riconosce in quanto attore, e nei suoi occhi si legge una sincera gioia. La profondità di questo sguardo è parte della potenza di un film prezioso come «I figli della scimmia» di Tommaso Landucci, presentato nella sezione Orizzonti, al cinema dal 17 settembre. Riccardo Scamarcio interpreta il padre di Andrea, che nel film si chiama Enrico. Si prende cura di lui con amore e dedizione ma, al contempo, strige un forte legame con suo nipote adolescente, cercando forse di essere con lui un altro tipo di padre. «Questo film ha tutti i requisiti che io prediligo», spiega Scamarcio, che è anche tra i produttori.
Quali sono?
«È girato in pellicola e in quattro terzi, un formato che comprime lateralmente l’inquadratura e ti consente di avere quasi un primo piano, stando più lontano. C’è una sorta di pudore da parte della macchina da presa nei confronti della scena. Oggi va di moda il formato del dito, quello della slot machine a caccia del like. Ecco, questo film è l’antitesi del like».
Quale è l’obiettivo, quindi?
«Indagare le dinamiche misteriose che si scatenano negli esseri umani, in particolare nella vita di un padre che ha un bambino con una grave disabilità. Trovo che sia un cinema di ricerca, interessato a analizzare gli essere umani, dando alle persone una chiave di lettura diversa, che passa per l’empatia, per la comprensione, per la partecipazione».
Come si è preparato ad affrontare una tematica così difficile e delicata?
«È senza dubbio una tematica complessa, ma la verità è che questo film mi ha già dato tantissimo e lo ha fatto proprio in termini di condivisione di un’esperienza importante. Le persone che hanno una grave disabilità, come quella che ha Andrea, sono una risorsa incredibile: lui veniva sul set e stava dalla mattina alla sera con un sorriso a 32 denti, un sorriso che mi trasferiva un’energia vitale e anche una voglia di stare lì a fare il film che ha reso questa esperienza per me bellissima, proprio sul piano umano: ha relativizzato i miei problemi. Spesso ci arrovelliamo per delle cose che sono però dei dettagli».
Nel film si affronta anche un sentimento più comune di quello che si dice, quei raffronti, quella specie di invidia che spesso i genitori provano rispetto ai figli degli altri. No?
«Sì, è così. Nel rapporto un po’ ossessivo che il mio personaggio ha con suo nipote, che ha la stessa età di suo figlio ed è sano, si nasconde da qualche parte una non accettazione dello stato delle cose. E anche una voglia, forse, di scappare da questa situazione. È anche un film sulla genitorialità, sull’educazione sentimentale di un padre. Una cosa che dovrebbe eventualmente avvicinarci al suo dolore è la sua incapacità di decifrare veramente i suoi sentimenti».
Un altro tema di fondo è l’accettazione.
«Penso si debba imparare a interagire con il destino. E, prima ancora, a prevederlo nella nostra vita, riconoscendolo e dandogli un ruolo. Alcune cose vanno accettate, anche se sono molto dolorose. Ho conosciuto bene i genitori di Andrea e sono stato testimone delle loro dinamiche quotidiane. Non è semplice. Detto questo, Andrea ti sorprende, Andrea è potente. Incontrarlo e stare con lui tutti quei giorni è stata una cosa umanamente speciale. Non potendo comunicare con la voce con ha un’energia forte, che ti arriva addosso dritta e più potente di qualsiasi parola».
Raccontare questa storia dal punto di vista di un padre, rispetto a quello di una madre, inoltre, è stata la scela meno ovvia.
«Il film in generale elude qualsiasi cliché. Sorprende ma mantiene grazia e delicatezza rari. Non si approfitta mai di questo tema e non è mai ricattatorio. Per questo dico che è il mio ideale di cinema».
7 settembre 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA