Erano sparite da mesi, poi oggi la notizia virale sui social. Arrestate a gennaio scorso durante l’ultima grande ondata di proteste contro il regime.
Ora per due gemelle iraniane Taraneh e Romina Rahimi si mette male: dopo essere state picchiate durante l’arresto da esponenti delle forze dell’ordine, la prima è stata condannata a morte per impiccagione, mentre l’altra dovrà scontare 25 anni di carcere.
E’ il Guardian a darne notizia anche se la diaspora all’estero aveva già acceso un faro sulla loro sparizione grazie alla testimonianza di un loro cugino residente negli Stati Uniti.
Mentre è in corso la guerra contro gli Stati Uniti e Israele, l’Iran torna all’onore delle cronache per violazioni dei diritti umani, in particolare contro le donne.
Tra l’8 e il 9 gennaio del 2026 le due sorelle, all’epoca diciannovenni e ancora studentesse al liceo, furono prelevate di notte dalle loro abitazioni a Isfahan da uomini incappucciati, in seguito identificati come appartenenti al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Allora secondo le ong con sede all’estero furono 30mila le vittime della repressione. Video e foto di sacchi neri travolsero i social media. Le autorità ammisero che le vittime erano “solo” 3000. Se Taraneh morisse sulla forca sarebbe ad oggi la prima donna a morire per quelle manifestazioni.
Per quattro mesi la madre delle due ragazze, Marzieh Nourmohammadi, ha cercato invano notizie delle figlie rivolgendosi a ospedali e istituzioni statali, prima di riuscire a rintracciarle in un carcere a Dowlatabad, nella città di Isfahan.
Quando ha potuto visitarle in carcere, lo scorso maggio, le due ragazze – “trattenute in regime di isolamento” – erano irriconoscibili, ha spiegato il cugino alla testata britannica. Il racconto che la madre ha fatto al cugino è agghiacciante: a stento ha riconosciuto le sue stesse figlie che, “a seguito di tremende percosse, avevano i volti gravemente tumefatti, con lividi su tutto il corpo, ai gomiti, alle nocche e avevano i piedi rotti”.
In mancanza di una confessione credibile per il regime – come racconta il Guardian – Taraneh avrebbe ricevuto dalle guardie carcerarie la minaccia di uno stupro ai danni della sorella Romina di fronte a lei.
C’è poi un particolare che lascia sgomenti nel racconto che ne fa al quotidiano britannico: “il loro cuoio capelluto è stato completamente compromesso. Praticamente – racconta la madre – le due giovani non avevano più capelli perché venivano tirate per i capelli e trascinate da una cella all’altra”. Una storia che si ripete inesorabile nella Repubblica islamica sciita, da 47 anni impegnata a combattere contro i capelli delle donne costrette a coprirli con un hijab obbligatorio sin dall’età di 7 anni. Così vuole la lettura della sharia e così aveva voluto e vuole la rivoluzione khomeinista.
La mente torna indietro all’autunno caldo del 2022 quando a seguito della morte di Mahsa Amini avvenuta per un velo messo male, in migliaia scesero in piazza per reclamare libertà e migliori condizioni economiche. Allora furono almeno 600 le vittime.
Secondo Hengaw, con sede in Norvegia, e dalla Human Rights Activists News Agency (Hrana), con sede negli Stati Uniti, la magistratura iraniana avrebbe condannato anche un’altra donna alla pena capitale con la stessa accusa.
Si tratta di Leila Abolhasani 43 anni e madre di due adolescenti, è stata invece giudicata colpevole di aver incendiato un negozio durante le manifestazioni. I suoi familiari hanno respinto l’accusa, affermando che la donna si era limitata a filmare l’incendio.
Insieme a loro per gli stessi disordini avvenuti in una piazza di Isfahan, condannati a morte anche nove uomini. Accusati di aver provocato la morte di due persone, tra cui un membro delle forze di sicurezza.
Dall’inizio della guerra con gli Stati Uniti, Teheran ha giustiziato 29 uomini per reati legati alle proteste, secondo l’ONG norvegese Iran Human Rights (IHR). E sono almeno 16 donne le donne “giustiziate” per altri reati dall’inizio dell’anno.
Taraneh Rahimi (X/alinejadmasih)