È una nuova versione più piccola che l’azienda si prepara a lanciare, pensata per l’espresso e altre bevande in quantità ridotte. Stessa silhouette, stessi meccanismi, lo stesso approccio ossessivo, compresso in una scala diversa. Mi mostra anche una nuova colorazione blu petrolio. Neppure quella, dice, è davvero nuova: è sul tavolo da disegno da quasi nove anni.

Per qualcuno che ha passato l’intera intervista a sostenere che non bisogna produrre continuamente cose nuove, la distinzione evidentemente conta. Okapa può cambiare dimensioni e colore. L’oggetto, insiste, deve continuare a essere immediatamente riconoscibile.

A questo punto emerge un problema piuttosto evidente nello scrivere di Hardy Steinmann: l’entusiasmo è contagioso. Passate due ore con un uomo capace di parlare di un perno in titanio con l’intensità normalmente riservata a un’opera d’arte e, alla fine, resistere diventa difficile. Mi rendo conto che alcune parti di questa storia potrebbero sembrare sospettosamente entusiaste nei confronti di una bottiglia da 350 dollari. Ero sospettoso anch’io.