Con i funerali di Stato di Ratko Mladić, il “macellaio di Srebrenica”, celebrati oggi, 7 settembre, a Belgrado, la memoria dei Balcani torna a fare i conti con i suoi fantasmi. Anche tra i figli della diaspora. Come Alen Đokić: affilati tratti est europei e accento romano, nato nella Capitale nel 2000 da uno dei primi rifugiati fuggiti dalla guerra in Bosnia. Nel 2021, con lo pseudonimo di Doppelgänger, ha trasformato quella doppia identità in un manifesto rap. Risponde a La Stampa da Sarajevo, la voce ancora roca per il live della sera prima. Đokić è tra i primissimi della Gen Z a dare voce alla diaspora balcanica, raccontando senza filtri il corto circuito di chi si sente «troppo italiano per la Bosnia e troppo bosniaco per l’Italia».
Chi era Ratko Mladic, il macellaio di Srebrenica e perché la sua condanna ha cambiato la storia

Come ha accolto la notizia dei funerali di Stato per Mladić?
«Con una profonda delusione. Non mi aspetto nulla dai politici serbi, perché mi fanno ribrezzo, ma la mia delusione è per la gente: per quei serbi buoni che hanno preferito stare in silenzio e per chi ha deciso di idolatrare un criminale di guerra. Fino a quando ci saranno madri che dicono ai figli che un uomo del genere è un eroe, quel Paese non andrà mai avanti».
In casa come le sono stati raccontati quegli anni?
«Per un bambino dei Balcani è normalissimo crescere con i racconti della guerra. I miei genitori me ne hanno sempre parlato in modo realistico raccontando di Mladić, Milošević, Karadžić, Srebrenica, della Republika Srpska e della Federazione Bosniaca. Ma anche di ciò che accadeva nei paesini dimenticati, come Kotor Varoš, vicino a Banja Luka, da cui proviene la mia famiglia».
Cosa succedeva lì?
«Cose atroci. Donne tenute nei casolari per essere stuprate, persone arrotolate nei tappeti e bruciate vive nelle moschee. Proprio per la gravità di questi racconti, mi fa rabbia vedere europei occidentali venire due giorni a Sarajevo, leggere un paio di libri e credere di poter rinarrare la nostra storia. Sono semplici topi da biblioteca. La mia musica nasce anche da qui: dalla necessità di riprendermi la parola e raccontare chi siamo con la nostra voce».
Ad esempio, nel suo brano Peekaboo parla dei presunti “safari umani” a Sarajevo.
«Parliamo di orrori di cui in Europa si sa pochissimo, dove Srebrenica è soltanto la punta dell’iceberg. In Bosnia si sapeva da anni del safari umano: stranieri che pagavano fior di quattrini per sparare sui civili come se fosse una battuta di caccia».
Crescere in mezzo a questi racconti di violenza non rischiava di trasmetterle odio?
«I miei genitori sono stati straordinari in questo: non mi hanno mai insegnato a odiare. Mi hanno sempre ricordato che ci sono stati tanti serbi che ci hanno aiutato. E poi ci sono gli italiani: la mia famiglia mi ha trasmesso una profonda gratitudine verso questo popolo che, soprattutto qui a Roma, ci ha accolti a braccia aperte».
Anche se alcune inchieste affermano che tra i cecchini del “safari umano” ci fossero degli italiani?
«Il fatto che tra quei mostri ci fossero degli italiani non cambia il mio amore per l’Italia: non giudicherò mai tutto un popolo per colpa di pochi fascisti. Vorrei scrivesse proprio questo termine: fascisti».
Perché fascisti?
«Perché per me, chi gode nel veder morire persone percepite come “diverse”, chi prova gioia nell’uccidere altri esseri umani, nel vedere la guerra e il dolore altrui, può essere chiamato solo con questo nome».
Dai suoi brani si percepisce che questo amore per l’Italia convive con il legame viscerale con la Bosnia. Non si sente costantemente diviso a metà?
«C’è una mia canzone in cui dico: “Siamo come la Jugoslavia, divisi e tutti a pezzi”. Per me è la metafora perfetta della nostra identità. Noi ragazzi della diaspora ci sentiamo spezzati dentro: sospesi tra le estati in Bosnia e la vita dove siamo cresciuti. Può sembrare una cazzata, ma un esempio perfetto sono state le qualificazioni per i Mondiali, Italia contro Bosnia: il mio derby. È stato come scegliere tra mamma Roma, che mi ha nutrito e cresciuto, e majka Bosnia, che non mi ha potuto dare tutto semplicemente perché non lo aveva».
In Diaspora e Cuore a metà racconta proprio questo limbo. Come ci si convive?
«Ci provi fin da piccolo. Qui a Roma sei “il bosniaco”, ma quando torni al paese diventi “il diaspora”, preso in giro perché parli male la lingua. Alle scuole elementari e medie ti senti solo: tutti festeggiano il Natale, ma quando arriva il Bajram nessuno sa cosa sia. Persino sulla mia religione la gente rimaneva spiazzata, perché non concepiva l’esistenza di musulmani bianchi».
E come veniva percepito quando tornava nei luoghi d’origine della sua famiglia?
«A Kotor Varoš venivo trattato come “l’italiano ricco”, anche se a Roma eravamo una semplice famiglia medio-bassa. Ma lì attorno vedevo solo case sventrate e bambini in povertà. Così ho capito cos’era la guerra: a cinque anni chiedevo a mia madre perché non potessi correre al parco e lei mi rispondeva: “Perché ci sono le mine per far saltare in aria le gambe alle persone”».
Come si risolve un dilemma identitario di questo tipo?
«Col tempo capisci che non è una condanna e che non devi scegliere. Noi delle seconde generazioni abbiamo la possibilità di reinventarci, prendendo il meglio e il peggio di entrambe le culture per crearne una nostra. Alla fine ho capito che sono entrambe le cose: e da romano e bosniaco insieme, sono doppiamente testardo e orgoglioso».
Sente una responsabilità nei confronti dei ragazzi che vivono la tua stessa storia?
«Sì, moltissimo. Nel rap italiano siamo in pochissimi a raccontare la diaspora dei Balcani (Đokić è il più noto, Ndr.). Quando ho iniziato a far uscire i miei brani, molte persone hanno cominciato a scrivermi: “Mi hai cambiato la vita, ascoltando la tua canzone ho capito chi sono”».
Guardando alla Bosnia di oggi, com’è la convivenza tra culture?
«Nella vita di tutti i giorni l’eredità della guerra non si sente più. Le divisioni restano bloccate nei palazzi della politica, ma tra la gente comune nessuno giudica il tuo nome. A Kotor Varoš conviviamo al 33% tra musulmani, ortodossi e cattolici: le persone hanno capito che le divisioni etniche erano solo cazzate».
Crede che la Gen Z riuscirà a superare i traumi dei genitori?
«Sono ottimista. Le nuove generazioni hanno capito quanto siano state ridicole e manipolate le classi politiche del passato. Questo non significa dimenticare: è una banalità, ma la Storia va studiata proprio per non ripetere gli stessi errori. Purtroppo c’è ancora una parte di ragazzi condizionata dai racconti dei genitori che alimenta un odio assurdo. Spero che quel vecchio nazionalismo muoia presto».