di
Laura Antonini

Nato a Poggibonsi nel 1987, specializzato in ritratti, da 18 anni porta avanti il curioso progetto «Daniela, ritratto di mia madre»

È stato uno degli ultimi fotografi a regalarci alcuni ritratti dell’attore e poeta Carlo Monni, scattati sul set de L’ornitorinco, l’ultimo film autoprodotto e rimasto incompiuto che vedeva protagonista proprio l’artista di Campi Bisenzio. Niko Giovanni Coniglio, classe 1987, di Poggibonsi, una laurea con lode a Siena e diploma in fotografia all’accademia di Brera a Milano, è un professionista della fotografia specializzato nei ritratti dai progetti personali e sempre originali. Tante le collaborazioni con artisti da Giovanni Caccamo ai Gatti Mézzi, da Arisa a Giorgio Faletti, ma anche aziende e marchi della moda e tanti i portfolio, i premi e i concorsi (si è aggiudicato il Px3, Prix de la Photographie de Paris nel 2025 e 2016, ma anche l’International Photography Awards e One Eyeland Awards) come quello che cattura l’attenzione di chi, anche non addetto ai lavori, si ritrova a scorrere la sua pagina Instagram.

Capita così di vedere con ricorrenza fotografata una signora con i capelli bianchi e gli occhi chiarissimi, talvolta  vestita in modo originale talvolta scopre parti del corpo. Ora è immersa in paesaggi urbani ora in contesti domestici ora in scene bucoliche o distopiche. È Daniela la madre di Niko Coniglio e questi scatti sono il frutto di un lavoro che va avanti dal 2009, dal titolo, Daniela, ritratto di mia madre.



















































Un lavoro che lo stesso fotografo definisce il progetto della vita. La particolarità non sta solo nella continuità ma anche nella missione del progetto che cerca di restituire con l’arte dello scatto la complessità del loro rapporto. Niko Coniglio ha infatti trascorso parte dell’infanzia con i nonni e quindi con una famiglia in affido a San Gimignano recuperando quindi il rapporto con la madre in età più adulta. «Ho iniziato a fotografare mia madre per imparare a usare la macchina fotografica – racconta – Ho continuato a farlo per trascorrere del tempo con lei. Continuo a fotografarla per testimoniare e raccontare la nostra storia. La fotografia è una sorta di ponte nel nostro rapporto e mi aiuta a conoscerla. Non intendo dire che la fotografia possa colmare il vuoto comunicativo tra noi. Trascorrendo più tempo con mia madre, ho capito che la nostra relazione si carica delle difficoltà e delle contraddizioni della vita. Ciò che voglio dire è che la fotografia rappresenta uno dei pochissimi momenti di contatto e di confronto tra noi».

Ed ecco la signora Daniela in costume e cappello di paglia in piedi tra le spighe di grano di un campo nella campagna senese, come una tennista su un campo di terra battuta, intrappolata sotto una catasta di legna o davanti ad un grande centro commerciale con in bocca un lecca lecca che lascia cadere dalle sporte della spesa un carico di dolciumi. «Nel mio progetto rappresento situazioni o eventi della vita di mia madre, ma anche quelli che hanno avuto un impatto diretto su di me, oltre alle mie esperienze familiari. A volte cerco semplicemente di mettere in scena situazioni che diventano realtà, ricordo ed esperienza proprio nel momento in cui le fotografo. Mi piace lasciare libere le persone di vedere però nei miei scatti quello che desiderano, di creare la propria storia senza necessariamente conoscere la mia. Non amo spiegare le immagini. Come mi diceva Oliviero Toscani, un’immagine deve parlare da sola». 


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7 settembre 2026 ( modifica il 7 settembre 2026 | 14:29)