di
Gianluca Mercuri
Hans-Thomas Tillschneider è l’autore del «Manifesto di Magdeburgo», il programma politico più estremo che la Germania post-bellico abbia mai visto. Dallo studio dell’Islam («incompatibile» con l’Occidente) all’amore per la Russia, ecco le fondamenta ideologiche del trionfo politico dell’AfD
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Il frontman locale è Ulrich Siegmund, «la popstar dell’AfD», come lo chiama la stampa tedesca. Ma per capire il successo dell’estrema destra in Sassonia-Anhalt, e perché l’esito delle elezioni in un Land della Repubblica federale possa terremotare l’Europa, oltre che il prossimo probabile premier regionale bisogna studiarsi il suo punto di riferimento ideologico.
Hans-Thomas Tillschneider è il guru del partito, l’uomo che ne ha scritto il programma regionale che è già oggetto di studi da parte degli esperti di estremismo e populismo in tutto il mondo. Perché nessuno è riuscito a codificare in modo così completo tutti i tic del vecchio che arretra, antitesi al nuovo che avanza e perciò molto più travolgente. Il «Manifesto di Magdeburgo» (ne hanno parlato Elena Tebano sulla Rassegna del 1° settembre e Mara Gergolet qui) ha tutto quello che le destre estreme del mondo, e anche quelle apparentemente meno estreme perché ben truccate o costrette a truccarsi dagli improvvisi obblighi di governo, vogliono fare appena possono. L’obiettivo esplicito è infatti trasfrmare la Sassonia-Anhalt nel «laboratorio di una guerra culturale contro il consenso liberale e democratico» su tutti i fronti sociali, dalla scuola alla famiglia, e politici, dall’immigrazione alla politica estera. Per Sven Leunig, politologo dell’Università di Jena, «si tratta di un programma conservatore-reazionario che propone di fare un passo indietro rispetto a 20-30 anni di progressi sociali, dal riconoscimento della comunità LGBTQ+ ai diritti delle donne. Sostiene una posizione fortemente anti-immigrazione e nega l’urgenza di intervenire sul riscaldamento globale».
Ma è la politica estera la cartina di tornasole che, con gli invevitabili agganci all’attualità più stretta, svela sempre tutto e subito. Infatti i tedeschi conoscono Tillschneider già da qualche anno, esattamente dal 2022. I russi avevano appena invaso l’Ucraina, quando lui decise di rompere immediatamente il fronte della solidarietà con il Paese aggredito e andò direttamente a Mosca per esprimere tutta la sua vicinanza a Putin. E sarebbe andato anche nel Donbas occupato se i vertici del suo partito non ci avessero visto una mossa eccessiva perfino per i loro standard. Il cerchio si chiude con le proposte del Manifesto per oggi, quattro anni e mezzo dopo: fine delle sanzioni contro la Russia, profughi ucraini da trattare come gli altri e senza corsie preferenziali, più russo nelle scuole. Un amore, quello per la Russia in tutte le sue ossessioni, di cui un giornalista della Bild ha visto la conferma simbolica in una tazza dell’Armata rossa che gli è capitata sotto gli occhi visitando casa sua, cosa che in qualche modo ha imbarazzato Tillschneider visto che poi ne ha sminuito la rilevanza via social.
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Eppure nulla sembrerebbe trattenere questo intellettuale nato nella minoranza tedesca in Romania nel 1978, in piena guerra fredda, e trasferitosi da bambino con la famiglia in Germania Ovest e infine nell’Est post-comunista. Che sia davvero un «avanguardista» del pensiero ultra-conservatore, come ama definirsi, lo dimostra l’interesse precoce per l’Islam, che risale a ben prima dell’«invasione» musulmana su cui sempre più leader politici e intellettuali europei costruiscono e connotano le loro carriere. Agli studi islamici si dedicò fin dai tempi dell’università, tra Friburgo e Lipsia, con tanto di soggiorno a Damasco e tesi su “Le origini dell’ermeneutica giuridica nell’Islam delle origini”. Conoscenze con cui mostra di voler dare basi intellettuali all’inevitabile approdo contemporaneo, l’«incompatibilità» della cultura e della religione musulmane con gli standard europei, che è una delle tesi di successo di questi anni negli editoriali e nei comizi, e pazienza se scardina le costituzioni nel loro affannarsi retrò a evitare in partenza discriminazioni di massa e colpevolizzazioni collettive.
Ecco, la colpevolizzazione collettiva, soprattutto nel suo perpetuarsi, è quella che secondo Tillschneider la Germania si è autoinflitta e di cui ora deve sbarazzarsi. La Erinnerungskultur, la cultura del ricordo che è stata la base politica e morale della democrazia tedesca, per lui è solo un servizio reso alle élite globaliste che vogliono soggiogare il Volk, il popolo tedesco. Così, non sorprende che dieci anni fa sia stato tra gli esponenti più attivi di Der Flügel (l’ala), il movimento che contestò il Memoriale di Berlino per gli ebrei assassinati, definito «un monumento alla vergogna». Non arriva alla grossolanità di negare la Shoah, semplicemente specula sull’urgenza inconscia di cambiare discorso, dice che è ora di parlare d’altro, «spostare l’attenzione», riscoprire «la gioia di essere tedeschi», che viene da un passato non riducibile al più grande crimine (quello sì collettivo) della storia. Certo che bisogna parlare del Terzo Reich a scuola, dice Tillschneider, ma non come prima, non quanto prima: «Voglio lezioni di storia di qualità. E le lezioni di storia di qualità trasmettono il senso dell’alterità del passato». Il passato «altro» è passato davvero, se non scordato va ridimensionato. Insomma, «vuole meno Hitler e più Bismarck», dice il politologo Jan Niklas Reiche, riassumendo perfettamente il tasto dell’orgoglio nazionale ferito su cui ancora una volta la destra tedesca, come tra le due guerre, sta costruendo le sue fortune. Un’eco, quella del discorso nazista, che riecheggia nella polemica contro l’arte «degenerata» e «antitedesca», di cui Tillschneider, come Goebbels, vede l’epitome nella Bauhaus, il movimento artistico e architettonico sciolto esattamente nel 1933.
Insomma, bisogna abituarsi a Tillschneider perché figure come la sua ce ne saranno sempre di più, in tutta Europa. Pensatori che si proporranno come nuovi e fiancheggeranno o ispireranno direttamente gli estremismi, rispolverando un concetto pieno di fascino antico e perciò modernissimo, quello di identità. Che in sé è un’ottima cosa, ma nella visione dei guru come lui ha un presupposto co-essenziale: nemici da sconfiggere, distruggere, cacciare, e guerre culturali che alla prima fiammata possono diventare guerre e basta.
8 settembre 2026 ( modifica il 8 settembre 2026 | 08:08)
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