C’è un filo rosso che lega il Giuseppe Saronni campione a quello che ha continuato a vivere il ciclismo da manager, dirigente e talent scout. Un filo fatto di intuizioni, ambizione e capacità di riconoscere il talento prima che esploda. Lombardo, classe 1957, Saronni è ancora oggi, dopo Fausto Coppi, il campione più precoce della storia del ciclismo italiano: professionista a soli 19 anni, già vincente al debutto e capace di conquistare il primo Giro d’Italia nel 1979, a 21 anni. Una carriera costellata di grandi vittorie, tra cui il Mondiale di Goodwood del 1982, ma anche una seconda vita nel ciclismo, prima come manager e poi come uomo capace di scovare e accompagnare alcuni dei talenti più interessanti del panorama internazionale. Tra le sue intuizioni più importanti c’è senza dubbio quella che porta a Tadej Pogacar. L’8 settembre 2018, a Gorizia, Saronni osservò per la prima volta da vicino quel ragazzo sloveno di appena 19 anni, reduce dalla vittoria al Giro del Friuli con la Ljubljana Gusto Xaurum e dal successo al Tour de l’Avenir. In quello sguardo intravide qualcosa di speciale: “Mi colpirono la faccia da bambino e il carattere da adulto. A 19 anni vidi nei suoi occhi una determinazione feroce“. Pochi mesi dopo Pogacar sarebbe diventato professionista con la UAE Team Emirates, dando inizio alla storia di uno dei più grandi fenomeni del ciclismo mondiale. Oggi Saronni guarda con attenzione anche alla nuova generazione italiana, da Lorenzo Finn a Giulio Pellizzari, senza dimenticare il suo legame con Pogacar e con un ciclismo che, secondo lui, ha bisogno di ritrovare coesione anche fuori dalla strada.
Iniziamo dalla mitica ‘fucilata di Goodwood’: avevi pianificato quello scatto già da qualche chilometro o è stato istintivo?
“La vittoria del Mondiale in Inghilterra nasce un po’ da lontano, dall’aver perso il Campionato del Mondo l’anno prima, in malo modo, a Praga. In quegli anni gli avversari erano praticamente tutti capitani e il buon Alfredo Martini voleva metterci d’accordo in Nazionale, ma chiaramente non era facile. Perdemmo quel Mondiale per mezzo metro e io avevo il dente avvelenato, anche perché la squadra non aveva fatto quello che doveva fare. C’era poi un grande dispiacere nei confronti dei tifosi italiani che venivano a vederci e che si aspettavano tanto da noi. Avevamo quindi anche un dovere morale nei loro confronti. Inoltre, un mese prima, i nostri fratelli del calcio avevano vinto il Mondiale e sarebbe stato bello poter fare altrettanto. In Inghilterra, invece, è andato tutto nel modo migliore. Io stavo bene e la squadra si è comportata divinamente, con Francesco Moser che mi ha tenuto coperto fino a quasi il traguardo. Per l’ultimo chilometro avevo detto alla squadra che ci avrei pensato io. Era un finale impegnativo, con una salita all’8-10%, e volevo partire prima della curva. Poi scattò Lemond e decisi di sfruttare un po’ il suo lavoro: stava andando a prendere un suo compagno di squadra e probabilmente si è trovato davanti anche al sano antagonismo. Quindi sì, diciamo che la mia azione era abbastanza programmata”.
Quanto il racconto del grande Adriano De Zan, con l’indelebile ‘Saronni è solo!’, ha contribuito a creare il mito di quel giorno?
“Ci sono diverse situazioni che hanno reso spettacolare l’arrivo di quel Campionato del Mondo. Le riprese televisive, con le telecamere posizionate dopo la curva, dove avevo una velocità impressionante, e poi la telecronaca della voce del ciclismo, Adriano De Zan. Ma ancora di più Felice Gimondi che commentava insieme ad Adriano l’arrivo. È stato qualcosa di eccezionale. Quella frase, “Saronni è solo!”, è rimasta nella storia e ha contribuito sicuramente a rendere ancora più indimenticabile quella vittoria”.
Nonostante fosse un percorso adatto alle tue caratteristiche, come mai non è mai davvero sbocciato il feeling con la Liegi-Bastogne-Liegi?
“La Liegi è una corsa che mi piaceva tantissimo, una delle Classiche più importanti. Questo è uno dei grandi rammarichi che mi porto dietro, perché nel mio palmarès manca una Liegi e c’è soltanto un secondo posto. È una di quelle corse che avrei voluto vincere”.
Qual è oggi il tuo rapporto con Francesco Moser?
“Quando Francesco sente i miei racconti, invece di sorridere e prendere tutto con una certa dose di ironia, si arrabbia. Sono passati tantissimi anni, ma ancora oggi non accetta certe cose. Francesco è l’unico che non si ricorda delle spinte in salita da parte dei tifosi. Sicuramente non era una bella immagine, ma oggi ci possiamo ridere sopra. Lui, invece, non accetta ancora questi discorsi o cose simili. Un’altra chicca è stata leggere il suo libro. Io i suoi libri li leggo, lui i miei no! Dice che in carriera ha vinto 290 corse, ma io, volendo trovare il pelo nell’uovo, gli dico che ne ha vinte 130: il resto sono circuiti, kermesse, gare a invito, quindi non corse ufficiali. È necessario fare una distinzione, ma lui queste cose non le accetta. Io mi diverto, perché so che se la prende e quindi mi piace punzecchiarlo. Diciamo che la lotta continua, anche a distanza di tanti anni”.
L’assenza di Pogacar alla Vuelta sta facendo comprendere quanto questo corridore sia diventato importante per il ciclismo, nonostante il suo dominio. Condividi?
“Assolutamente. Devo essere sincero: a volte, quando non c’è lui, la corsa diventa più aperta, c’è più lotta e quindi anche più interesse. Però, anche se Tadej è nettamente superiore, è impossibile dire che non regali spettacolo. Non si può non riconoscere il suo valore”.
Cosa ne pensi del percorso di Lorenzo Finn?
“Secondo me sta facendo il percorso giusto, con calma e senza bruciare le tappe. Sarà interessante vederlo anche il prossimo anno nel World Tour, perché sarà un passaggio importante della sua crescita”.
E quale pensi possa essere una gestione ottimale di Finn nel suo primo anno da professionista nel 2027? Solo brevi corse a tappe o anche un Grande Giro?
“Dipende molto da come si sentirà lui. I ragazzi di oggi e le squadre hanno tutte le possibilità per valutare se un corridore è pronto per affrontare un Grande Giro. Lasciando da parte gli strumenti e i dati che hanno a disposizione, alla fine dipenderà anche dalla volontà e dalla convinzione del corridore. È importante che sia lui per primo a sentirsi pronto”.
Secondo te Pellizzari ha prospettive da capitano nei Grandi Giri?
“Pellizzari lo abbiamo seguito con grande interesse e speranza, però deve ancora migliorare per poter essere protagonista nei Grandi Giri. I grandi campioni come Pogacar e Vingegaard caleranno nelle loro performance tra qualche anno e quindi tutti questi ragazzi giovani possono rappresentare il futuro. Hanno anche il grande vantaggio di poter crescere in questa era di campioni, confrontandosi con i migliori e imparando da loro”.
Saranno Finn e Seixas a creare le prime crepe nella dittatura di Pogacar?
“Per lo spettacolo e per il ciclismo me lo auguro, ma è chiaro che io simpatizzo per Tadej per tanti motivi. A me è sempre piaciuto anche Vingegaard, lo trovo un grande corridore. Tadej, dopo l’incidente della Vuelta, dovrà prestare attenzione. La clavicola può capitare, ma mi pare di aver capito che la frattura sia importante e dovrà quindi fare molta attenzione, perché in caso di un’altra caduta potrebbero esserci dei problemi. In un ciclismo in cui il pericolo è dietro ogni curva, una situazione del genere può condizionare le performance e soprattutto l’aspetto mentale di un corridore. Oggi, nelle prestazioni degli atleti, anche un calo di una percentuale per qualsiasi motivo può condizionare il rendimento”.
Quanto accaduto tra Lega e Federazione non fa bene al ciclismo italiano. Qual è il tuo pensiero in merito?
“Purtroppo è una situazione non bella per il nostro ciclismo. Ci vorrebbe più coesione, con obiettivi e interessi comuni. Da ex vicepresidente di Lega, per me è un peccato, perché sia il presidente Dagnoni sia il presidente Pella hanno delle qualità. Tutti e due insieme possono fare delle cose importanti. Il problema è riuscire a farli andare a braccetto. Ho cercato anch’io di mediare e di trovare delle situazioni con obiettivi comuni, ma al momento non vedo un grande successo. Mi auguro però che possano riuscire a lavorare insieme per il bene del ciclismo italiano”.