di
Lorenzo Cremonesi
Inverni sempre più miti permettono ai pescherecci di uscire tutto l’anno: il riscaldamento globale qui si tocca con mano
ILULISSAT (Groenlandia) – Sono blocchi di ghiaccio immensi, visti dalle colline coperte di licheni e graniti affacciate al fiordo di Kangia sembrano montagne innevate molto solide su cui sarebbe possibile camminare per intere giornate. E invece hanno fondamenta precariamente liquide e attorno a loro vige il caos incerto di un universo in disfacimento. Anche gli iceberg più maestosi in realtà galleggiano insicuri sul mare profondo appena sotto i loro picchi dall’equilibrio instabile e verso la fine del golfo si frantumano in mille pezzi più piccoli destinati a sciogliersi nell’acqua.
Lunedì 7 settembre 2026: da quattro giorni sono arrivato nel porto di Ilulissat sulla costa occidentale della Groenlandia, dopo circa un mese e mezzo di navigazione, e il senso di incerta fragilità che mi ha accompagnato sin dalla partenza in Alaska non ha fatto altro che ingigantirsi. Quando ero a bordo di Lifexplorer valutavo fosse connaturato alla dinamica del nostro viaggio con una barca a vela di 16 metri sulla rotta insicura del Passaggio di Nord-Ovest. Specie nelle prime due-tre settimane la banchisa polare in disfacimento verso il Pacifico ci bloccava la via. Per qualche giorno parve persino impossibile poter passare. Un momentaneo malessere alla schiena sino al nervo sciatico e la mancanza di moto costretto a bordo non facevano che incupire il morale. Ma adesso, che sono tornato a camminare, e lo faccio nell’allegria alimentata dalla sensazione del corpo che finalmente suda e fatica lungo l’incanto dei fiordi groenlandesi, mi rendo conto che in gioco ci sono elementi molto più profondi e complessi. Prima di tutto il dramma epocale del riscaldamento climatico globalizzato.
L’Artico è il luogo privilegiato per valutare il ritiro dei ghiacci, l’impatto sull’ambiente, l’apertura in tempi brevissimi di enormi tratti di mare, con effetti diretti su flora e fauna che le decine di persone incontrate tra Nome e Ilulissat mi hanno spontameamante confermato riferendosi direttamente alle storie delle loro vite. C’è poco da obiettare quando un qualsiasi abitante di queste coste ti racconta, come del resto mi dicevano in Alaska e in Canada, che quando era ragazzino, meno di quattro decadi fa, il mare ghiacciava quasi 5 mesi in pieno inverno per oltre un metro e mezzo di profondità e si poteva pescare soltanto facendo i caratteristici buchi sulla banchisa, mentre adesso i pescherecci escono 12 mesi all’anno. Sono cambiamenti che abbiamo visto anche noi sulle Alpi. Non serve correre troppo indietro.
La generazione che frequentava la montagna negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso incontrava paesaggi, temperature e situazioni ambientali che tutto sommato non erano troppo diversi da quelli dei suoi nonni e bisnonni. Certamente c’erano stati forti «ritiri» dei ghiacciai rispetto alla metà dell’Ottocento, ma poi si erano riproposte alcune piccole glaciazioni. Le vette durante la Prima Guerra Mondiale si erano ammantate di bianco come raramente era avvenuto nei decenni precedenti; le valanghe allora avevano ucciso migliaia di soldati, e ancora negli anni Cinquanta c’erano stati periodi di neve e freddo glaciale. Però, già ben prima del nuovo millennio la situazione è stata stravolta in modo radicale. Interi ghiacciai e nevai sono scomparsi o stanno sparendo nell’arco di un pugno di stagioni. Il Bernina, come del resto l’Adamello, la Marmolada, larghe aree del Monte Bianco e del Monte Rosa sono ormai diventati morene instabili e polverose. Noi nati nel dopoguerra possiamo testimoniarlo: abbiamo personalmente visto il prima e il dopo. Ci sono intere pareti e «vie» di salita considerate classiche quando eravamo giovani che adesso sono assolutamente impraticabili a causa delle frane e l’instabilità delle rocce non più trattenute dal permafrost.
A maggior ragione, gli abitanti delle regioni artiche propongono racconti simili moltiplicati però all’ennesima. E ne consegue un secondo motivo di grande incertezza e sconforto: non sappiamo che fare, come reagire. La via naturale sarebbe quella della cooperazione internazionale per affrontare questioni di pressante interesse globale. Conosciamo il rimedio, però la realtà politica e geostrategica lo rende impossibile. Anzi, ancora peggio, la nuova competizione globale nell’era di Donald Trump e Vladimir Putin ci allontana da quei medesimi organismi di controllo sovranazionale che erano stati istituiti dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Per gli europei il dilemma è evidente: abbiamo tra noi forti movimenti ambientalisti che vorrebbero ridurre l’inquinamento e creare vaste zone protette e tuttavia ci troviamo anche nella condizione di dovere competere con Stati Uniti, Russia e Cina per mantenere il nostro «posto al sole» nell’Artico. Ritirarsi dalla gara non salverà i ghiacci, ma semplicemente garantirà ad altri il dominio sulle risorse economiche, delle rotte commerciali e delle basi militari. In poche parole: la necessità di limitare i cambiamenti climatici si scontra con quella del controlli militare, economico e politico su quelle stesse regioni che vorremmo porre in salvo.
Ma l’Europa annaspa, rischia di perdere l’accesso all’Artico proprio nel momento in cui le sue acque e i fondali diventano sempre più accessibili. L’ennesimo segnale d’allarme è giunto il 29 agosto 2026 (meno di una settimana dal momento in cui scrivo queste pagine) dal «no» del 52,8 per cento del voto degli islandesi per il referendum riguardo alla proposta di riprendere i negoziati di adesione all’Unione Europea. Punto cruciale rimane il controllo sulla pesca, che secondo gli elettori deve restare un monopolio nazionale contro l’accesso ai pescherecci europei. Lo stesso decisero i norvegesi nei due referendum del 1972 e 1994, che appunto votarono contro l’adesione. E lo stesso valutano i poco più di 55.000 abitanti della Groenlandia. Nel 1973, quando il Paese era pienamente assoggettato alla Danimarca, la scelta di Copenaghen di entrare nella Comunità Economica Europea era stata imposta d’ufficio. Ma dal 1979 la Groenlandia ha ottenuto l’autogoverno e nel 1985 si è staccata dall’Europa proprio per garantirsi il monopolio sul proprio pescato e sul ricco potenziale dell’industria ittica.
Negli ultimi due giorni Ursula von Der Leyen (6 e 7 settembre) è venuta a Nuuk e in visita ad alcune zone di ghiaccio in via di scioglimento proprio per sottolineare il desiderio di Bruxelles di mantenere l’integrità territoriale dell’isola in risposta alle minacce di annessione da parte di Donald Trump. La Presidente della Commissionme Europea ha visto il premier Jans-Frederik Nielsen in compagnia della collega danese Mette Frederiksen. Punto centrale: lo stanziamento di 200 milioni di Euro mirati a migliorare i collegamenti digitali locali, sviluppare l’energia pulita (solare, eolico) e l’incremento della cooperazione strategica nel sistema minerario. Il segnale a Washington è netto e chiaro: l’Europa non intende lasciare la Groenlandia agli Stati Uniti.
Tutto questo ha però fortissimi limiti. La crescita della destra europea, la diversità delle posizioni nei confronti della Russia di Vladimir Putin e della sua guerra contro l’Ucraina, e in generale le deficienze strutturali nei meccanismi di governo della Ue, paralizzano la politica estera di Bruxelles. Non è certo una novità, comunque ormai si evidenzia anche nei confronti della questione artica. Visto dalla Groenlandia il nodo appare ancora più complesso. La ventina di persone che ho incontrato a Ilulissat e nei villaggi vicini si è detta in generale assolutamente contraria a venire fagocitata dagli Stati Uniti e però, allo stesso tempo, appare decisa a staccarsi dalla Danimarca per arrivare, in un futuro ancora non ben definito, alla totale autonomia politica, economica e persino militare.
«Non voglio affatto essere americana. Se Trump dovesse rubarci il nostro Paese potrei decidere di rifugiarmi in Danimarca, dove risiede una parte della mia famiglia, e ciò nonostante un ramo dei miei avi sia americano. Uno di loro era Matthew Henson, che fece addirittura parte della spedizione di Robert Peary», dice la 31enne Nive Henson, che lavora all’ufficio informazioni turistiche tra le casette colorate di Ilulissat. Nive è fiera del suo antenato, tanto che apre subito Wikipedia per mostrare la sua storia: un nero americano nato nel Maryland nel 1866 che per quasi 23 anni affiancò Peary nei suoi tentativi di raggiungere il Polo Nord, sino a quello controverso del 1909, quando dichiarò di esserci riuscito e da tempo è però messo seriamente in dubbio.
Pareri molto simili sono espressi da altri cittadini locali, che in ottimo inglese si dicono ossessionati dal timore di essere «colonizzati». «Non siamo americani e neppure europei, in sostanza vorremmo che venga rispettata la nostra identità Inuit», è la risposta più comune. Coloro che vivono di turismo vedono un futuro roseo. Le crociere crescono esponenzialmente. Quest’anno a Ilulissat hanno gettato l’ancora almeno 72 grandi navi. I caldi torridi del Pianeta alimentano l’industria delle vacanze tra gli iceberg e le nebbie del Nord. I prezzi sono alle stelle. A Nuuk d’estate è difficilissimo trovare stanze libere, se non per centinaia di euro a notte. La ricchezza sembra garantita e ditro l’angolo: ogni anno vengono costruiti nuovi alberghi. Secondo Lars, un medico all’ospedale locale, gli abitanti tuttavia non si sentono ancora pronti a sostenere da soli la propria indipendenza, specie a fronte delle mire americane sul loro Paese, ma nel lungo periodo la Groenlandia vorrà rendersi completamente autonoma. «Qui abbiamo costruito il nuovo aeroporto destinato ad accogliere un numero crescente di turisti. Nuuk ha voluto farlo senza alcun sostegno straniero, sebbene la Cina avesse promesso finanziamenti faraonici», sottolinea.
Anche il 47enne Karl Sandgreen, che dal 2024 dirige il nuovo Centro di Studio dei ghiacciai alla periferia del centro urbano, sostiene la necessità dell’accesso graduale alla sovranità nazionale. «Non credo che io vedrò mai l’indipendenza del nostro Paese, ma sono certo che mia figlia potrà goderne. Per adesso posso giudicare che l’effetto più positivo di breve periodo delle pressioni di Trump sia che Copenaghen sta aumentando i finanziamenti per rafforzare il proprio controllo. Ma più avanti potremo senza dubbio farne a meno», spiega. Tuttavia, la sua vera preoccupazione resta lo scioglimento dei ghiacci. «Noi lo vediamo ogni anno sempre più accentuato. Da quando ero giovane i nostri stili di vita sono completamente mutati. Il grande ghiacciaio di Sermeq Kujalleq, qui a poche centinaia di metri da noi, è tra i massimi produttori di iceberg che poi vanno nella Baia di Bering e scendono verso il Labrador e l’Atlantico. Il suo ritiro è di centinaia di metri di stagione in stagione. E il mare di fronte alla baia di Ilulissat adesso è accessibile tutto l’anno. L’economia risulta completamente stravolta. Un esempio? Sino a trent’anni fa avevamo oltre 10.000 cani da slitta per i nostri pescatori e cacciatori, oggi sono ridotti a meno di 3.000 e vengono sostanzialmente utilizzati per portare in giro i turisti quando c’è la neve, specie tra marzo e giugno». A suo parere il Centro dovrebbe comunque essere aperto indistintamente a ricercatori di ogni nazionalità. «So bene che la Groenlandia è ambita da tutte le grandi potenze impegnate nella gara per l’Artico. Ma non voglio farmi troppo condizionare dalle mire dei potenti della Terra», spiega, rivendicando la sua indipendente identità Inuit. E conclude: «Noi siamo pronti a cooperare con chiunque. Riceviamo delegazioni di scienziati da tutto il mondo: cinesi, americani, russi, indiani, europei, senza differenze. Chiunque voglia collaborare per cercare di studiare e combattere i mutamenti climatici troverà la nostra piena cooperazione».
8 settembre 2026 ( modifica il 8 settembre 2026 | 11:10)
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