Che cosa accade quando smettiamo di considerare ogni malattia come un fatto isolato e osserviamo, invece, l’insieme delle diagnosi che possono accompagnare una persona nelle diverse fasi della vita? Lo studio pubblicato il 7 settembre su Scientific Reports, basato su circa 45 milioni di ricoveri relativi a 8,9 milioni di pazienti registrati negli ospedali austriaci tra il 1997 e il 2014, offre una risposta importante: con l’età non aumenta soltanto il numero delle patologie, ma cresce soprattutto la complessità delle loro relazioni.

Occorre tuttavia chiarire subito una distinzione essenziale. Una relazione statistica fra due diagnosi non dimostra che l’una provochi l’altra. Lo studio descrive associazioni, cioè condizioni che compaiono insieme più spesso di quanto sarebbe prevedibile, ma non ricostruisce necessariamente una catena di cause ed effetti. È una mappa della multimorbidità, la presenza contemporanea di più problemi di salute, non la cronaca inevitabile del loro sviluppo.

Per costruire questa mappa, i ricercatori hanno rappresentato ogni malattia come un nodo e hanno tracciato un collegamento quando due condizioni tendevano a presentarsi insieme. Il risultato è una rete che, nel passaggio dall’infanzia alla vecchiaia, si allarga e si infittisce. Nelle donne, per esempio, i nodi aumentano da 111 nell’infanzia a 384 nell’età anziana; nello stesso tempo, il numero medio di connessioni per diagnosi passa da 5,01 a 21,78. Questi numeri ci dicono che invecchiare non significa semplicemente accumulare malattie: significa entrare in un quadro clinico nel quale ogni condizione può convivere con un numero crescente di altre condizioni.

Tre sono le considerazioni principali. Innanzitutto, la centralità delle patologie cambia durante la vita. L’analisi individua tre grandi componenti legate all’età, caratterizzate da picchi rispettivamente nella prima infanzia, nella mezza età e nella tarda età. Non esiste dunque una gerarchia immutabile delle malattie: il loro peso all’interno della rete cambia anche in relazione all’età e al contesto clinico nel quale compaiono.

In secondo luogo, alcune diagnosi possiedono una capacità di connessione superiore a quella che la loro sola frequenza lascerebbe prevedere. Nell’infanzia emerge l’anemia da carenza di ferro; nell’età adulta assumono particolare rilievo la dipendenza da nicotina e le dislipidemie, cioè le alterazioni dei grassi nel sangue. Sono condizioni che, nella rete osservata, risultano collegate a molte altre diagnosi. Ciò non significa che siano la causa di tutte le patologie circostanti; significa, piuttosto, che possono segnalare situazioni meritevoli di una valutazione più ampia.

Infine, sovrapponendo alla rete i dati sulla mortalità ospedaliera, gli autori hanno individuato nodi centrali associati agli esiti più gravi: tumori, cirrosi epatica, malattia renale cronica, broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) e scompenso cardiaco. Alcune di queste condizioni emergono come “nodi ponte” nella rete, perché occupano posizioni centrali tra gruppi di malattie caratterizzati da livelli differenti di mortalità. È un’informazione potenzialmente utile per riconoscere i pazienti più fragili, purché non venga trasformata, con un errore tanto frequente quanto pericoloso, in una previsione automatica del loro destino.

Il problema, a questo punto, non è soltanto scientifico. È anche organizzativo. Se le patologie formano sistemi sempre più interdipendenti, soprattutto nell’età anziana, non appare razionale continuare a costruire l’assistenza esclusivamente attorno alla singola diagnosi e a compartimenti separati. Non a caso, l’Organizzazione mondiale della sanità indica la necessità di modelli meno frammentati, integrati e centrati sulla persona. Il paziente con più malattie non è la somma di diverse cartelle cliniche: è una persona nella quale terapie, rischi e fragilità devono essere considerati insieme.

Questo non significa che la ricerca fornisca già un modello definitivo. I dati sono storici, riguardano i ricoveri ospedalieri in Austria e coprono il periodo 1997-2014; non comprendono quindi ogni esperienza di malattia e non garantiscono che la rete attuale coincida con quella osservata. Tali limiti non annullano il risultato, ma ne precisano il valore: lo studio indica dove guardare, non stabilisce una successione obbligata degli eventi.

Quale conseguenza dobbiamo trarne? Innanzitutto occorre sviluppare strumenti capaci di identificare precocemente le combinazioni cliniche più complesse; in secondo luogo bisogna favorire il coordinamento tra professionisti e strutture; infine è necessario trasferire questa conoscenza nella prevenzione e nell’assistenza quotidiana. Alla domanda tradizionale — quale malattia presenta il paziente? — dobbiamo affiancarne un’altra: in quale rete di malattie si trova, o rischia di entrare?

Credo che questa sia la lezione più rilevante dello studio. La conoscenza delle connessioni non deve alimentare paura o determinismo, ma una medicina più vigile, coordinata e responsabile. Curare la persona, non la diagnosi isolata, significa riconoscere la complessità senza arrendersi a essa e trasformare una mappa scientifica in uno strumento di prevenzione, assistenza e dignità.

Gardinazzi Y., March R.G., Ramirez A.M. et al. “Characterization of diseases in temporal comorbidity networks”. Scientific Reports, 7 settembre 2026. DOI: 10.1038/s41598-026-68254-7.

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