C’è un momento, nei primi minuti di The Echo Chamber, in cui il personaggio di Luca Marinelli esce dalla porta di casa. Prima che il personaggio di Alicia Vikander entri dalla stessa porta, l’inquadratura rimane ferma immobile, per quaranta o cinquanta secondi, forse addirittura per più di un minuto. È uno di quei momenti in cui l’illusione del film si rompe. Se stessimo guardando il film in streaming, potremmo pensare a un problema di connessione, se lo stessimo guardando con un amico, magari guarderemmo lui con aria interrogativa. L’illusione si rompe e il regista di The Echo Chamber (Andrea Pallaoro) lo sa, ma accetta questo compromesso per fare una dichiarazione di intenti: per il fatto che la telecamera è rimasta ad aspettare alla porta invece di seguire Marinelli in strada, capiamo che The Echo Chamber sarà girato tutto nella stessa casa. A essere sinceri, è il tipo di intuizione che si accompagna a un po’ di paura. Questo limite auto-imposto può andare a beneficio del film, elevandolo nonostante l’unità di luogo e anzi grazie a essa. Però può anche fare da boomerang e diventare un problema, rendendo il film peggiore: con The Echo Chamber siamo nel secondo caso.
The Echo Chamber è stato presentato in concorso all’ottantatreesima Mostra del cinema di Venezia. Nel cast ci sono Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon. In sala dal 10 settembre con 01 Distribution.
© Indigo Film
È il film tratto da una sceneggiatura, o meglio dall’ultima sceneggiatura, di Bernardo Bertolucci, scritta nel 2018 in una casa simile a quella che si vede nel film. Lo hanno raccontato Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi, che hanno affiancato Bertolucci nella stesura della prima versione, poi acquistata da Indigo Film. Bernardini e Rampoldi, che sono accreditate insieme a Bertolucci, hanno continuato a lavorare al testo, attraverso varie riscritture, dopo la morte dell’autore, quando The Echo Chamber è stato affidato al regista Pallaoro. Il film poi è arrivato a Venezia nella sua veste attuale, piena di riferimenti al cinema e alla vita di Bertolucci, che durante i suoi ultimi anni di vita era anziano e in sedia a rotelle. Questi però sono aspetti superficiali, una buona sceneggiatura è buona anche perché contiene sottigliezze, il giusto equilibrio tra il dire e il non dire, e poi deve restare buona anche alla fine del film, quando la realtà del set spesso impone inevitabili riscritture: come avrebbe affrontato tutto questo Bertolucci?
The Echo Chamber, i temi del film. E i suoi problemi
La domanda viene spontanea perché The Echo Chamber è uno dei film più deludenti di quest’edizione della Mostra del Cinema. Presenta delle linee tematiche chiare, che ad esempio riguardano la capacità del dolore di fermare lo slancio vitale, di dettare il compromesso ideale tra lontananza e vicinanza tra le persone innamorate, di sublimarsi nella creazione artistica come qualcosa di tutto sommato anche utile. Ma questi discorsi volano nell’aria tornando e ritornando (come un’eco appunto) fino allo sfinimento. The Echo Chamber ha un’idea di cinema molto sfuggente. L’intreccio è chiaro: è la storia di un produttore musicale (Marinelli) e del suo amore tormentato con la fisioterapista (Vikander) che lo tiene in cura, mentre lavora al nuovo album di una cantante storicamente di successo (Sarandon). Ma il film è anche pieno di scene che chiedono di essere interpretate (altrimenti non avrebbero nessun senso) e soluzioni di regia (un montaggio che fa avanti e indietro nel tempo) che dicono allo spettatore di farsi una sua idea su quello che il film voglia dire. Naturalmente non si tratta di scelte problematiche a priori, ma oltre che sfuggente l’idea di cinema di The Echo Chamber è anche mal realizzata. Ad esempio il film non sa quando finire: la scena migliore arriva quando i personaggi di Marinelli e Vikander si alternano all’ascolto di una canzone che lei ricollega alla propria infanzia. Sarebbe proprio un bel finale, quello, musicale, emotivamente carico, ma il film continua ad aggiungere, ad aggiungere scene su scene per altri quindici o venti minuti, rilanciando sui soliti temi. In sala qualcuno ha gridato “basta”, qualcuno ha riso quando non ci sarebbe stato nulla da ridere. Sono segnali chiari che qualcosa non va.
Si potrebbe dire che questa coda sul finale sia una specie di eco, come l’eterno ritorno di dolore, amore, arte, dipendenza affettiva e non, quindi si potrebbe dire che il contenuto si specchia nella forma dell’opera, ma forse sarebbe la solita menata da critico e in fondo non salverebbe un film noioso.
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Guardo film e gioco a videogiochi, da un certo punto della vita in poi ho iniziato anche a scriverne. Mi affascinano gli angolini sperduti di internet, la grafica dei primi videogiochi in 3D e le immagini che ricadono sotto l’ombrello per nulla definito della dicitura aesthetic, rispetto alle quali porto avanti un’attività di catalogazione compulsiva che ha come punto d’arrivo alcuni profili Instagram. La serie TV con l’estetica migliore (e quella migliore in assoluto) è comunque X-Files, che non ho mai finito per non concepire il pensiero “non esistono altre puntate di X-Files da vedere per il resto della mia vita”. Stessa cosa con Evangelion (il manga).

