Non si ferma la corsa del prezzo dell’elettricità. Martedì 8 settembre il riferimento del mercato elettrico italiano sale a 224,46 euro per megawattora, contro i 218,93 euro del giorno precedente. Come già abbiamo visto ieri, il picco si concentra proprio quando la produzione fotovoltaica comincia a diminuire e il sistema deve ricorrere maggiormente alle altre fonti programmabili e alle importazioni: questa sera si arriveranno a toccare 349,99 euro/MWh. Un dato che conferma come il caro-elettricità di settembre non sia stato un episodio isolato. Infatti gli italiani stanno pagando mediamente da inizio mese oltre 200 €/MWh, contro i 132,5 €/MWh di giugno, i 157 di luglio e i 180 di agosto.

Come abbiamo visto il problema esplode soprattutto la sera con l’apporto fotovoltaico che scompare rapidamente, mentre la domanda rimane ancora alta. A quel punto entrano nel mercato impianti più costosi, spesso a gas. Con prezzi della materia prima che viaggiano a 73,5 €/MWh, per una centrale a ciclo combinato il costo di produrre elettricità può facilmente superare i 150-180 €/MWh prima ancora di considerare la tassa sull’immissione di anidride carbonica, rendimento e margini dei produttori. Guardando però bene il grafico qui sopra si nota come non sembra esserci una scarsità assoluta di energia. Anzi: sono stati offerti 1,322 milioni di MWh e ne sono stati venduti 982.662; quindi circa 339mila MWh di offerte sono rimaste invendute. Tuttavia il meccanismo di formazione del prezzo dell’energia si fonda su un meccanismo particolare denominato “dei prezzi marginali”. Quando per soddisfare l’ultimo pezzo di domanda serve una centrale a gas molto costosa, quel prezzo tende a diventare il riferimento per tutta l’energia scambiata in quell’intervallo. Lo si evince chiaramente dalle offerte del mercato elettrico raccolte dal Gme: il mercato marginale permette anche a una quantità molto piccola di energia, ma necessaria per chiudere il mercato, di fissare il prezzo per tutta una zona fissando per tutti prezzi molto elevati.
L’esempio dell’1 settembre
Prendiamo ad esempio il caso della formazione del prezzo dell’energia del primo settembre (l’ultimo di cui sono oggi pubblici i dati). Mostra perfettamente il meccanismo che può produrre rendite molto elevate nelle ore di scarsità di offerta. Nelle ore serali, il prezzo dell’elettricità non è stato fissato semplicemente dal costo delle grandi centrali a gas, ma dall’ultima offerta necessaria a soddisfare la domanda in ciascuna zona. I dati Gme mostrano infatti che molti grandi cicli combinati offrivano centinaia di megawatt a prezzi compresi grossomodo tra 150 e 200-220 euro per MWh.
A determinare il prezzo marginale sono state però spesso altre unità. Alle 19, per esempio, in Sardegna un sistema di accumulo Enel ha offerto energia a 239,75 euro/MWh: ne sono stati accettati 43,9 MW e quel prezzo è diventato il riferimento della zona. Nel Nord, nelle ore successive, entrano sul margine anche il pompaggio idroelettrico di Venaus, con un’offerta a 228,70 euro/MWh, e un altro grande sistema di batterie Enel, che alle 20 offre a 238,24 euro/MWh. Sul continente, dopo le 20, i prezzi restano così prevalentemente nell’area dei 236-240 euro. La situazione diventa ancora più estrema in Sicilia, dove i limiti di interconnessione separano la zona dal resto del mercato: tra le 20:30 e le 20:45 bastano 3,2 MW di un’offerta presentata da Banco Energia a 340,82 euro/MWh per fissare il prezzo dell’intera zona; nel quarto d’ora successivo sono invece 39,7 MW della centrale a gas di Giammoro di Duferco, offerti a 312,89 euro/MWh, a determinare il prezzo.
Per l’ex ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda, oggi senatore di Azione, vi sarebbe però una “manipolazione sistematica del mercato elettrico italiano che danneggerebbe pesantemente i consumatori”. Secondo Calenda l’attuale struttura del mercato permetterebbe ai produttori di attuare una strategia speculativa per fissare un prezzo di vendita artificialmente elevato a cifre ben superiori ai reali costi di produzione. In particolare i produttori che vendono energia tratta da fonti con costi marginali bassi, come l’idroelettrico (stimato intorno ai 35-50 €/MWh), possono incamerare profitti eccezionali. Il tutto in assenza di adeguati controlli da parte delle autorità competenti che, secondo Calenda, sarebbero incapaci di fermare quello che viene definito un vero e proprio “inganno ai danni dei cittadini”.
La tematica denunciata da Calenda era al centro anche di un’indagine conoscitiva di Arera che nel luglio 2025 aveva confermato (per il biennio 2023-2024) la presenza di condotte manipolative definite “trattenimento economico di capacità” vietate dal regolamento europeo. Secondo l’autorità alcuni operatori offrivano energia a prezzi artificialmente elevati per non essere accettati dal mercato, riducendo l’offerta reale per far impennare i prezzi finali e gonfiando le bollette degli italiani di oltre 5 miliardi di euro.
A seguito dell’indagine erano stati avviati procedimenti sanzionatori contro alcuni operatori: A2a ha ricevuto una sanzione da parte di Arera per 5 milioni di euro “considerata la rilevanza dei potenziali danni derivati ai consumatori di energia elettrica dalla condotta manipolativa di uno dei primari operatori del mercato”. La società ha giustificato la propria strategia – in un botta e risposta che si è protratto per diversi mesi – per l’ottimizzazione della programmazione del parco elettrico A2A, e recuperare i costi fissi sugli impianti. A Today.it ha annunciato che impugnerà la sanzione presentando ricorso al Tar della Lombardia poiché ritiene “che il provvedimento si fondi su un’interpretazione” erronea del regolamento, mentre non ha voluto commentare le parole del senatore Calenda.
Si tratta del primo procedimento sanzionatorio individuale per trattenimento di capacità, a dimostrazione che l’autorità di vigilanza ha infine deciso di intervenire con poteri sanzionatori concreti. L’esito del procedimento ci dirà quali effetti avrà sul mercato elettrico.