Manca un mese e mezzo a uno dei voti più cruciali che, da qui al prossimo anno, desteranno l’interesse delle cancellerie internazionali, per la portata dirompente che potrebbero avere e per le conseguenze che rischiano di innescare. Il prossimo 27 ottobre Israele chiamerà i propri cittadini al rinnovo della Knesset, il Parlamento nazionale, e di conseguenza alla formazione di un nuovo governo. Il premier in carica Benyamin Netanyahu, che guida un governo di coalizione fortemente spostato a destra (grazie all’appoggio di partiti dichiaratamente razzisti ed estremisti) cerca la riconferma, volendo mantenere il primato – che ha già conquistato – di premier più a lungo in carica nella storia dello Stato di Israele: lo è stato infatti dal 1996 al 1999, poi dal 2009 al 2021, infine dal dicembre 2022, per un totale di 19 anni al potere.

Dall’altro lato, alle urne si presenta un vasto schieramento di partiti e movimenti di opposizione, espressione di diversi leader, con diverse sensibilità, che sono uniti dall’obiettivo di mettere fine alla sua parabola. Nel Paese, infatti, segnalano gli analisti e gli esperti di politica israeliana, si è andati oltre la contrapposizione destra/sinistra. Ora tutta la sfida si riduce a un “referendum” pro o contro Netanyahu.

I sondaggi: testa a testa, nessun blocco avrebbe la maggioranza

Un nuovo sondaggio pubblicato dall’emittente israeliana Channel13 mostra un testa a testa, ma con l’opposizione che perde terreno nei confronti dell’attuale coalizione di governo. Il dato che accomuna tutte le rilevazioni demoscopiche è la mancanza di una maggioranza per governare, con nessuna delle coalizioni che otterrebbe i 61 seggi necessari (su 120 totali). Il sondaggio vede i blocchi pro e anti-Netanyahu con 53 seggi ciascuno, se le elezioni si tenessero oggi; ai partiti arabi andrebbero i restanti 14 seggi. Questo risultato ha segnato un cambiamento significativo rispetto al precedente sondaggio di Channel13, condotto una settimana prima, che mostrava l’opposizione in vantaggio sui partiti pro-Netanyahu con 57 seggi contro 48 (15 seggi per i partiti arabi).

Il cambiamento sembra essere dovuto in gran parte all’ingresso nella Knesset di due nuovi partiti di destra pro-Netanyahu: Popolo d’Israele di Ofer Winter, con quattro seggi, e la fusione dei partiti di estrema destra Sionismo Religioso e Zehut, con sei seggi. Inoltre, il Likud di Netanyahu ha ridotto il distacco dal principale sfidante, Gadi Eisenkot che guida il partito Yashar. La scorsa settimana, Channel13 prevedeva 24 seggi per Yashar e 19 per il Likud. Questa settimana, invece, le previsioni indicano Yashar con 22 seggi, solo uno in più rispetto ai 21 del Likud.

L’ingresso dell’ex parlamentare ebreo Yoav Segalovitz nel partito arabo Ra’am non ha modificato i risultati delle intenzioni di voto, che gli assegnano cinque seggi. Tuttavia, la Lista Unita, a maggioranza araba, ha registrato un aumento di consensi negli ultimi sondaggi, raggiungendo nell’ultima rilevazione i 9 seggi. L’indagine demoscopica ha anche evidenziato un ulteriore calo di consensi per B’Yachad, la lista congiunta guidata dagli ex primi ministri Naftali Bennet e Yair Lapid, scesa da 13 a 12 seggi.

Il leader del partito Yashar Gadi Eisenkot

Il leader del partito Yashar Gadi Eisenkot (Ansa)

Eisenkot, la vera spina nel fianco di Netanyahu

Come si diceva, nel blocco anti-Netanyahu, lo scenario a cui si guarda con più interesse è la novità di Yashar, il partito del favorito Gadi Eisenkot, che ha deciso di allearsi con Chili Tropper, leader di Casa Sionista. Ex capo di Stato maggiore dell’esercito, 66 anni, Eisenkot rischia di essere la vera spina nel fianco di Netanyahu, più dei due candidati potenzialmente più “pericolosi”, Bennett e Lapid, entrambi già premier, che si presentano uniti in un’alleanza elettorale (e, secondo le loro aspettative, di governo). Già ministro senza portafoglio per Netanyahu fino al 2024, prima di fondare il suo movimento nel 2025, Eisenkot si descrive come alternativa moderata e di centro al premier troppo spostato a destra. I detrattori, però, mettono in guardia: la moderazione di Eisenkot sarebbe solo di facciata, dato che la sua visione sulla politica di sicurezza interna ed esterna rispecchia l’impostazione conservatrice ed estremista dettata da Netanyahu ai vertici militari. In più, Eisenkot ha dalla sua la carriera nell’esercito alle spalle e fornirebbe una rassicurazione all’elettorato sulla linea securitaria da seguire.

Il leader del partito Yashar Gadi Eisenkot

Il leader del partito Yashar Gadi Eisenkot (Ansa)

La sorpresa di Winter, che potrebbe togliere voti preziosi a Smotrich e Netanyahu

Intanto, alla vigilia della scadenza dei termini, la maggior parte dei partiti israeliani ha presentato le liste ufficiali dei candidati, una fotografia di premiati ed esclusi dall’atteso voto. Gli ultimi giorni sono stati segnati da colloqui e negoziati frenetici: l’obiettivo, per entrambi i blocchi, era quello di favorire l’unione, anche solo tecnica, dei partiti minori in modo da non disperdere voti preziosi. Nonostante le pressioni, però, alcuni di questi hanno deciso di correre autonomamente. È il caso in particolare di Ofer Winter, l’ex generale che ha fondato il mese scorso il partito di destra Popolo d’Israele, deciso a perseguire una politica di sicurezza intransigente. I sondaggi lo danno in grado di superare la soglia di sbarramento del 3,25%, conquistando 4 seggi. Winter ha resistito a qualsiasi appello a unirsi al Likud o con l’estrema destra di Bezalel Smotrich, quello più in difficoltà tra gli alleati di Netanyahu, ma con il quale condivide il bacino elettorale degli ultranazionalisti religiosi.

“Saremo la sorpresa delle elezioni” ha promesso l’ex generale, presentando la sua lista di 18 candidati. Nel giro di due settimane, Popolo d’Israele è già diventato “un attore significativo sulla mappa politica”, ha sottolineato il leader, assicurando di perseguire “una politica di vera destra e una vittoria militare decisiva su tutti i fronti” oltre all’integrazione della comunità ultraortodossa nelle forze armate.

Il generale israeliano Ofer Winter

Il generale israeliano Ofer Winter (Ansa Foto)

L’altra opzione per il partito di Smotrich era l’unione con Otzma Yehudit del collega di estrema destra Itamar Ben-Gvir: i due, alle ultime elezioni, si erano presentati insieme, per lasciarsi subito dopo l’avvio della legislatura. Ma l’idea, caldamente appoggiata da Netanyahu, è stata respinta dal controverso ministro per la Sicurezza nazionale, resosi protagonista negli ultimi mesi di violente iniziative contro gli attivisti della Flotilla per Gaza, a favore dei coloni della Cisgiordania o contro i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, per cui ha voluto la reintroduzione della pena di morte. Ben-Gvir ha accolto tra le sue fila Tally Gotliv, nota per dichiarazioni controverse e transfuga del Likud, in rotta con il premier.

L'ex soldato Yoav Segalovitz col leader del partito arabo Ra'am, Mansour Abbas

L’ex soldato Yoav Segalovitz col leader del partito arabo Ra’am, Mansour Abbas (Ansa Foto)

Il partito arabo Ra’am candida un ex soldato ebreo, nell’ottica di un’alleanza di governo con Bennet e Lapid

Tra coloro che hanno già presentato la lista ufficiale dei candidati c’è anche il partito Insieme nato dall’unione di Bennett e Lapid, che ha così messo fine alle speculazioni su una sua possibile alleanza con Eisenkot, e il partito arabo-israeliano Ra’am, guidato da Mansour Abbas. Quest’ultimo la settimana scorsa ha annunciato l’ingresso in lista, in seconda posizione, del deputato Yoav Segalovitz, ebreo, ex soldato e alto funzionario di polizia. Decisione che ha indispettito gli altri partiti arabo-israeliani, uniti nella Lista Congiunta, ma che rientra perfettamente nella strategia messa in campo negli ultimi anni da Abbas. Divenuto l’ago della bilancia dopo le elezioni del 2021, il suo sostegno fu cruciale per la formazione del governo Bennett-Lapid e, per la prima volta, un partito arabo prese parte a una coalizione di maggioranza. Ancora oggi, sostenuto da sondaggi che danno entrambi i blocchi nuovamente in una condizione di sostanziale parità, lontani da una chiara maggioranza, il leader di Ra’am persegue lo stesso sogno, e lo dice pubblicamente.

Battaglia polarizzata, in campagna elettorale irrompe l’inchiesta di Haaretz sul warning degli EAU prima del 7 ottobre

La battaglia è molto polarizzata, la campagna elettorale tocca alte temperature. Non potrebbe essere altrimenti: da almeno tre anni, dai feroci attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, con tutto ciò che ne è seguito (la trattativa per la liberazione degli ostaggi israeliani; l’invasione militare di Gaza; l’uccisione di 70mila civili palestinesi; le guerre contro Hezbollah in Libano; i raid in Siria e in Yemen, contro gli Houthi; e, soprattutto, la guerra contro l’Iran, con gli Stati Uniti) hanno cambiato l’immagine di Israele nel mondo per sempre. E, con essa, il giudizio politico sul premier israeliano, accusato di crimini contro l’umanità e di genocidio dalla Corte penale internazionale de L’Aja e per questo oggetto di un mandato di cattura internazionale.

È inevitabile, quindi, che le elezioni che potrebbero decretare l’uscita di scena, almeno temporanea, di Netanyahu, chiamandolo a rispondere di responsabilità di natura politica e giudiziaria (in Israele è imputato in un processo per corruzione) rendono la partita di vitale importanza, non solo per Israele ma per gli equilibri mediorientali e di politica internazionale.

A tutto ciò, si aggiunge la notizia, diffusa oggi da Haaretz, contenente l’inchiesta condotta da due reporter (presto pubblicata in un libro) secondo cui gli Emirati Arabi Uniti avvisarono il primo ministro dieci giorni prima dell’operazione terroristica del 7 ottobre. Il diretto interessato ha replicato, definendole “menzogne”. Ma tutta l’opposizione lo attacca e, da qui al voto del 27 ottobre, continuerà a metterlo sotto accusa.