Nei cieli sopra gli Stati Uniti volano ogni giorno migliaia di aerei canadesi Bombardier, quasi tutti con motori Ge o Honeywell made in Usa e attualmente in servizio nelle flotte domestiche delle compagnie aeree statunitensi. Non è un dettaglio marginale ma pesa, e non poco, sulla minaccia lanciata lunedì dal presidente Usa Donald Trump di bloccare le vendite del costruttore aeronautico di Montreal, che genera negli Stati Uniti circa la metà del proprio fatturato. Una mossa a effetto che ha fatto perdere al titolo il 6,4% in borsa a Toronto, arrivata qualche ora prima che i controdazi studiati da Ottawa venissero attivati. Alla mezzanotte di martedì 8 settembre sono infatti scattate le tariffe del 15%, 25% e 50% sulle merci americane per un valore di circa 20 miliardi di dollari. L’ultimo scambio di colpi tra l’amministrazione Trump e il governo di Mark Carney.

Prima lo squilibrio definito “inaccettabile” tra il dollaro canadese e quello statunitense, poi la tensione sull’energia e sulle risorse naturali usate come “arma contro Washington”. Persino la ridenominazione del lago Ontario come lago America usata per alzare la posta nella disputa commerciale. Non è neppure la prima volta che il tycoon lascia intendere che la sua economia “non  necessita del Canada”. Lo aveva già fatto direttamente appena a fine agosto. Il problema è che gli Usa del Canada hanno bisogno eccome, così come Bombardier non può essere colpita senza conseguenze sulla catena americana di fornitura degli aerei civili. Segno che trasformare un fastidio personale in un attacco alle società da cui dipendono migliaia di posti di lavoro e imprese americane non è esattamente una grande idea.

L’inizio dello scontro risale allo scorso gennaio quando Trump, per dare man forte a un amico che non riusciva farsi certificare in Canada il proprio jet privato, aveva minacciato di non autenticare i jet Global Express e di imporre un dazio del 50% su tutti gli aerei canadesi. L’accusa a Ottawa era di bloccare la certificazione della compagnia americana Gulfstream con produzione in Georgia, rivale della canadese. Non se ne fece nulla, anzi. Il Canada il mese dopo certificò comunque diversi modelli Gulfstream Aerospace. Ma è esattamente da qui che ha preso le mosse l’annuncio di Trump di lunedì sera su Truth. “Basta vendere Bombardier negli Stati Uniti! I loro prodotti non sono abbastanza buoni!” ha scritto Trump in un post sul suo social Truth lunedì. “Se vogliono il nostro mercato, devono costruire qui e smetterla di trattare l’America come un salvadanaio”. Un’escalation di toni e divieti che ha finito per colpire un settore rimasto fuori dalla guerra commerciale, ma particolarmente esposto. L’industria aerospaziale statunitense contribuisce con un surplus di 109,2 miliardi di dollari alla bilancia commerciale americana, con esportazioni cresciute del 25% nel 2025. La guerra dei dazi, finora, non l’aveva toccata. 

L’azienda canadese impiega tremila persone negli Stati Uniti e si appoggia a 2800 fornitori americani, oltre ad avere stabilimenti e centri di assistenza nel Paese, tra Texas, California e Indiana. Non solo. A poche ore dalle dichiarazioni di Trump, l’azienda canadese ha reso noto di spendere oltre 2,5 miliardi di dollari l’anno solo con i fornitori a stelle strisce, annunciando anche ambiziosi piani di espansione per le sue attività nel settore della difesa e per la sua rete di assistenza. Una diffusione capillare nel tessuto produttivo americano. Abbastanza da far pensare che lo stop delle vendite negli Usa non funzionerà, visto che i clienti con ogni probabilità non annulleranno gli ordini. 

Questi jet sono peraltro pienamente conformi al trattato commerciale tra Usa, Messico e Canada, il Cusma. Un accordo che, come confermato da un report di PwC, pesa concretamente sulla filiera a cavallo degli stati del Nord America in entrambe le direzioni. Le attività manifatturiere e di servizio dell’azienda negli Stati Uniti e in Messico sostengono infatti 5254 posti di lavoro diretti a tempo pieno, mentre i canadesi comprano da fornitori statunitensi e messicani per circa 2,4 miliardi di dollari l’anno. In totale, fuori dal Canada, Bombardier sostiene 6551 posti diretti. Per intenderci, più di 6mila lavoratori che dipendono da un’azienda che Trump vorrebbe punire ma che in patria vale 7,4 miliardi di dollari di Pil e 48.500 posti di lavoro nell’intero indotto, stando allo stesso studio. 

Bloccarla, insomma, non significherebbe colpire solo l’azienda di velivoli e il Canada, ma anche parte del sistema industriale statunitense. L’economia americana è circa 13 volte quella canadese, eppure il Canada manda oltre il 70% delle sue esportazioni a sud del confine. Washington ha le sue dipendenze, visto che le raffinerie statunitensi assorbono 4 milioni di barili al giorno di petrolio canadese e gli agricoltori americani si affidano alla potassa canadese per i fertilizzanti. Leve che finora Ottawa ha scelto di non toccare. E mentre l’economia canadese cresceva del 3,2% nel secondo trimestre, più del doppio del ritmo americano, un sondaggio Ipsos registrava che solo il 20% degli americani approva i dazi contro il Canada. Certo, i 20 miliardi di dollari di controdazi entrati in vigore martedì valgono appena il 6% dei 333,6 miliardi di dollari che gli Stati Uniti hanno esportato verso il Canada lo scorso anno. Prova che la misura anche nella sua versione più dura non scalfirà la crescita complessiva dell’economia americana. Ma il punto vero è che, a fare più male, potrebbero essere proprio le mosse più impulsive, come quella su Bombardier, decise senza un piano dietro. Una minaccia lanciata di getto, che rischia di pesare su migliaia di posti di lavoro americani più di quanto facciano tariffe diffuse su centinaia di prodotti diversi.