Il tallone arriva per primo. Non consulta il ginocchio, non attende che le dita abbiano sistemato la faccenda: tocca terra e lascia che il resto del piede gli rotoli dietro. Lo facciamo quasi sempre, con la serietà distratta con cui mettiamo il telefono in tasca. Pare, invece, che in quel piccolo colpo contro il suolo sia custodito un antico affare energetico.

Uno studio pubblicato l’8 settembre su PNAS, coordinato dall’antropologo Nicholas Holowka della Penn State, suggerisce che questo modo di camminare abbia contato nell’evoluzione della locomozione umana. Il conto è notevole: negli esperimenti, appoggiare prima il tallone ha richiesto dal 26 al 41 per cento di energia metabolica in meno rispetto a un passo modificato, cominciato dalla parte più avanzata del piede. Risparmio considerevole. Il corpo fa quello che fanno i sistemi efficienti: riduce il costo dove può e lo sposta altrove quando deve.

Il costo nascosto è l’impatto. Nel passo sul tallone la forza esercitata dal terreno aumenta più rapidamente: negli esseri umani il tasso di caricamento della forza d’impatto è risultato fino al 162 per cento più alto rispetto all’appoggio modificato. Non significa che ossa e articolazioni vengano automaticamente danneggiate, ma che devono gestire una sollecitazione più brusca. Il nostro passo, dunque, non è una soluzione perfetta — le soluzioni perfette, del resto, abitano soprattutto nei comunicati — ma un compromesso molto concreto: meno energia consumata, forze più rapide da assorbire.

Per vedere se questa abitudine fosse davvero così nostra, i ricercatori hanno chiamato in causa gli scimpanzé. Tre maschi sono stati filmati ad alta velocità mentre percorrevano, ora su quattro arti ora su due, una passerella provvista di piattaforme di forza; alle osservazioni sono stati aggiunti dati relativi ad altri esemplari. La scena, spogliata del suo lessico scientifico, è semplice: uomini e scimpanzé attraversano un corridoio, il pavimento prende nota, le telecamere non perdonano niente.

Gli esseri umani reclutati erano 12. Nove hanno camminato scalzi sopra una pista strumentata, prima secondo natura e poi imitando l’appoggio più frequente negli scimpanzé: margine antero-laterale del piede a terra, tallone abbassato in seguito. Sul tapis roulant, intanto, un sistema di respirometria misurava ossigeno consumato e anidride carbonica prodotta. Non soltanto, quindi, dove cadeva il piede, ma quanto costava metterlo lì. Anche l’evoluzione, quando trova gli strumenti adatti, finisce in contabilità.

La differenza si è mostrata senza troppe cerimonie. Noi posiamo il tallone per primo con una regolarità quasi burocratica; gli scimpanzé variano molto di più e, quando camminano su due zampe, atterrano più spesso sul lato o sulla parte anteriore del piede. Anche per loro il tallone alza il conto dell’impatto: la differenza nel tasso di caricamento è arrivata fino al 138 per cento.

Mi domando che cosa avrebbe pensato un ominino di tutte queste percentuali. Probabilmente nulla: per lui il bilancio energetico non era un grafico, ma la distanza da percorrere prima del prossimo pasto. Cercare cibo, cacciare, raccogliere risorse e muoversi per chilometri rendeva ogni risparmio potenzialmente prezioso. Secondo gli autori, la convenienza energetica del passo sul tallone potrebbe inoltre aiutare a spiegare alcune strutture della nostra anatomia: un calcagno robusto, articolazioni del ginocchio e della caviglia relativamente grandi, insomma l’attrezzatura necessaria per incassare ogni giorno ciò che il metabolismo aveva risparmiato.

Da qui a ordinare a tutti di passeggiare sull’avampiede manca non un passo, ma parecchia strada. Lo studio è biomeccanico ed evolutivo; il campione umano è piccolo; il confronto è fra l’andatura naturale e una modalità deliberatamente modificata in laboratorio, non fra tecniche spontanee adottate nella vita quotidiana. E un caricamento più rapido non significa automaticamente maggiore rischio di artrosi o di infortunio: questo rischio non è stato misurato.

Gli stessi ricercatori ricordano che il corpo umano si è evoluto per tollerare simili sollecitazioni e che camminare rimane un’attività salutare. Signor Tallone, dunque, nessuna incriminazione. Lei urta, è vero; ma svolge il servizio da molto tempo e, a quanto risulta, l’organismo ha predisposto ginocchia, caviglie e calcagno per sopportarne il carattere.

Resta una domanda moderna, con scarpe, marciapiedi e bollette sullo sfondo: cemento e asfalto, assai diversi dai terreni sui quali la nostra specie si è evoluta, possono alterare quell’antico equilibrio? Forse. Per ora è soltanto un’ipotesi da verificare, e sarà bene non arredarla subito come una certezza.

Sappiamo però questo: nel gesto più ordinario, quello con cui andiamo dalla stanza alla strada e dalla strada un poco più lontano, il corpo sembra aver stipulato un patto. Il tallone prende il colpo; noi risparmiamo il viaggio.

Holowka NB, et al. “Heel-strike mechanics reveal evolutionary trade-offs in hominin bipedalism”. Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), 8 settembre 2026; 123(37): e2533918123. DOI: 10.1073/pnas.2533918123.

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