di
Gaia Piccardi

Cinque set, 4h28′, due volte sotto: Shelton sconfigge un Alcaraz fiaccato dai 139 giorni di stop — e dai conati di vomito — e in campo fino alle 3.33 del mattino conquista la semifinale degli Us Open con un ace da leggenda

DALLA NOSTRA INVIATA
NEW YORK —  E adesso fateci uno show a Broadway con la sceneggiatura di Shelton-Alcaraz, finita 6-7, 6-1, 6-3, 1-6, 7-6 in 4h28′ per il figlio della Georgia. Siamo rimasti fino alle prime luci dell’alba a farci iniettare di energia da un match che per lunghi tratti è sembrato un videogioco in mano a un pazzo. Era il quarto di finale di cartello dell’Open Usa: non ha deluso le aspettative.

Ben Shelton, il padrone di casa, sul veloce all’aperto del suo Slam è un altro giocatore. Serve come un drago, risponde come un dio. E Carlitos, al quinto match della sua incredibile campagna americana dopo essersi lasciato alle spalle 139 giorni di fermo agonistico, all’improvviso si dimostra a corto di agonismo: gli automatismi che gli servirebbero per arginare toro scatenato Shelton, nella forma della vita, sono rimasti nel passato prossimo pre-infortunio, e forse la facilità del percorso dell’ex grande malato (oggi lo è Jannik Sinner, l’arcirivale) fino ai quarti, tre set su Tommy Paul inclusi, hanno illuso sul reale stato di benessere del ragazzo magico di Murcia, che non ha mai perso il sorriso, nemmeno quando era seppellito di colpi dall’avversario.



















































Alcaraz si annette il primo set al tie break con il riflesso pavloviano del vincitore nato. In realtà, fino a lì, Shelton ha fatto grandi cose, senza lasciarsi intimidire dai precedenti: 3-0 per lo spagnolo. Ben è affilato, trabocca di potenza, con l’uncino mancino del servizio fa male a Carlitos, che perde spesso il dritto però si ricorda del migliore se stesso allo snodo del set, chiudendo 7-5. Poi succede qualcosa. Carlito si siede, come se avesse già vinto. E invece un set non basta contro questo atleta fantastico in the zone, come dicono gli americani, pronti a spellarsi le mani per l’aspirante campione. Gli Usa non vincono gli Us Open dal 2003 (Andy Roddick). La fame di Flushing è rabbiosa, palpabile. E non bastano i pop corn al caramello di cui il popolo ama nutrirsi per calmarla.

Volano via, mentre Alcaraz sembra intontito e inerme, ben nove game. Shelton non scende di livello, tiene alte le percentuali al servizio: scappa via 6-1 3-0 prima che Harry Potter riesca ad arginare con un gioco di prestigio, uno qualsiasi dei suoi, l’emorragia. Ma l’inerzia è dalla parte degli Stati Uniti d’America: con un’intensità da battaglia storica tra impavidi eserciti, tra colpi da cineteca e scambi al cardiopalma, Shelton completa l’opera: 6-3.

Carlitos è fiaccato. Chiede all’occhio della telecamera di spostarsi e vomita al cambio di campo. Respira a bocca spalancata, continua i monologhi, lancia occhiate disperate verso la panchina. Ha l’alibi pronto: la ruggine della lunga assenza dal circuito che gli incrosta gli ingranaggi di fronte alla prima vera seria difficoltà del torneo. Ma non vuole aggrapparcisi. Rifiuta la sconfitta, come i fuoriclasse. Rimbocca la zazzera irsuta sotto la fascetta per i capelli e ricomincia a remare. Perché è la resistenza ad attivare la resilienza. Shelton gli dà una mano: dopo due ore e mezza ad altissimo livello, accusa un fisiologico calo. Gli errori aumentano, la prima di servizio non è più sempre letale. Carlitos stringe i denti, sale 3-0, 5-1, 6-1. Sono le 2.20 del mattino newyorkese e questi due si ritrovano pari. Non uno degli spettatori dell’Arthur Ashe abbandona il suo posto.

Alcaraz è salito di livello. Shelton, che era uscito dai blocchi come un razzo puntato verso l’iperuranio, ha poco margine di crescita. E poi c’è la stanchezza, che nella notte umida è sempre una brutta bestia da gestire. L’americano ha perso energia, i suoi turni in risposta sono più fiacchi e lo spagnolo può approfittarne per tenere il servizio con agilità. Ma alla battuta Ben è ancora implacabile dopo 3h40′ di wrestling a cielo aperto. Annulla una palla break con uno smash che abbatte il rivale. Usa-Spagna 3-2 nel quinto set di questa vicenda surreale, senza break. La fine si avvicina. Alcaraz esausto si butta a rete a corpo morto, consegnandosi al rivale. Ma le due palle break concesse all’americano finiscono nell’Hudson e anche la terza, gentilmente offerta da un doppio fallo di Carlitos, si rivela una bolla di sapone. 4-4. Non ci sono altre occasioni di fuga: si va dritti verso il tie breakkone a dieci punti. E lì, nella tanto attesa sliding door che si materializza sulla racchetta di Ben Shelton alle 3.33 di mattina, è il colpo con il copyright dell’americano a consegnargli il trionfo: un ace sul 9-7, il settimo della serata. Vittoria meritata, abbraccio vero con Alcaraz, partita bellissima. Shelton si merita Tiafoe nella semifinale di venerdì, America contro America. L’impero colpisce ancora.

9 settembre 2026 ( modifica il 9 settembre 2026 | 11:37)