di
Francesco Battistini

Il premier di Israele si è sempre difeso scaricando le colpe sui generali e sullo Shin Bet: «Nessuno mi ha svegliato». Ecco le incongruenze su quella mattina e le testimonianze

DAL NOSTRO INVIATO
TEL AVIV – Era finita la Festa delle Capanne ed era appena cominciato lo shabbat. Nella sua villa di Cesarea, sul mare, i camerieri filippini avevano già messo via il fascio delle preghiere intrecciato con le foglie della palma, del cedro, del mirto e del salice e Benjamin Netanyahu era andato a letto, un po’ più tardi del solito: si racconta che il primo ministro israeliano, come il manzoniano principe di Condé, dormì profondamente quella notte avanti la strage del 7 ottobre

Non era molto affaticato e, come il Condé, non aveva dato alcuna disposizione per la mattina, perché non era rimasto granché turbato della telefonata dell’emiro Mohammad Bin Zayed, che dieci giorni prima l’aveva avvertito d’un possibile attacco di Hamas. Bibi non poteva immaginarlo, che stava per cominciare (parole sue) «la lotta tra i figli della luce e i figli delle tenebre». Il giorno più difficile nei suoi trent’anni di carriera politica. È su quel che fece il premier quella mattina – la reazione, gli ordini, i ritardi, le omissioni, forse le bugie – che Israele adesso s’interroga. Ricostruendo minuto per minuto come andò davvero. Obbligando Netanyahu a pubblicare la sua cronologia (che presenta lacune e incongruenze). Chiamando esercito e servizi a rispondere. Aspettando una commissione d’inchiesta, dopo le elezioni, per chiarire le mille domande che pendono da 152 settimane: qualcuno sapeva? E chi? E si poteva fare qualcosa?



















































Ore 6,29. Squilla WhatsApp ed è il generale Avi Gil, l’addetto militare del premier, che lo informa dell’attacco. La chiamata non viene registrata. Sono minuti preziosi e la sensazione, subito, è che se ne siano già persi: «Se mi avessero svegliato – dirà Bibi tre anni dopo -, le cose sarebbero andate in modo completamente diverso», riferendosi al fatto che i servizi dello Shin Bet avessero rilevato i primi movimenti nella Striscia e sapessero qualcosa da più di un’ora. Netanyahu e Gil si risentono di nuovo alle 6,40 sul telefono rosso di sicurezza, per 4 minuti, e Bibi dice d’aver chiesto arrabbiato «perché non fosse emerso nulla dalle informazioni di intelligence fornitegli».

Interroga sulla necessità di mobilitare i riservisti e se sia possibile assassinare i vertici di Hamas. «Posi anche una domanda sulla possibilità di sigillare il confine con Gaza, perché ero molto preoccupato che potessero prendere degli ostaggi». «È quel che pensiamo», la risposta di Gil. Le indagini militari, mesi dopo, riveleranno che l’Israel Defense Force (Idf) non riuscì a chiudere la Striscia per ore, perché la divisione dislocata là s’era trovata (con 767 soldati) ad affrontare circa 5mila terroristi. 

In questi primi minuti, il leader appare scioccato. Commenterà un ex funzionario governativo, intervistato dalla stampa israeliana: «Chiese di eliminare la leadership. Ma cosa significava? Eliminare i leader è una cosa che si fa in un’operazione, non in guerra. Chiese se richiamare le riserve. Ma noi alle 8 le stavamo già richiamando, due ore prima che lui l’ordinasse». 

Il premier non chiama né il capo delle forze armate, il generale Herzi Halevi, né quello del servizio segreto interno Shin Bet, Ronen Bar: una stranezza.

Ore 7,30: Netanyahu sostiene d’essersi mosso verso la Kyria, il quartier generale militare israeliano a Tel Aviv, «dopo che il seguito del primo ministro era stato preparato. L’arrivo nella War Room sotterranea fu alle 8», anche se i verbali dello Shin Bet parlano delle 8,22 e delle 9,03 per la discesa nel bunker. Secondo altre fonti interpellate dalla tv Canale 12, però, il premier non sarebbe arrivato alla Kyria addirittura prima delle 9-9,30. In ogni caso, «non c’è una vera ragione per cui ci vogliano 45 minuti per organizzare un convoglio», osserva l’ex primo ministro Yair Lapid, oggi all’opposizione: «La scorta può essere in strada in tre minuti e non richiede alcuna preparazione speciale». 

Anche i vicini di casa, a Cesarea, dicono che Netanyahu s’è in realtà mosso più tardi. Di sicuro, alle 7,30, alla Kyria compare il ministro della Difesa, Yoav Gallant, che vive ad Amikam (80 km di strada), mentre Cesarea è solo a 20 km. In auto Bibi parla con lo stesso Gallant, che gli spiega come non ci sia un quadro chiaro della situazione. Inspiegabilmente, lungo il tragitto, insiste a non chiamare Ronen Bar. Ma soprattutto, non ha ancora parlato col capo di Stato maggiore dell’Israel Defense Force, Herzi Halevi, e lo farà solo tre ore e mezza dopo l’attacco.

Ore 8,40. Gallant convoca Ronen Bar e Herzi Halevi per la prima riunione d’emergenza, ma Netanyahu non c’è.

Ore 9,30. Sono passate tre ore dall’attacco e finalmente Netanyahu convoca una riunione.

Ore 9,47. Il generale Gil, l’addetto militare di Netanyahu, legge «per la prima volta» la valutazione della situazione che Ronen Bar aveva già preparato in un briefing alle 5,15, circa un’ora prima dell’attacco. Domanda: che cosa sapevano i servizi dello Shin Bet, già a quell’ora? E se il documento è vero, perché impiegarono 4 ore e mezza, prima di darne notizia al governo? Netanyahu considera questa la prova che informazioni importanti sono rimaste in mano agli 007, anziché arrivare al leader.

Ore 9,55. Netanyahu ha il suo primo colloquio con Halevi. All’incontro partecipano anche Bar, Gallant e il capo del Mossad, David Barnea, oltre che il consigliere per la Sicurezza nazionale Tzachi Hanegbi e il capo delle operazioni militari, il generale Oded Basiuk. Un consigliere del premier, Topaz Luk, elogia le prime mosse di Bibi: «Possono raccontare storie fino a domani. Io sono stato tra i primi ad arrivare a Kirya, in quel giorno maledetto. L’unica persona che funzionava e che gestiva gli eventi era Netanyahu. Il capo di gabinetto, il capo dello Shin Bet e tutti i vertici della sicurezza erano in uno stato di choc senza precedenti».

Ore 10,30. Netanyahu riceve la prima chiamata da un leader straniero: è il leader olandese Mark Rutte, non ancora segretario generale della Nato. Molti commentatori si sono chiesti il perché di questa telefonata, col leader d’un Paese non di primo piano sulla scena mediorientale.

Ore 11,35. Il premier va in video per una dichiarazione al Paese: «Cittadini d’Israele, siamo in guerra».

Ore 12,30. Netanyahu va nel suo ufficio a Tel Aviv e si riunisce coi ministri delle Finanze, degli Esteri, della Sicurezza nazionale, dell’Edilizia abitativa (le colonie) e degli Affari strategici.

Ore 13,45. Il primo ministro ordina – quasi sette ore dopo l’attacco – di distruggere le forze di Hamas entrate in Israele. Ma dispone che l’attenzione resti sulla Cisgiordania e su Hezbollah.

Ore 15,15. Telefonata col presidente francese Emmanuel Macron.

Ore 16,15. Telefonata col presidente americano Joe Biden.

Ore 16,30. Netanyahu riceve Lapid. «Il premier – racconterà durissimo il leader dell’opposizione – oggi ripete la sciocchezza che “non lo hanno svegliato”, altrimenti avrebbe attivato l’aeronautica e l’intero esercito. Davvero? Io sono una delle poche persone che l’ha incontrato, il 7 ottobre. Ero seduto con lui, so tutto quel che stava succedendo lì. Quindi posso chiedere: e quando t’hanno svegliato, che cos’hai fatto? Le testimonianze sono inequivocabili: fino alle 16,30, Netanyahu era praticamente inattivo e non ha intrapreso una sola azione

Tutto è documentato, tutto è contenuto nei protocolli che lui cerca disperatamente di nascondere. L’esercito ha proposto delle azioni e lui le ha approvate, senza discutere. Da parte sua, non è venuto nulla. Nessuna proposta, nessuna azione. Non ha parlato con le comunità, non ha spostato una brigata, non ha emesso un solo ordine, non ha gestito una sola operazione, non ha mai suggerito di andare a sud, non ha ordinato l’evacuazione d’una sola comunità. 

Cos’ha fatto, oltre a parlare con Rutte – ebbene sì, ha trovato il tempo per fare perfino quello – e dirmi che nemmeno in un momento del genere era disposto a rimuovere i suoi ministri ultrà, Ben-Gvir e Smotrich, perché non voleva un governo d’unità nazionale?». 

Tutta propaganda elettorale, dice Bibi, «false accuse» che s’accavallano: «Una macchinazione destinata a distrarre l’attenzione da ciò che tutti hanno capito: Ronen Bar e Herzi Halevi avevano visto tutti i segnali indicatori molte ore prima dell’attacco. Se invece di temere un’escalation, avessero ordinato di fermare il colpo, e se m’avessero informato per tempo, quel massacro orribile si sarebbe potuto prevenire». 

9 settembre 2026