di
Eleonora Lanzetti

Davide Maniaci, collaboratore del «Corriere» da Vigevano e viaggiatore seriale, ha scritto una guida che raccoglie le sue avventure gastronomiche tra ristoranti stellati, street food e trattorie in giro per il mondo

Non è una guida gastronomica piena di consigli che solleticano le fauci di avventurieri in giro per l’Europa, né tantomeno un manuale di viaggio in cui si descrivono meraviglie paesaggistiche-architettoniche e si consigliano resort. Davide Maniaci, giornalista pavese classe 1988, che da diversi anni collabora con la Cronaca di Milano del Corriere della Sera raccontando fatti di cronaca e storie dalla sua Vigevano e dai centri della Lomellina, ha messo insieme esilaranti racconti di viaggio, sua grande passione, con puntuali (e azzardate) annotazioni culinarie. Nasce così il suo libro Telegrammi da Altrove, Appunti sparsi di viaggi e cibi, edito da Astrolabio con lo studio editoriale Punto e Virgola. Un diario di bordo brillante e divertente, che spazia tra osterie di paesi dimenticati dalle rotte turistiche, chioschi, ristoranti fine dining e street food.

«Questo libro non è una guida turistica e non ha l’ambizione di esserlo, anche se è stato volutamente impaginato con quel modello. Di guide ce ne sono tante, quelle cartacee le ritengo ancora superiori a quasi tutti i blog indipendenti. La mia è una raccolta di impressioni di viaggio che uniscono piatti tipici, cultura del luogo, dettagli che mi hanno colpito… non per forza in positivo».



















































Hai iniziato dando i voti ai caffè di mezzo mondo e postando tutto su Facebook…
«Quando vado all’estero, ad ogni tappa assaggio sempre un caffè (il locale è scelto in modo casuale) e mi faccio filmare, o mi filmo, mentre lo bevo. Do un commento e un voto: il più buono che ho provato è quello alla turca in Medio Oriente. In Europa fuori, dall’Italia, a Vienna. Non è un caso che il caffè in Europa si sia diffuso da lì. Il peggiore senza dubbio è stato in Giappone, in un bar chiamato per motivi a me ignoti “Caffè Cagliari”, con anche la bandiera dei Quattro Mori. Loro lo avevano chiamato “espresso”, non lo era affatto, e l’ho anche pagato cinque euro senza riuscire a terminarlo. Esiste un video di me col kimono che lo bevo…».

Quando ti è venuta l’idea del libro?
«Ho imparato a leggere prestissimo e quando ero bambino mio padre mi dava l’atlante geografico. Lì ho iniziato a pensare che tutti quei posti avrei voluto visitarli davvero e quando ho potuto permettermelo, ho semplicemente iniziato a farlo. Ho sempre preso appunti per ricordi personali, rigorosamente dal vivo, mai dopo. Ossia, in tempo reale. Alcune di queste impressioni le ho poi pubblicate sui social. Alla terza persona che mi ha detto che avrei dovuto scrivere un libro, ho semplicemente deciso di farlo. Così ho contattato Astrolabio, casa editrice di Vigevano, la mia città».

Quando viaggi quali sono le tre cose che cerchi in un luogo?
«Prima di tutto provo a parlare con la gente, quando la barriera linguistica non è insormontabile. Cerco baracci possibilmente storici, cioè che hanno già una reputazione, e di mangiare tradizionale senza compromessi. Visito i monumenti famosi, ma non mi strappo più le vesti se devo rinunciare alla sesta chiesa barocca per cercare un piatto della tradizione cucinato solo in un locale in tutta la città. Ho la capacità di fare amicizia con tutti: è importante sentire le opinioni sull’attualità dalla gente del posto. Tipo, chiedere agli armeni cosa pensano della questione azera e viceversa, agli sloveni cosa pensano delle foibe, ai serbi del Kosovo, e via dicendo. Solo così puoi farti veramente la tua idea».

Il viaggio che più ti ha sorpreso?
«Tra i posti più sorprendenti, intendo che non pensavo sarebbero stati così belli, metterei Stoccolma, Danzica e San Sebastián. Invece non riesco a capire questo hype per Copenaghen e Amsterdam. Quanto alla cucina, posso confermare che come qualità generale mediamente in Italia si mangia un po’ meglio che all’estero».

Dove si va ora per trovare una scena culinaria che merita?
«Consiglierei a tutti una gita gastronomica a Tbilisi».

Nel libro racconti, anche in modo accademico nei particolari, cosa mangi. Non possiamo dire che Maniaci non assaggi la qualunque…
Ho mangiato di tutto, a volte non vengo creduto. Il pene di mare al mercato di Kanazawa in Giappone. E’ un verme, il nome ‘pene’ non è solo per la forma ma, credo, anche per la consistenza. Poi il durian, il celebre frutto che non si può portare sugli autobus per l’odore, e che è buonissimo. La più cattiva penso sia l’anguilla in gelatina del fast food più antico di Londra. Si chiama M.Manze Tower Bridge, è celebre per questo piatto settecentesco in cui l’anguilla si raffredda dopo la bollitura e rilascia il collagene, che si rapprende. E’ tremendo, non sono riuscito a finirlo ed era orribile anche dopo averci messo sopra di tutto.


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9 settembre 2026 ( modifica il 9 settembre 2026 | 13:04)