di
Francesco Battistini
Teheran annuncia di aver colpito due imbarcazioni Usa, Washington di aver centrato cinque petroliere legate alla Repubblica Islamica. Missili del regime sulla Giordania come rappresaglia mentre continua lo scontro Houthi-sauditi
DAL NOSTRO INVIATO
TEL AVIV – Gettano benzina sul fuoco e fuoco sulla benzina. Era dall’inizio della guerra, più di sei mesi fa, che non si sentivano tanti spari sulle navi in transito per gli stretti del greggio: otto petroliere, una portaerei e un cacciatorpediniere americani, rivendicano i pasdaran; cinque navi cisterna della flotta-ombra iraniana, fa sapere il Pentagono (al largo degli Emirati, se n’è vista una che navigava piegata su un fianco, non si sa con quanti morti e con quali danni). E poi una ventina di missili balistici sulle basi Usa in Giordania, quasi tutti intercettati dai Patriot. E Washington che promette altre rappresaglie: «Ogni volta che l’Iran proverà a colpire la nostra Marina, perderà delle petroliere», dice il segretario di Stato americano, Marco Rubio. E gli ayatollah che chiudono altre rotte di Hormuz. E i capitani che spengono i transponder e pregano il cielo, quando solcano quelle zone. E l’oro nero che torna a galleggiare sopra i 100 dollari al barile.
Houthi, ultima risorsa tra i proxy di Teheran
«La guerra della rinascita», la chiama il retorico Bibi Netanyahu. La tomba d’ogni possibile tregua, casomai: «Siamo vicini alla fine», promette il premier israeliano. «La guerra finirà subito dopo le elezioni» americane di medio termine, precisa il presidente Donald Trump, che comunque non esclude accordi più ravvicinati. «Lo Stretto sarà la vostra fine e la nostra rinascita», fanno eco a Bibi i pasdaran, mentre stabiliscono una nuova zona di sanzioni («partirà da Chabahar e comprenderà parti del Mare di Oman e del Mar Arabico») e rafforzano così la loro strategia: scuotere i mercati del Brent, premere sulla comunità internazionale, allargare tutti i fronti possibili. Da mesi, alla fonda di Hormuz, ci sono centinaia di petroliere e 6mila marinai che sono ostaggio della guerra? Ecco allora che gli Houthi — stremati gli Hezbollah libanesi, sparita la Siria, azzerata Hamas —, sono l’ultima trincea su cui l’Iran tenta d’investire con le sue guerre per procura: puntando sull’altro stretto, Bab al-Mandeb, quella porta del Mar Rosso che sette navi nelle ultime ore non si sono nemmeno azzardate ad attraversare. È comodo, per gli ayatollah, usare l’arma degli sciiti yemeniti (e iracheni) senza sporcarsi le mani. Per colpire i sauditi alleati degli americani — ecco spiegata l’escalation di questi giorni, con gl’incendi dei pozzi e i 54 raid di Riad sulle province dei ribelli —, per mettere sul tavolo le condizioni d’una pace al momento impossibile.
L’Aiea deferisce l’Iran all’Onu
I pasdaran sono disposti a risedersi ai negoziati solo se cessano i bombardamenti, se Israele se na va dal Libano, se l’Arabia molla lo Yemen, se le banche mondiali sbloccano i 24 miliardi dollari iraniani, se l’Agenzia atomica chiude il dossier sul programma nucleare («nessun Paese è mai stato ispezionato quanto noi»). La risposta internazionale è un no secco su quasi tutti i punti, al momento. Anzi, per la prima volta in vent’anni, l’Aiea ha deciso che deferirà Teheran al Consiglio di sicurezza dell’Onu e chiederà altre sanzioni, che peraltro non spaventano granché il regime islamico: primo, perché i veti alle Nazioni Unite di Cina e Russia restano un’assicurazione sulla guerra; secondo perché, rivela il Financial Times, la salvezza iraniana sono i 100 miliardi in criptovalute che da tempo garantiscono l’economia sommersa.
Coinvolgere chi ha qualcosa da perdere
Ma dopo oltre sei mesi, falliti tutti i colloqui diretti fra Iran e Usa, con Israele più impegnato in Libano che sugli stretti del petrolio, quali sono le tattiche in campo? Secondo Eyal Tsir Cohen, un’ex spia del Mossad che oggi fa l’analista, «l’Iran sa da sempre di non poter vincere in uno scontro militare diretto» e per questo tenta «d’estendere il più possibile la platea di Paesi che hanno qualcosa da perdere» e d’estendere i fronti militari, dal Mar Rosso al Mediterraneo, «trasformando il proprio isolamento in un problema per tutti». Si spiega così quel che gl’israeliani hanno scoperto: un’unità dell’intelligence iraniana, la numero 4000, che addirittura avrebbe esaminato «opzioni operative fin nello Stretto di Malacca» (a 6mila km). Quanto agli Usa, dice Cohen, sono riusciti finora a evitare che Hormuz «diventasse una pistola alla tempia dell’economia globale»: per esempio, scortando in segreto le petroliere che disattivano i sistemi di rilevamento. Lo Stretto impiegherà anni, a tornare come prima: «Ma almeno, intanto, s’allenta un po’ la pressione».
10 settembre 2026
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