Quando il dolore compare, il gesto di sedersi, appoggiarsi o sdraiarsi viene generalmente interpretato come una semplice ricerca di riposo. Una ricerca pubblicata su Psychophysiology indica, tuttavia, che la postura potrebbe contribuire a modificare la percezione dello stimolo doloroso. È un risultato interessante, perché conferma che il dolore non è la registrazione passiva di un segnale proveniente dai tessuti, bensì l’esito di un’integrazione complessa fra sistema nervoso, attività cardiovascolare e condizioni generali dell’organismo.

Occorre chiarire subito una distinzione fondamentale. Lo studio non dimostra che sdraiarsi costituisca una terapia analgesica, né autorizza a trasferire automaticamente i risultati alle persone affette da dolore cronico. Dimostra invece, nelle condizioni controllate dell’esperimento, che la posizione del corpo può influire sulla soglia, sulla tolleranza e sull’intensità percepita del dolore. Non una cura, dunque, ma un elemento fisiologico che merita di essere compreso.

I ricercatori dell’Università di Jaén, in Spagna, insieme a un collega della UMIT Tirol, in Austria, hanno esaminato 83 adulti sani — 61 donne e 22 uomini — sottoponendoli a stimoli dolorosi da pressione mentre si trovavano in piedi, seduti oppure sdraiati. Sono stati valutati due parametri che spesso vengono confusi. La soglia del dolore indica la pressione necessaria affinché uno stimolo cominci a essere avvertito come doloroso; la tolleranza indica invece l’intensità massima che la persona riesce a sopportare. Si può quindi iniziare a sentire dolore relativamente presto e, nello stesso tempo, riuscire a tollerarlo più a lungo: sono fenomeni collegati, ma non identici.

I risultati mostrano una differenza coerente fra le posture. Da sdraiati, la soglia risultava più elevata rispetto alla posizione eretta; anche la tolleranza aumentava, in questo caso rispetto sia allo stare in piedi sia allo stare seduti. Inoltre, di fronte a uno stimolo standardizzato di 4 chilogrammi per centimetro quadrato, i partecipanti riferivano un dolore più intenso quando erano in piedi rispetto a quando erano seduti o distesi.

Perché accade? Una possibile spiegazione riguarda il rapporto fra postura e circolazione. Cambiare posizione modifica la distribuzione del sangue, la pressione arteriosa, il volume pompato dal cuore a ogni battito, la portata cardiaca e le resistenze dei vasi periferici. Per questa ragione gli studiosi non si sono limitati alle valutazioni soggettive dei volontari, ma hanno registrato continuamente la pressione e l’elettrocardiogramma, utilizzando inoltre la cardiografia a impedenza, una tecnica che consente di osservare alcuni aspetti del funzionamento circolatorio.

Innanzitutto, occorre considerare i barocettori, sensori localizzati soprattutto nei grandi vasi sanguigni, fra cui il seno carotideo e l’arco aortico. La loro funzione è rilevare le variazioni della pressione e trasmettere continuamente queste informazioni al cervello. Quando ci sdraiamo aumentano il ritorno venoso e la quantità di sangue presente nella parte centrale del corpo; ciò può modificare l’attività dei barocettori e dei circuiti nervosi ai quali essi sono collegati.

In secondo luogo, sistema cardiovascolare e sistema del dolore non operano come due strutture indipendenti. Una maggiore attività delle afferenze barocettive, cioè dei segnali che dai recettori raggiungono il sistema nervoso centrale, può interferire con la trasmissione nocicettiva, vale a dire con il percorso attraverso cui vengono elaborati gli stimoli potenzialmente dannosi. In altre parole, la circolazione non determina da sola il dolore, ma può partecipare alla sua modulazione.

Infine, nello studio alcune misure cardiovascolari erano associate alle risposte dei partecipanti: le resistenze vascolari periferiche mostravano una correlazione positiva con soglia e tolleranza, mentre valori pressori più elevati erano associati a valutazioni inferiori dell’intensità dolorosa. Si tratta di indizi compatibili con il meccanismo proposto, non della prova che esista un unico comando cardiovascolare capace di accendere o spegnere il dolore. La fisiologia umana è più complessa, e proprio per questo richiede verifiche prudenti anziché conclusioni miracolistiche.

Possiamo allora considerare lo sdraiarsi una forma di analgesia naturale? Almeno per ora, no. Lo studio ha coinvolto adulti sani e ha prodotto in laboratorio un dolore acuto, controllato e circoscritto; non ha esaminato pazienti con emicrania, artrosi, lombalgia o altre condizioni persistenti. Confondere il dolore sperimentale con il dolore cronico significherebbe ignorare differenze cliniche sostanziali e trasformare un risultato scientifico in una prescrizione che i dati non sostengono.

Vi è poi un secondo limite, non meno importante. Nel dolore cronico, ricercare sistematicamente sollievo rimanendo sdraiati potrebbe rafforzare comportamenti passivi e favorire l’inattività. Il beneficio immediato, qualora presente, non coincide necessariamente con una strategia utile nel lungo periodo. È questa una distinzione essenziale della medicina: sollievo momentaneo e trattamento non sono la stessa cosa.

Ciò non toglie valore alla ricerca. Al contrario, essa aiuta a correggere un equivoco ancora diffuso: il dolore non dipende soltanto dalla forza dello stimolo che raggiunge i nervi. Il cervello lo elabora integrando informazioni provenienti dall’intero organismo, comprese quelle cardiovascolari. Postura, circolazione e attività nervosa entrano così in una relazione che può modificare ciò che percepiamo.

Credo che il significato più utile di questo lavoro stia proprio qui. Quel bisogno quasi istintivo di sdraiarsi quando qualcosa ci fa male potrebbe non essere soltanto una ricerca di comodità, ma una risposta con una base fisiologica, capace forse di attenuare temporaneamente la percezione dolorosa. Dobbiamo studiarla senza enfasi e senza semplificazioni, distinguendo ciò che è stato osservato da ciò che resta da dimostrare. Perché anche nel dolore la conoscenza deve precedere la prescrizione, e la speranza deve camminare insieme al metodo e alla responsabilità.

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Reyes Del Paso G.A., Santiago D., Moreno B., Montoro C.I., Duschek S., Davydov D.M., “Body Posture-Related Differences in Pain Perception and Their Mediation by Cardiovascular Factors”, Psychophysiology, settembre 2026; 63(9):e70400. DOI: 10.1111/psyp.70400. PMID: 42723142.

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