Con lo stretto di Bab el-Mandeb controllato dalle milizie Houthi e la chiusura momentanea dell’oleodotto saudita più importante, che si aggiungono alla crisi di Hormuz, l’afflusso di greggio in Occidente rischia di ridursi in maniera sensibile, con conseguenze pesanti sui costi dei prodotti raffinati

Emilio Deleidi

12 settembre – 12:53 – MILANO

Non è stata quella appena conclusa una settimana tranquilla per i prezzi del petrolio, che si sono attestati poco sotto i 100 dollari al barile per il Wti (West Texas Intermediate) e ben oltre i 100 dollari per il Brent, valore di riferimento per i mercati europei (che prende il nome dai giacimenti del mare del Nord). Mentre il primo ha raggiunto una punta di 97,26 dollari al barile il 9 settembre, quando la settimana precedente si fermava a poco meno di 92, il Brent è passato nell’ultima settimana dai 97,19 dollari di lunedì 7 settembre ai 109,18 di giovedì 10, per poi iniziare a scendere gradualmente fino ai poco più di 104 dollari della mattina di sabato 12. Un’altalena, con tendenza al rialzo, che riflette l’andamento delle situazioni internazionali, costantemente caratterizzate da un quadro di tensioni che continua a interessare l’intera area del Medio Oriente, a partire dalle ostilità tra Stati Uniti e Israele da una parte e l’Iran dall’altra parte. Sono diversi i fattori che determinano l’incertezza di un mercato che continua a essere perturbato: l’International Energy Agency cita per esempio, in un suo recente rapporto, una riduzione della produzione mondiale già nel mese di agosto di 1,6 milioni di barili al giorno, una contrazione dell’offerta di prodotto sui mercati mondiali stimata per il 2026 in 5,7 milioni di barili al giorno, l’assenza dal mercato di oltre 10 milioni di barili al giorno della produzione nell’area del Golfo, il calo delle scorte globali petrolifere di 95 milioni di barili in agosto e di 507 milioni di barili complessivi dall’inizio del conflitto mediorientale. Non è, quindi, un problema di eccesso di domanda di prodotto greggio, ma di riduzione consistente dell’offerta di petrolio sui mercati internazionali. E la tensione delle quotazioni nelle prossime settimane non sembra destinata a scemare, perché il quadro internazionale non dà segni di miglioramento: anzi, come vedremo, ci sono ulteriori segnali d’allarme. Gli analisti prevedono una schiarita soltanto nel 2027, alla luce di due fattori: una possibile soluzione del conflitto in Medio Oriente, magari facilitata dall’esito delle elezioni di mid-term negli Stati Uniti (gli americani sono molto irritati dall’aumento del costo della benzina e potrebbero “punire” Trump e la sua politica estera nelle urne), e un calo della domanda complessiva di prodotti petroliferi, strettamente connesso al loro costo troppo elevato per i consumatori. L’Iea, infatti, prevede già per quest’anno una contrazione di 2,5 milioni di barili al giorno della richiesta del mercato, con una ripresa circa pari nel 2027 se si verificheranno condizioni favorevoli a una riduzione dei prezzi del greggio. Limitandoci alla prossime settimane, comunque, lo scenario più probabile vede i prezzi rimanere su una fascia alta, indicativamente intorno ai 105 dollari al barile, ma con una volatilità elevata dovuta anche ai possibili cambiamenti in corso nello scenario mediorientale.

da hormuz al maro rosso—  

Al quadro già incandescente in Medio Oriente, con il blocco totale o parziale del transito delle petroliere nello Stretto di Hormuz che ha fatto sentire il proprio peso sui mercati petroliferi, si sono aggiunti nelle ultime ore altri fattori di rischio importanti. Il primo riguarda l’avanzata degli Houthi, il gruppo fondamentalista armato dello Yemen che controlla zone rilevanti del Paese, che ha permesso alle milizie filo-iraniane di conquistare diversi porti sul Mar Rosso e alcune isole (Zuqar, Hanesh, Perim) in posizioni chiave per il controllo del passaggio delle navi nello Stretto di Bab el-Mandeb. Quest’ultimo è una strozzatura assolutamente strategica, perché collega il Golfo di Aden e, quindi, il Mar Arabico e l’Oceano Indiano, con il Mar Rosso, in fondo al quale ci sono il Canale di Suez e il Mediterraneo. Se gli Houthi, che dalle postazioni conquistate potrebbero colpire con razzi le navi di passaggio, bloccassero di fatto questa via, la situazione per la disponibilità di petrolio diventerebbe critica, con riflessi pesanti sulle quotazioni del greggio. Le navi dovrebbero infatti seguire la lunghissima rotta che aggira l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza, con tempi e costi enormemente più alti. Di fatto, l’Iran e i suoi alleati Houthi si troverebbe in una posizione di potere nei confronti dell’Occidente, che ha assolutamente bisogno dell’afflusso di petrolio da quelle aree a prezzi ragionevoli, anche assicurativi: i premi per la copertura delle navi, che incidono pesantemente sui costi complessivi, ammontano ormai a centinaia di migliaia di dollari per ogni viaggio e continuano a salire, di pari passo con l’aumento dei pericoli.

l’attacco all’oleodotto—  

Ma non è ancora tutto, perché una delle poche alternative ai due stretti in questione è data dalla East-West Pipeline, l’oleodotto lungo 1.200 chilometri che attraversa l’Arabia Saudita portando fino a 7 milioni di barili al giorno da Abqaiq, nella provincia orientale del Paese, al porto di Yanbu, sulla costa del Mar Rosso, aggirando a nord lo stretto di Bab el-Mandeb. Il problema è che le autorità saudite hanno annunciato nelle ultime ore la “chiusura temporanea a titolo precauzionale” di questa arteria vitale, a seguito di attacchi effettuati con droni nelle regioni occidentali del Paese, in particolare nelle zone di Ryadh e Medina: velivoli che, secondo fonti saudite e dell’Iraq, sarebbero partiti dall’Iraq stesso, che ha condannato l’attacco, e che hanno causato feriti e danni agli impianti. È chiaro che una escalation anche in questo scenario avrebbe effetti disastrosi sul prezzo del petrolio, proiettato, secondo le previsioni peggiori, verso i 120-130 dollari al barile e più. Anche perché la situazione potrebbe coincidere con l’arrivo dell’inverno nell’emisfero settentrionale e con il conseguente aumento della domanda di prodotti petroliferi per il riscaldamento, in presenza di scorte che si ridurrebbero a livelli inferiori a quelli considerati di sicurezza. Molto dipenderà, comunque, da quante navi riusciranno a passare nelle prossime settimane dallo stretto di Bab el-Mandeb, dove transitano di solito non meno di 4 milioni di barili al giorno, e dal fatto che gli Houthi tengano o meno fede al proposito espresso di voler minacciare e bloccare solamente le imbarcazioni saudite: in questa ipotesi, con le milizie yemenite che esercitano un controllo politico sull’area senza però attaccare tutte le petroliere, il prezzo del greggio potrebbe continuare a oscillare nella fascia compresa tra i 100 e i 110 dollari al barile.