Non basta contare le ore

Dormire meno di cinque ore a notte è risultato associato a una maggiore vulnerabilità per 37 diverse condizioni di salute. Ma fermarsi al numero di ore sarebbe perdere la parte più interessante della ricerca. Uno studio pubblicato il 17 settembre su PLOS Medicine da Jingsong Luo, Shengzhi Sun e colleghi della Capital Medical University di Pechino ha infatti analizzato anche quanto tempo trascorriamo nelle diverse fasi del sonno, quanto il riposo varia da una notte all’altra e quanto restiamo svegli dopo esserci addormentati. I ricercatori hanno utilizzato i dati di 95.559 partecipanti alla UK Biobank e li hanno incrociati con oltre mille possibili diagnosi negli anni successivi. Sono emerse 156 associazioni statisticamente significative tra caratteristiche del sonno e nuove malattie, dopo la correzione più rigorosa per i confronti multipli. Il risultato sposta quindi l’attenzione dal semplice “quante ore dormi?” a una domanda più complessa: come sono fatte quelle ore di sonno?

Sette notti al polso, quasi nove anni di follow-up

I partecipanti, che avevano in media 56,2 anni, hanno indossato al polso un accelerometro per sette giorni e sette notti. Un algoritmo di deep learning, SleepNet, ha stimato sonno REM, profondo e leggero, durata complessiva, irregolarità e tempo trascorso svegli dopo l’addormentamento. Da quel momento le persone sono state seguite per una mediana di 8,9 anni. Il confronto ha riguardato 1.049 condizioni di salute. Per 69 patologie, la durata associata al rischio minimo si concentrava tra 6 e 8 ore per notte. Chi dormiva meno di cinque ore presentava il maggior numero di associazioni sfavorevoli: 37 delle 41 osservate confrontando le durate estreme con la fascia di riferimento. La fotografia diventa ancora più interessante entrando nelle fasi del sonno. Una maggiore quantità di REM — la fase caratterizzata da intensa attività cerebrale e nella quale si concentrano molti sogni — era associata a un rischio inferiore per 83 malattie, tra cui scompenso cardiaco, fibrillazione atriale e diverse patologie neurologiche. Una maggiore durata del sonno profondo risultava invece associata a un rischio più basso per sette condizioni, fra cui diabete di tipo 2 e depressione maggiore.

REM, sonno profondo e risvegli: perché la qualità conta

I dati suggeriscono che due persone che dormono lo stesso numero di ore potrebbero avere profili di riposo molto diversi. Nello studio, circa 48 minuti in più di REM — la differenza tra il 25° e il 75° percentile — erano associati, per esempio, a un rischio relativo più basso di scompenso cardiaco e demenza. Per il sonno profondo, una differenza di circa 47 minuti era associata a un rischio inferiore di diabete tipo 2, depressione maggiore, apnea del sonno e Parkinson. Ma attenzione: questi numeri descrivono associazioni statistiche, non dimostrano che aumentare volontariamente il REM o il sonno profondo impedisca di ammalarsi. Anche frammentazione e regolarità sembrano avere un ruolo. Un maggior tempo trascorso svegli dopo essersi addormentati era collegato a sei condizioni, mentre una maggiore irregolarità del sonno risultava associata, tra l’altro, ad ansia e depressione. Il dato rafforza un concetto che la medicina del sonno considera da tempo: durata, continuità e architettura del riposo sono dimensioni differenti. E suggerisce anche prudenza davanti ai numeri prodotti dagli smartwatch: nello studio le fasi sono state stimate dal movimento con un algoritmo scientifico e non misurate con la polisonnografia, l’esame di riferimento che registra anche attività cerebrale, respirazione e altri parametri fisiologici.

Non significa che dormire poco provochi 37 malattie

È il confine decisivo per interpretare correttamente la ricerca. Lo studio è osservazionale e quindi non può stabilire che dormire meno di cinque ore sia la causa diretta delle 37 condizioni associate, né che più sonno REM “protegga” automaticamente da 83 malattie. Una patologia ancora non diagnosticata potrebbe, al contrario, essere proprio ciò che modifica il sonno. Gli autori hanno provato a ridurre questo problema escludendo in un’analisi di sensibilità le diagnosi comparse nei primi due anni: dopo questa operazione è rimasto statisticamente significativo circa il 60% dei risultati, un segnale che invita alla cautela. Ci sono altri limiti. Il sonno è stato misurato per sette giorni, non per anni; le diagnosi provenivano dai ricoveri ospedalieri; il 96,9% del campione si identificava come bianco e la UK Biobank presenta una nota selezione di volontari mediamente più sani della popolazione generale. Le fasi REM e profonde, inoltre, erano stime basate sul movimento e non misurazioni polisonnografiche. Il risultato più solido da portare nella vita quotidiana è dunque meno spettacolare, ma più utile: dormire regolarmente tra 6 e 8 ore era associato al profilo complessivamente più favorevole; qualità e continuità del sonno sembrano contare insieme alla durata. Non esiste ancora, invece, un numero di minuti REM o di sonno profondo da inseguire sul display dell’orologio.

PLOS Medicine — Luo J. et al., “Accelerometer-derived real-world sleep stages and risk of incident diseases: A UK Biobank cohort study and phenome-wide association analysis” — 2026. Studio originale

PLOS — comunicazione scientifica sullo studio e dati principali — 17 settembre 2026. Sintesi PLOS dello studio

UK Biobank — coorte utilizzata per l’analisi dei dati sanitari e del sonno. UK Biobank