La prima volta magari non succede niente. Accarezzi un cane o un gatto, entri in una stanza polverosa senza avvertire alcun fastidio, arriva la stagione dei pollini e continuiamo la nostra vita senza pensarci. Poi, un giorno, cominciano gli starnuti. Gli occhi sono arrossati. La pelle reagisce, viene voglia di grattarsi. E nasce una domanda tanto semplice quanto difficile: perché proprio adesso, se quella sostanza l’avevamo già incontrata tante volte?

Per molto tempo la risposta è stata condensata in un termine, la memoria immunitaria. Dopo aver incontrato una molecola particolare, le nostre difese possono elaborare l’esperienza e rispondere diversamente quando la incontrano di nuovo.

Ma la storia delle allergie potrebbe nascondere un risvolto inedito. Si tratta di un ricordo speciale che si fissa nei neuroni.

Non nei neuroni con cui ricordiamo un volto, una strada o una canzone. Ma in quelli sensoriali: cellule nervose capaci di percepire prurito, dolore, irritazione e di accorgersi molto presto che qualcosa di spiacevole è entrato in contatto con la pelle o si è posato sulle mucose, nelle vie respiratorie o nel tubo digerente.

La sorpresa è che questi neuroni sembrano fare qualcosa di più che lanciare un allarme e poi tornare al loro posto. Dopo una prima esposizione sembrano come cambiati. Come se l’incontro avesse lasciato un’impronta.

La volta successiva, quindi, non sarebbe necessariamente una vera “seconda volta”. Qualcosa era già rimasto lì.

È una prospettiva affascinante perché cambia il modo in cui possiamo immaginare la genesi di un’allergia. Non più soltanto un interruttore che improvvisamente passa da spento ad acceso, ma una storia che si può scrivere poco alla volta, un’esposizione dopo l’altra, quasi senza rumore. Finché arriva il momento in cui la risposta diventa visibile.

Una memoria diversa

La memoria del sistema immunitario e i ricordi speciali impressi nei neuroni sensoriali non sembrano essere due copie dello stesso meccanismo.

Il sistema immunitario sa essere straordinariamente preciso: impara a riconoscere strutture molecolari specifiche. I neuroni sensoriali, invece, sembrano conservare qualcosa di più simile all’effetto prodotto dall’allergene.

Come se una memoria conservasse il nome e il volto di chi abbiamo incontrato, mentre l’altra ricordasse soprattutto che cosa è successo quando questo incontro è avvenuto.

In un lavoro coordinato da Caroline Sokol, allergologa del Ragon Institute, i neuroni sensibilizzati da un primo allergene hanno reagito più intensamente non soltanto quando lo incontravano di nuovo, ma anche davanti ad allergeni differenti capaci di produrre un’attività biologica simile.

È un passaggio importante perché suggerisce che il sistema nervoso non sia soltanto il filo che porta al cervello il segnale del prurito o del dolore. Potrebbe partecipare molto prima, conservando una traccia biologica di ciò che è già accaduto.

Un incontro può prepararne un altro

Gli esperimenti mostrano anche come potrebbe formarsi questa traccia, questo ricordo.

La prima esposizione attiva nei neuroni sensoriali una via di segnalazione chiamata mTORC1. Cambia il funzionamento dei mitocondri, le strutture che forniscono energia alle cellule, e lascia quei neuroni in una condizione diversa: più facilmente attivabile quando arriva un nuovo stimolo.

Non è memoria come la intendiamo di solito. È un cambiamento metabolico che rende la cellula più reattiva.

Negli esperimenti questo stato è durato per settimane. Quando i ricercatori hanno bloccato quella via metabolica, l’effetto è scomparso.

È una memoria senza fotografie e senza parole. Non conserva un pomeriggio passato con un gatto o la primavera in cui abbiamo respirato un certo polline. Ma qualcosa dell’esperienza precedente rimane inscritto nel comportamento della cellula.

E al nuovo incontro quella cellula non è più esattamente quella di prima.

È difficile non lasciarsi sedurre da questa idea: oltre alla memoria immunitaria che conosciamo da decenni, potrebbe esistere un’altra forma di memoria delle allergie, distribuita nella rete nervosa sensoriale che per prima intercetta molti segnali provenienti dall’esterno.

Ma è proprio qui che bisogna fermare l’immaginazione e tornare alla scienza.

Lo studio, pubblicato su Immunity, è stato condotto in modelli preclinici. La cosiddetta memoria neuronale degli allergeni non è stata ancora dimostrata nell’uomo. I ricercatori parlano di neuroimmune training: una modificazione metabolica dei neuroni sensoriali che li rende più reattivi dopo una precedente esposizione. Non è memoria cosciente, non è memoria psicologica e non significa che i neuroni “ricordino” un allergene come il cervello ricorda un’esperienza.

Se lo stesso meccanismo verrà confermato nelle persone, potrebbe aiutare a capire perché alcune allergie sembrano emergere solo dopo esposizioni ripetute. Per ora resta una scoperta sperimentale. Ma ha già cambiato la domanda.

Quando un allergene se ne va, siamo sicuri che per i nostri neuroni quell’incontro sia davvero finito?

Bibliografia essenziale

  1. Sokol CL, et al. Sensory neuron training and allergen memory. Immunity. 2026.

  2. Ragon Institute of Mass General Brigham, MIT and Harvard. Sensory neurons “remember” allergens, explain why allergies build over time. 2026 Sep.

  3. Reuters Health Rounds. Repeated exposures may make allergies worse. 2026 Sep 23.