C’è stato un momento in cui ha capito di essere diventato il numero uno?
«Gli obiettivi di un ballerino cambiano nel tempo. Per me, da giovane, era rappresentare l’Italia nel mondo. Ho conquistato il Campionato Italiano a 22 anni e, vincendolo, potevo rappresentare il mio Paese alla Coppa del Mondo e alla Coppa Europa. Quello è stato per me un primo, importante traguardo, raggiunto con tanto sacrificio».

E da lì?
«Il mondo del ballerino non si ferma mai: non c’è mai un “sono arrivato”. Anche se, ripensandoci, come in tutti gli sport è comunque un mestiere che ha, tra virgolette, una data di scadenza».

Roberto Bolle balla a 50 anni, però.
«Ma è uno su mille che ce la fa – e comunque la danza classica è molto diversa dalla nostra. La nostra danza ha una scadenza non perché non si possa più ballare fisicamente – si può ballare fino a 150 anni, non è quello il problema – ma perché dietro di te ci sono sempre i giovani che spingono, e devi essere capace di capire quando è il momento giusto per dire “grazie, è stato un piacere, mi dedico ad altro».

Teme quel momento?
«La mia carriera agonistica è finita da tanto tempo – non faccio una gara da almeno 12 anni. Ormai mi sono dedicato allo spettacolo e alla televisione, e lì non c’è davvero un limite, perché puoi adattarlo al tuo corpo».

Le mancano le competizioni?
«Da una parte no. In accademia siamo stati cresciuti come dei robot: devi vincere, devi vincere. Io, poi, sono sempre stato un tipo piuttosto egocentrico, e il fatto di poter fare televisione è stato, come si dice in inglese, “appealing”. È una cosa che, a un certo punto della carriera, un po’ tutti i ballerini vogliono fare. Io ho avuto la fortuna di portare la mia carriera in Inghilterra, e da lì non ho più guardato indietro».

Il primo approccio con l’Inghilterra?
«Strano, perché non parlavo una parola di inglese. Fare uno spettacolo in televisione davanti a milioni di persone senza parlare la lingua era rischioso: infatti dico sempre che non ricordo quasi nulla della mia prima edizione di Strictly in Inghilterra. Avevo altri problemi, la lingua, l’adattamento. Però il fatto di essere lì, in televisione, mi faceva stare bene».