Umberto Tozzi non ha bisogno di presentazioni. I suoi dati anagrafici fanno rima con i titoli delle sue canzoni, da “Ti amo”, l’exploit degli anni Settanta che ancora oggi viene cantato all’unisono in ogni parte del mondo (l’ultima citazione in “La casa di carta 4” in una sequenza già passata alla storia), per non parlare di “Gloria”, un inno, un cult, nella vita reale come nel cinema.
E poi, in perfetto stile new romantic datato 1981, “Notte rosa”, che, non a caso, dà il titolo al The Final Tour, l’ultima serie di concerti i torno al mondo dell’artista nato a Torino nel 1952 da una famiglia di immigrati meridionali (papà poliziotto, mamma casalinga) e diventato il cantante italiano più famoso del mondo. E la sua Torino potrà vederlo un’ultima volta dal vivo, a due passi da casa, ossia la Forte di Bard, dove Tozzi è atteso venerdì 29 agosto alle 21 (organizza Dimensione Eventi).
Sarà davvero il suo ultimo live, non cambierà idea?
««Questo è il mio programma e il mio progetto. Io sono grato al mio pubblico che mi segue in tutto il mondo e sono felice di andarli a ritrovare tutti».
L’ultimo atto è previsto a ottobre con il recupero di Napoli, cosa prova?
«Un tour mondiale di questo tipo è faticoso in un certo senso, ma salire sul palco è una grande gioia. Penso tanto a come sarà l’ultimo concerto. Sicuramente alla fine mi scatterà la lacrima. So di essere stato un privilegiato, la mia carriera è stata lunga e la mia musica si è allargata anche a generazioni che non avrei mai immaginato di avere fra il pubblico. Immaginare che tutto questo finisca lo so, fa effetto, ma c’è un momento per tutto. Ho energia per incontrare il pubblico che mi ha seguito sino ad ora ed è una grande gioia ad ogni tappa».
E poi, cosa accadrà?
«Dopo? Spero possano succedere delle cose importanti a livello di impegno mentale, cui magari prima non avevo pensato. È da molto tempo che pensavo all’addio, ho passato due anni difficili prima di questo tour e la paura di non poter più salire sul palco è stata una delle cose più gravi che ho vissuto in quel periodo. Fortunatamente, ho superato questo momento e sono contento di essere riuscito a salire nuovamente sul palco, lì è nata in me l’idea di concretizzare questo ultimo tour».
Si sta riferendo alla malattia…
«Sì, la malattia mi ha fatto riscoprire una persona migliore. Non lo so perché succeda, ma è qualcosa di meraviglioso, non bisogna perdere mai la speranza di migliorare».
Cosa lascia ai giovani che sognano una carriera come la sua?
«Oggi la situazione dell’industria discografica è molto più pressante degli anni in cui ho cominciato, perché ci sono esigenze di mercato diverse, ma i ragazzi di oggi sono molto più preparati, vanno in televisione, sanno parlare. Noi non avevamo ancora quel modo di essere così sicuri di noi stessi: loro salgono dalla strada a Sanremo con una disinvoltura che io non avevo. Il mio consiglio è quello di continuare a sognare per superare gli ostacoli della vita».
Lei come ci è riuscito’
«Chi fa musica ha la fortuna di poter vivere un po’ più sollevato dal pianeta terra e, strada facendo, si incontrano delle persone che ti aiutano. Io dovrei ringraziare tutte le persone che hanno collaborato con me per esempio. Uno è Giancarlo Bigazzi, che è stata la svolta nella mia carriera, mio maestro e produttore per 17 anni. Abbiamo fatto delle cose meravigliose insieme».