di
Cesare Giuzzi e Pierpaolo Lio
La consulenza dell’anatomopatologa Cattaneo contro la teoria della «breve finestra temporale». Le nuove ipotesi dalla ricerca di due molecole: la «selectina E», mai indagata prima, è stata rintracciata in tre tessuti
Ci sono due esami, uno già eseguito 19 anni fa ma oggi più raffinato, l’altro inedito, che raccontano, e scrivono una storia diversa. Quel 13 agosto 2007, l’aggressione mortale a Chiara Poggi è stata lunga. «Decine di minuti». Un tempo durante il quale la ragazza è stata colpita più volte, nonostante i suoi disperati tentativi di difesa.
Un elemento di novità che va in contrasto con la breve «finestra temporale», quella compres(s)a tra le 9.12 e le 9.36, che avrebbe avuto a disposizione il condannato Alberto Stasi, che in quei venti minuti e poco più, avrebbe dovuto anche raggiungere la villetta di via Pascoli, e poi tornare a casa. E anche con quanto accertato dalle sentenze, ossia l’assenza di lotta tra vittima e assassino.
Per rispondere alla consulenza medico-legale della difesa di Andrea Sempio, la Procura di Pavia si è rivolta (di nuovo) all’anatomopatologa Cristina Cattaneo che, insieme al collega Biagio Eugenio Leone, ha rianalizzato alcuni campioni di tessuti prelevati dal corpo della vittima e ancora conservati, eseguendo test «immunoistochimici» per stabilire il tempo passato tra i colpi inferti alla 26enne e il momento del decesso.
Sono state quindi ricercate sulle porzioni di cute vicino alle ferite due precise molecole: la «selectina P» e la «selectina E», che compaiono nei tessuti viventi danneggiati, rispettivamente, dopo pochi minuti, e una volta passato un lasso di tempo maggiore dalla ferita.
L’esame per individuare la presenza di «selectina P» era già stato tentato all’indomani dell’omicidio, con «risultato negativo». Ma «in ragione dell’evoluzione occorsa nel periodo di quasi 20 anni», è stato ora ripetuto. La molecola è stata così evidenziata in tutti i cinque campioni, e in maniera «piuttosto omogenea».
Mentre la «selectina E» — mai indagata prima — è stata invece rintracciata («appena percepibile a forte ingrandimento») in tre tessuti. Il risultato conferma così ai consulenti della procura «una sequenza traumatica protrattasi per decine di minuti». L’intervallo fra le prime lesioni e la morte viene infatti «prudentemente» quantificato «non inferiore a circa 15-30 minuti e plausibilmente compreso fra 30 e 60 minuti».
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I due specialisti hanno confermato poi la classificazione di alcuni segni riscontrati sul corpo di Chiara a «lesioni da difesa», al contrario del parere degli esperti del team di difesa di Sempio, secondo i quali sarebbero frutto di urti con pavimento e mobili. Una ricostruzione che spiegherebbe la presenza del Dna dell’indagato sulle unghie della vittima. A convincere i consulenti della Procura sono state la localizzazione e la distribuzione di ecchimosi ed escoriazioni «tipicamente osservabile nei meccanismi di difesa, in particolare a livello delle mani e degli arti superiori, sedi frequentemente interessate nei gesti di protezione passiva».
E la presenza, «in alcune delle sedi esaminate — in particolare a livello dell’anca/braccio/coscia — di particolati a componente ferrosa che presentano elementi di compatibilità con quelli rilevati in corrispondenza delle lesioni craniche».
In sostanza, le stesse particelle ferrose trovate nella lesione mortale alla testa e lasciate probabilmente dall’arma mai identificata (si era ipotizzato un martello) usata dall’assassino: «Risulta evidente che la convergenza di tali elementi rafforza, nel suo complesso, l’ipotesi che almeno parte delle lesioni “post craniali” sia stata prodotta nel corso di azioni di difesa, passiva — mediante interposizione o protezione del corpo — e/o attiva, piuttosto che ricondotta a fenomeni aspecifici di caduta o urto contro superfici dell’abitazione».
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30 settembre 2026 ( modifica il 1 ottobre 2026 | 08:46)
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