VENEZIA – Un vagabondo ha definito così l’Europa: “È il sistema dei diritti, delle tutele, del dissenso e della libertà. Ma anche quello delle guerre”. Il vagabondo si chiama Luca Campigotto, veneziano (1962), fotografo, casa a Milano e per anni anche a New York. Dal oggi al 7 febbraio 2027, espone alle Gallerie d’Italia di Intesa San Paolo a Torino, primo italiano dopo tanti stranieri oltre 60 foto da un metro e mezzo per due. “Wandering Europe”, vagabondando (per l’) Europa è tra le più grandi e “forti” mostre di questo autore, tra i più noti del nostro paese. Laurea in storia a Ca’ Foscari, esposizioni nelle più importanti città europee (Biennale compresa) e degli Usa Campigotto è scrittore oltre che fotografo: una trentina di libri di fotografie, cominciando da “Venetia Obscura” ,1995.
APPROFONDIMENTI
Campigotto, si comincia con?
«Intesa San Paolo che decide di affidarmi un lavoro fotografico sull’Europa, lasciandomi libertà totale».
Raro e incredibile.
«Non avere limiti diventa un problema però. Così sono andato in giro nove mesi “a sentimento”, senza un vero progetto, cercando cose che incuriosivano, o mai viste. Circa 50 mila chilometri con la mia vecchia Toyota Rav, quasi sempre da solo, attratto subito dall’Est: Moldavia, Romania la Transnistria. Poi Jugoslavia, Bosnia, Kosovo, Macedonia, Bulgaria, Turchia, Georgia; e fino in fondo all’Armenia».
L’Europa di chi c’è e di chi vorrebbe esserci.
«Ho incrociato Europa geografica e politica. Ma, abituato ai paesi lontani, ero convinto che qui fosse tutto prevedibile. Sbagliavo».
Sorprese?
«Spesso non c’è molto di stimolante “visivamente” ad Est, a parte alcune aree in Turchia o le sterminate povere campagne georgiane, o le montagne e i monasteri dell’Armenia. Romania noiosissima e la Moldavia pare il Veneto. Sorpreso dalle coste del Portogallo e le Svalbard grandiose. Colpito dalla parte politica’ di altre aree: come Chisinu (Moldavia) piena di striscioni sulle case per la possibile entrata in Europa. In Georgia, nelle manifestazioni contro il governo filorusso, più poliziotti che manifestanti; mentre la barista diceva: noi siamo per l’Europa, tu non lo sai però sono in tanti a manifestare».
Un progetto così richiede lavoro e studio?
«Sì, ma ho usato l’Intelligenza Artificiale, facendo una serie di domande: in pochi secondi indicazioni importanti, ma anche da banale turismo. Il percorso però l’ho scelto io, guidando, se serviva, anche 12 ore al giorno e cercando la sera su booking dove dormire. Non mi informo molto del posto che visiterò perché mi piace la dimensione delle difficoltà del viaggio, dell’imprevisto, del cogliere al volo stupito. Cerco di tradurre in foto esperienze di vita. Studio semmai al ritorno».
L’Europa delle guerre…
«Viaggio istintivo. dall’ex Jugoslavia a Verdun, dai campi di battaglia di Gallipoli a Birkenau o Auschwitz. Che strazio vedere a Sarajevo il nuovo gigantesco centro commerciale, un’astronave, nato a fianco dei condomini perforati dai proiettili. Mi interessa quello che resta: e fa già venire la pelle d’oca. Si capisce l’orrore al museo di Srebrenica con i video amatoriali dei soldati serbi che ammazzano i bosniaci».
Testi assieme alle foto?
«Venti, brevi, con i miei sentimenti. Spiego anche che la prima parola che mi viene in mente quando parlo di Europa è “guerra”. In quei territori secoli e secoli di conflitti. Imperi, stati, regni tutti si sono invasi. Senti che in un periodo come questo che il compito degli europei è riuscire a evitare la guerra».
I confini di questa “sua” Europa.
«Impercettibili quando dalla Polonia vai in Germania, o tra Francia e Spagna. È entrare in un altro mondo invece passando da Turchia, dove c’è l’asfalto più bello degli svizzeri, alla Georgia dove, pochi metri dopo la dogana, ci sono strade con buche di mezzo metro: nemmeno in Nepal 40 anni fa era così. Ero l’unico a transitare però, a novembre, ad Aktas e i doganieri georgiani mi hanno trattenuto un’ora e mezzo facendomi ogni tipo di domanda: “hai droni?” vedendo la macchina fotografica col dorso digitale».
Tante foto e mille problemi da risolvere.
«Nella Transnistria, quando ho chiesto una Sim locale per il cellulare, mi hanno guardato stupiti: niente da fare, usano sistemi integrarti con internet che vuol dire un controllo continuo. Il roaming europeo non esiste. Ho usato la vecchia Sim moldava, ma verso l’Ucraina non prende: a questo paese manca la confidenza con l’Europa. Come in Serbia, dove vendono Sim ma complicatissime da avviare, con istruzioni solo in serbo».
La fatica più dura?
«Alle Svalbard (l’area più a nord del pianeta, norvegese ma non incorporata, meno di tremila abitanti, ndr) una settimana in motoslitta: terribile per uno che ha mal di collo. A fotografare due grandi miniere di carbone, una abbandonata e una tenuta in attività dai russi. Invece che in nave d’estate, ho scelto il viaggio d’inverno organizzato da un’agenzia russa. Vibrazioni mostruose per 500 chilometri verso un “niente ghiacciato”. Spettacolare perché dà l’idea di cosa sia stata l’esplorazione cento anni fa».
Nostalgie? Solitudini?
«Essere soli non significa sentirsi soli. A volte mi è dispiaciuto non poter condividere con qualcuno a cui vuoi bene quello che vedevo. Lo dico, citando Goethe che quando nel 1786, si fece portare in carrozza sul monte Baldo, lago di Garda, scrive: “Quanto vorrei i miei amici per un istante accanto a me, che potessero godere della vista che ho davanti».
Da qui non mi muovo.
«Nei due villaggi western nel deserto di Tabernas in Spagna, dei film di Sergio Leone. Un luogo dell’anima. Completamente finto, eppure più autentico di tanti luoghi reali che ho visto. Io sarei voluto vivere in un’altra vita, in un altro secolo aggregarmi a una spedizione del West e fare il fotografo; esplorare le sorgenti del Nilo. Mi piace l’imprevisto, non mangiare se si deve continuare il viaggio, arrangiarsi».
Ma niente è come…
«La Turchia. Controlli ad ogni chilometro: telecamere e pattuglie ovunque. Alla frontiera ho sbirciato il computer del doganiere con decine di foto della mia auto entrata e uscita in autostrada, riprese nei distributori. Il funzionario mi fa: mancano tre euro di autostrada, paga adesso? Certo. Impressionante».
Letture, memorie tornate a galla?
«Tantissime. Dalla Turchia vista da bambino, ai siti industriali, per i quali pensavo subito al mio maestro Basilico. Mi riappariva l’enciclopedia Rizzoli-Larousse, ancora nella casa dei miei, sulla quale ho studiato dalle elementari all’università. C’era il mondo nelle sue pagine».
Quante foto?
«Non lo so. Ne ho selezionate circa 300, le ho date a Walter Guadagnini e Roberto Koch. Siamo scesi a poco più di 60 in mostra (cinque dell’Italia ma niente Colosseo o Venezia – ndr), e 91 nel libro che esce per Allemandi. Mi sono un sorpreso quando sia io che i curatori abbiamo citato Braudel e il saggio sul Mediterraneo, fonte di ispirazione per tutti».