Rilanciata grazie a una prefazione di Simone de Beauvoir, dopo anni di solitudine, Violette Leduc fu apprezzata da grandi nomi della letteratura francese e visse un’esistenza costruita sull’impossibilità di amare ed essere amata. I suoi libri? Sinceri, implacabili, duri: non mente al lettore perché quando scrive non pensa al lettore…
Incontri che mutano un destino, indirizzano la storia, creano letteratura. Incontri di altri luoghi, dunque di altri tempi, vale a dire di generosità e coraggio. Perché ci vuole coraggio a essere generosi, ci vuole coraggio persino a essere coraggiosi. E Simone de Beauvoir è stata anche questo: generosa e coraggiosa. E lo è stata anzitutto nei riguardi di quel talento ai margini, solitario e difficile, della scrittrice francese Violette Leduc.
Bellezze nei deserti
È il grande rendez-vous tra queste due creature a decidere la sorte di tanta letteratura. La Bastarda (Neri Pozza), romanzo di Violette Leduc, vede la luce nel 1964, quando l’autrice ha cinquantasette anni. A precederla anni di oblio e solitudine. La prefazione al testo, un ricco saggio scritto da Simone, non introduce solo un libro, ma indaga generosamente, e a fondo, l’esistenza di una scrittrice che ha fatto della sua vita il magma incandescente del romanzo.
Io sono un deserto che monologa, mi ha scritto una volta Violette Leduc. Io nei deserti ho trovato innumerevoli bellezze. E chiunque parli a noi dal profondo della propria solitudine, ci parla di noi.
Volere l’impossibile
I suoi libri precedenti destano interesse presso critici e scrittori, ma non riscuotono alcun successo di pubblico. Il primo incontro tra le due scrittrici si consuma nel 1945 al Café de Flore, circostanza in cui Violette consegna il manoscritto L’asfissia, che uscirà un anno dopo. De Beauvoir la presenta agli editori, assistendola anche da un punto di vista economico; con l’aiuto di Sartre, le assicura un vitalizio per più di dieci anni. Leduc nutre un amore importante, ovvero un amore impossibile per la de Beauvoir, proprio a siglare quella promessa fatta a sé stessa fin dalla nascita: «Quando sono venuta al mondo, ho fatto giuramento di volere l’impossibile».
Simone abbraccia il talento di Violette, ma respinge quella passione, spesso ossessiva e tormentata, espressa ne L’Affamata (1949), uno scavo di tipo autobiografico a cui affida la passione per una donna imperscrutabile e distante.
Scrivere senza imbarazzi
La Bastarda rivela al mondo le capacità della Leduc: un libro rivoluzionario vergato da una scrittrice rivoluzionaria, una creatura che vive fuori dalla società, sedotta da sé stessa più che dal mondo circostante. È il suo universo interiore che si fa materico e si riversa copiosamente sulla pagina; è la scrittrice stessa la protagonista – eroina e antieroina – della sua narrazione. Sincera, implacabile, dura: un rapsodo che canta l’impossibile con le note evanescenti del possibile, tutto ammantato da un grande candore. Ed è risaputo: il candore sa essere molto scandaloso. Priva di qualsivoglia pruderie, poiché estranea all’ipocrisia, Violette scrive senza imbarazzi di sorta, non mente al lettore perché quando scrive non pensa al lettore. Pensa ai suoi amori impossibili, alla solitudine che la fascia, all’impaccio del suo grosso naso, alle strade che percorre di notte, alla sua mente cedevole e testarda.
L’incontro con Maurice Sachs
Prima di quello con Simone, occorre un altro incontro decisivo per il destino letterario e umano della Leduc; a spingerla verso la scrittura interviene un personaggio illustre quanto discusso della storia francese: lo scrittore gabbamondo Maurice Sachs, un ennesimo amore votato all’impossibilità: «Quella permanenza nel paradiso dell’amore impossibile non mi basta: sto diventando sempre più divorata dalla febbre. Privata di quel che hanno gli animali, mi rotolo nel sentimentalismo».
Sachs è omosessuale: «Mi dico spesso che è una sfortuna che lei non sia un ragazzo, le scrive Sachs in una lettera inedita, perché in tal caso l’avrei amata».
È Sachs a svelarle la vocazione alla scrittura. Stanco del connaturale malcontento della Leduc, lo scrittore le ordina di mettere su pagina la sua vita: «Racconti la sua infanzia al foglio di carta». Il legame tra i due attraversa anni difficili definiti da insicurezza economica, paura della guerra, fame e isolamento. Lo scrittore perde la vita in Germania, dove si era arruolato come lavoratore volontario per sfuggire ai creditori parigini. Raggiunto da un colpo di pistola alla nuca, muore nel 1945. Il Sabba, racconto autobiografico di Sachs, esce nel 1946. Violette l’aveva letto e apprezzato durante il periodo trascorso insieme in Normandia: «Lei è uno scrittore. Finora è come se non avesse scritto, ora ha scritto un vero libro. L’ho letto senza poter tirare il fiato. Mi creda: sarà un successo. È impossibile che il suo libro non piaccia. Come ero felice leggendolo, come sono felice…»
Lingua barocca come essenziale
La scrittrice muore otto anni dopo l’uscita della Bastarda. Scrittrice apprezzata da Genet, Camus, Cocteau, sfiorerà il Goncourt.
Violette Leduc, candida a tal punto da apparire scandalosa, con una lingua rapsodica quanto organica, barocca come essenziale, poetica e prosastica, vive nell’insondabile abisso di un’esistenza costruita sull’impossibilità di amare ed essere amata. La sua condizione di figlia illegittima, una Bastarda, appunto, mai riconosciuta dal padre, la scorterà come una sorta di colpa primordiale per tutta la sua vita. Violette vive l’amore come un sentimento realizzabile solo nell’impossibilità.
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