Mentre l’Italia reale fa i conti con una ricchezza nazionale complessiva da 11.300 miliardi — blindata per oltre il 60% nelle mani di una ristrettissima élite — il re della montagna emerso dalle ultime classifiche dei patrimoni è un fantasma dorato che ha scelto da tempo la fuga all’estero: prima il trasferimento in Svizzera, e oggi la residenza ufficiale a San Salvador. Lontano da tutto, irraggiungibile per il fisco e per i media italiani.

Il re invisibile contro i “Techno-King” da palcoscenico

C’è un paradosso affascinante, e per certi versi inquietante, se confrontiamo la figura di Giancarlo Devasini con i giganti del tech globale. Nel mondo della nuova finanza e della Silicon Valley siamo abituati agli Elon Musk o ai Peter Thiel: miliardari che usano i patrimoni colossali per cercare la ribalta permanente, comprare social network, dettare l’agenda politica, finanziare campagne elettorali e proporsi come i demiurghi di una nuova era geopolitica.

Devasini fa esattamente il contrario. Nessun manifesto politico, nessuna crociata social, nessuna ambizione da opinionista globale. Nei primi anni delle criptovalute e delle chat specializzate, tra gli addetti ai lavori e i pionieri della blockchain, circolava con uno pseudonimo che la dice lunga sulla sua natura: “Mago Merlino”. Una figura mitologica e sfuggente, l’alchimista che armeggia con la liquidità digitale dietro le quinte mentre gli altri combattono alla luce del sole. Oggi che Mago Merlino siede in cima alla classifica dei paperoni d’Italia ha scelto la stessa identica strategia: sparire dai radar, rifugiarsi a El Salvador e lasciare che a metterci la faccia siano altri.

Il socio della Juventus che non ci mette la faccia

Il paradosso del nuovo capitalismo globale è tutto qui. Devasini non sfila nei salotti buoni di Piazza Affari, non rilascia interviste fiume e non ha alcun interesse a spiegare al Paese come abbia scalato la vetta dei miliardari. Il suo impero si regge sulla galassia di Tether — il colosso delle criptovalute che muove volumi di denaro impressionanti e che, attraverso i suoi canali, è persino sbarcato nel mondo del calcio diventando socio della Juventus.

Eppure, a metterci la faccia, a fare da portavoce e a gestire la comunicazione pubblica dell’azienda non è lui, ma il Ceo Paolo Ardoino. Devasini resta rigorosamente dietro le quinte, confinato nell’ombra di un business digitale che viaggia sui server di tutto il mondo, totalmente slegato dalla terraferma e dalla produzione industriale che ha fatto la storia economica italiana.

Dal passato italiano alla fuga a El Salvador

Per decenni, nell’immaginario collettivo, il “paperone” italiano è stato legato a volti noti, dinastie tangibili e a una forte esposizione territoriale. Oggi le regole del gioco sono saltate. La traiettoria di Devasini racconta la mutazione genetica della ricchezza contemporanea: i capitali si accumulano a ritmi vertiginosi, ma i proprietari diventano apolidi digitali, immuni alle crisi locali e invisibili agli occhi dei cittadini.

Mentre l’Italia si divide le briciole e il ceto medio fa i conti con il carovita, in cima alla catena alimentare siede un uomo nato all’ombra della Mole ma ormai completamente alieno alle vicende italiane. Un miliardario fantasma che gestisce miliardi da Oltreoceano, lasciando che a parlare per lui siano solo i codici informatici, i conti in espansione e il vecchio mito di “Mago Merlino”.