di
Sara D’Ascenzo
Il giornalista sulle proteste per Gaza e l’«addio» degli attori Gal Gadot e Gerard Butler: «Gli slogan pro Pal sono un mantra. Genocidio? Rifiuto totalmente quel lessico»
«Artisti che chiedono di boicottare altri artisti? È raccapricciante, roba da leggi razziali del ‘38». David Parenzo, 49 anni, padovano, giornalista, scrittore e conduttore televisivo e radiofonico, abituato a destreggiarsi tra le polemiche più disparate, spesso oggetto di attacchi per il suo essere ebreo, è fermo nel condannare la richiesta di Venice 4 Palestine di escludere dalla Mostra del Cinema di Venezia due attori – Gal Gadot e Gerard Butler – rei di essere troppo filo-Netanyahu e di «qualunque artista e celebrità che sostenga pubblicamente e attivamente il genocidio».
Parenzo, che cosa ne pensa?
«Penso sia una cosa scellerata. Il mondo dell’arte e della cultura costruiscono ponti, non muri. Ricordo che il grande direttore d’orchestra Daniel Barenboim nel ‘99 è stato co-fondatore, insieme al pensatore palestinese Edward Said, della West-Eastern Divan Orchestra, composta da giovani musicisti israeliani, palestinesi e di altri Paesi arabi».
Che cosa pensa dei due artisti citati: Gadot e Butler?
«Ma sanno chi è Gal Gadot? È nipote di una vittima dell’Olocausto, ha contestato Netanyahu in campagna elettorale, ha solidarizzato con le famiglie degli ostaggi. Dovrebbe “piacere” a tante persone di buonsenso. E mi dispiace dover ripercorrere la biografia di questa attrice come per difenderla. E mentre glielo dico mi vergogno a farlo, perché vuol dire che siamo in un contesto che mi costringe a farlo. E invece…».
Invece?
«Siamo alla Mostra del Cinema, un posto che io amo e dove torno ogni anno, anche quest’anno il 30 sarò lì. Mi dispiace per il mondo della cultura».
Ma lei che cosa pensa delle richieste che Venice 4 Palestine ha fatto alla Biennale, al di là degli attori israeliani? Si chiedevano spazi di confronto sul conflitto, una presa di posizione netta di condanna della guerra.
«Gli slogan pro Pal sono ripetuti come un mantra ormai. Se quello che chiedono i manifestanti è il rifiuto di Hamas, allora lo chiedo anche io. Se quello che chiedono è avere due democrazie, allora lo sostengo. Ma ormai sembra che in ogni contesto pubblico se non gridi slogan pro Pal sei con Netanyahu, e io a questa logica voglio sottrarmi, come ha detto bene qualche tempo fa il presidente Buttafuoco (e anche mercoledì sera, ndr) non chiusure ma ponti, aperture».
Lei sarà alla Mostra, teme contestazioni per il suo pensiero e per il fatto di essere ebreo?
«Spero di no, ma sono purtroppo abituato alle contestazioni. Ma me lo aspetto e sono pronto e vaccinato. Io difendo il diritto di contestare, ma bandire artisti, ripeto, è roba da leggi razziali».
Anche a lei è toccato: un anno fa fu contestato all’Università La Sapienza di Roma in quanto ebreo.
«Io non ce l’avevo con i ragazzi che mi urlavano contro. Dissi loro: “Discutiamo”. Io non contesto il diritto di pensarla diversamente e di esprimerlo. Quei ragazzi avevano tutto il diritto a fischiarmi. Ma c’è il diritto di sostenere le proprie idee e io continuo a farlo tranquillamente. Non cambio perché mi fischiano».
Userebbe la parola «genocidio» per descrivere quanto sta accadendo a Gaza?
«Il genocidio è un’altra cosa. Oggi la parola genocidio viene usata come un’arma e come uno strumento contro gli ebrei in quanto tali. E il sottotesto è ancora peggio».
Quale?
«Quando pronunciano la parola “genocidio” sembrano dirci: “Avete tanto rotto per avere il vostro Stato dopo quello che vi hanno fatto con la Shoah e ora fate la stessa cosa anche voi. Rifiuto totalmente il lessico pro Pal».
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27 agosto 2025
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