di
Maria Vittoria Melchioni

Il documentario, diretto dalla sua allieva Camilla Ferranti, attraversa la vita della famosa ballerina, dall’Accademia della Scala al Bolshoi di Mosca, fino alla fondazione del Balletto Classico insieme a Marinel Stefanescu

«Non ho mai detto: mamma, voglio fare la ballerina». È uno dei paradossi più belli nella vita di Liliana Cosi, una delle più grandi étoile italiane, protagonista dei palcoscenici più prestigiosi del mondo senza aver mai immaginato, da bambina, di diventare una prima ballerina. «Ricordo quando mi regalarono un disco a 33 giri con la musica del Lago dei cigni. Mi emozionai fino alle lacrime, ma non pensai mai che un giorno lo avrei interpretato. Mi piaceva ballare, cercavo di fare quello che mi insegnavano i maestri. Durante le lezioni ripetevo anche gli esercizi del secondo gruppo, perché mi accorgevo che la seconda volta mi riuscivano meglio. E a me piaceva fare le cose bene». 

L’anteprima a Reggio Emilia

È la donna dietro il mito quella che emerge da “Antidiva – La vita e l’arte di Liliana Cosi”, il documentario diretto da Camilla Ferranti, prodotto da Piano B Produzioni, Andromeda Film e Blacklight Digital post, coprodotto con Rai Documentari, con il contributo del Ministero della Cultura – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, e con il sostegno e la collaborazione della Regione Emilia-Romagna attraverso la Film Commission, che sarà presentato in anteprima il 14 ottobre alle 21 al cinema Rosebud di Reggio Emilia, alla presenza della protagonista e della regista. Una versione cinematografica inedita di 82 minuti che attraversa una vita straordinaria, dall’Accademia della Scala al Bolshoi di Mosca, fino alla fondazione del Balletto Classico insieme a Marinel Stefanescu. «Una ballerina è una farfalla con le ali di titanio», dice nel film Oriella Dorella. Una definizione che sembra cucita addosso alla Cosi: leggerezza e disciplina, grazia e una volontà d’acciaio. Il documentario restituisce anche la dimensione familiare di quella vocazione nata quasi per caso. Ci sono i filmati girati dai genitori con una cinepresa Super 8, per la quale si facevano sistemare nella buca del suggeritore della Scala: volevano riprendere la figlia affinché anche i parenti che non potevano permettersi il teatro potessero vederla danzare. 



















































A raccontarla è una regista che prima di tutto è stata sua allieva. «Ho incontrato Liliana quando avevo una ventina d’anni. Ricordo ancora la prima selezione: mi presentai con un paio di jeans strappatissimi. Lei non mi guardava nemmeno in faccia, fissava i pantaloni. Poi mi chiese se mi sembrasse il modo di presentarmi davanti a lei. Rimasi di sasso», ride Camilla Ferranti. «Mi ha insegnato che la danza non è soltanto tecnica, ma rigore, disciplina, un modo di affrontare la vita. Con lei quello che prima era un interesse è diventato amore». Ma soprattutto Ferranti ha scoperto una donna libera: «Liliana ha sempre seguito la propria strada, senza lasciarsi condizionare dalle convenienze. Una personalità indomita, rivoluzionaria a modo suo. Questa libertà è stata la sua forza, ma probabilmente ha avuto anche un prezzo. Ho voluto restituirle il posto che merita nella storia della danza». 

La vita della celebre ballerina

Una storia che attraversa anche quella del Novecento. Nel 1963 la Cosi arriva al Bolshoi, in piena Guerra Fredda. Tra il 1968 e il 1977 si esibirà in Unione Sovietica 137 volte, attraversando ripetutamente la Cortina di Ferro. Ma non è la politica ad attirarla a Mosca: è la ricerca della perfezione artistica. «Mi colpì il livello altissimo di tutti, non soltanto dei primi ballerini. Il corpo di ballo, i solisti, perfino i personaggi secondari erano straordinari. Chi interpretava una danza spagnola, chi una danza ungherese: erano tutti bravissimi. E quella non era una bellezza dovuta a come mamma ti aveva fatto. Era una bellezza conquistata, attraverso la disciplina, la tecnica e l’interpretazione». Un concetto che Cosi difende ancora oggi, osservando una danza sempre più orientata al virtuosismo atletico: «Si vede la gamba che sale sempre più in alto, il collo del piede sempre più arcuato, ma il carisma e la personalità sono un’altra cosa. C’erano artisti che, appena entravano in scena, non riuscivi più a smettere di guardare. Non perché saltassero più degli altri, ma perché erano loro». Non è soltanto una critica alle nuove generazioni. «Le grandi personalità sono sempre state rare, in tutte le arti. Nella scuola russa ogni gesto aveva un significato. Una maestra mi diceva: una mano parla e l’altra risponde. La tecnica era al servizio dell’espressività, non il contrario». È anche questa visione ad averla unita a Marinel Stefanescu, il ballerino e coreografo rumeno con cui avrebbe costruito un lungo sodalizio artistico e fondato a Reggio Emilia il Balletto Classico. E proprio il rapporto con la città emiliana custodisce una vicenda poco conosciuta. «Avevamo cercato una sede a Roma e Milano, poi ci consigliarono l’Emilia-Romagna, una regione sensibile all’arte – racconta l’étoile – all’epoca l’Ater voleva creare un balletto regionale, dopo l’orchestra Toscanini, e sembrava intenzionata ad affidarlo a noi. Ci proposero di scegliere fra alcune città e optammo per Reggio Emilia, anche perché il teatro era in ristrutturazione e si potevano ricavare spazi per la danza». Il progetto, tuttavia, non andò in porto. «Alle prime riunioni gli assessori cominciarono a proporre spettacoli che non corrispondevano alla nostra idea. Noi volevamo partire da balletti popolari del repertorio classico per avvicinare il pubblico. Così lasciammo perdere. Non hanno capito quale occasione rappresentasse averci qui». Cosi non nasconde l’amarezza per il mancato sostegno istituzionale alla sua compagnia. «Siamo rimasti a Reggio Emilia, ma senza il sostegno che sarebbe stato necessario». 

Il titolo del documentario

E allarga il discorso alla crisi della danza italiana: «I nostri diplomati hanno trovato lavoro soprattutto all’estero. In Germania anche le città più piccole hanno compagnie stabili sostenute dalle istituzioni. Da noi si pretende che si viva soltanto con gli incassi dei biglietti. Ma non è possibile». Il titolo “Antidiva” non è un’invenzione cinematografica. A coniare quell’appellativo fu, molti anni fa, un giornalista del Corriere della Sera, Giorgio Della Valle: «Mi piacque subito», ricorda Liliana, «mi ha sempre infastidito il fanatismo. Ricordo che dopo uno spettacolo a Riga alcune persone mi aspettavano con un fiore e una sola parola: “Spasiba”, grazie. Quello mi piaceva. Non chi voleva toccarmi o avere un pezzo del mio cappotto. Io desideravo soltanto dare al pubblico qualcosa di bello che gli restasse dentro». E quando le si chiede che cosa le abbia tolto una vita interamente dedicata alla danza, la risposta arriva senza esitazioni: «Nulla! Mi ha dato tantissimo. Mi ha fatto conoscere persone, paesi, modi di vivere che non avrei mai immaginato». Eppure, da bambina, il tempo per giocare con i fratelli o con gli amichetti non c’era: «È vero, giocavo da sola perché non avevo tempo. Ho fatto la quarta e la quinta elementare praticamente alla Scala. Ma per noi bambini il teatro era un divertimento. Un divertimento che non mi ha mai abbandonata».


Vai a tutte le notizie di Bologna

9 ottobre 2026