di
Greta Privitera

Sunniti e sciiti si dividono dal VII secolo. Lo Yemen è il fronte dove questa guerra per procura brucia di più

Nell’anno 930 i Qarmati, una setta sciita radicale, entrano alla Mecca durante il pellegrinaggio, fanno strage di fedeli e si portano via la Pietra Nera. Undici secoli dopo, sulle colonne del quotidiano saudita Okaz, un editorialista rispolvera quel nome per gli Houthi. Faranno la stessa fine, scrive. Pochi giorni prima il Gran Mufti del regno, Saleh al-Fawzan, chiama la milizia yemenita un «gruppo del male» e dice ai soldati al fronte che stanno «difendendo i luoghi sacri dei musulmani», sulle orme dei Compagni del Profeta. 

Ci si aspetta che il Mufti parli di fede. Ma alla fede, qui, si intrecciano gli interessi di un’intera regione: il petrolio e il primato sul Golfo. Dietro, si intravede anche lo scontro che da quasi mezzo secolo si combatte per interposta milizia, quello tra Arabia Saudita e Iran, le due potenze che si contendono la guida dei due rami dell’Islam.



















































Sunniti e sciiti si dividono dal VII secolo, sulla successione al Profeta. Quella frattura ha già avuto i suoi imperi e le sue guerre, come quelle tra i Safavidi di Persia e gli Ottomani. Ma nel 1979 cambia tutto. La Rivoluzione di Khomeini porta i turbanti al potere sull’altra sponda del Golfo, e da quel momento ciascun ramo dell’Islam ha uno Stato che pretende di guidarlo. La monarchia saudita custodisce la Mecca e Medina e finanzia moschee in mezzo mondo. La teocrazia sciita si propone come avanguardia degli oppressi e promette di esportare la Rivoluzione. Nel 1987 la rivalità scorre già nel sangue e alla Mecca gli scontri tra pellegrini iraniani e forze di sicurezza saudite lasciano a terra più di quattrocento morti.

In Medio Oriente gli sciiti sono più di un terzo dei musulmani. È una minoranza robusta, che è maggioranza in Iran, Iraq e Bahrein, e che Teheran negli anni trasforma in una rete di alleati armati. Hezbollah in Libano, Assad in Siria finché regge, le milizie in Iraq. E gli Houthi in Yemen, vicini all’Iran, ma il più autonomo dei suoi alleati. Riad risponde con il denaro, con le alleanze e, quando serve, con i carri armati. Per decenni le due capitali si combattono senza mai affrontarsi direttamente.

Lo Yemen è il fronte dove questa guerra per procura brucia di più. Il Paese è un mosaico. Una maggioranza sunnita e, al Nord, un terzo abbondante della popolazione di fede zaydita, una corrente dell’Islam sciita. Da lì, nel 2004, nasce la ribellione degli Houthi contro il governo centrale. Nel 2014 la milizia prende Sana’a. Il presidente Hadi scappa verso sud, ad Aden, e trova rifugio a Riad. Nel marzo 2015 l’Arabia Saudita scende in guerra. Guida una coalizione di Paesi arabi sunniti, dagli Emirati all’Egitto, per rimettere al potere il governo riconosciuto e impedire che sul suo confine meridionale nasca un avamposto iraniano. Teheran resta nell’ombra, ma arma i ribelli con missili e droni. Seguono anni di bombardamenti, ma anche di colera e di fame. Secondo l’Onu, alla fine del 2021 i morti sono già 377 mila.

Poi, per un momento, tutto si congela. Nel 2022 arriva la tregua in Yemen. Ma la guerra di Gaza e quella di Stati Uniti e Israele contro l’Iran cancellano la pausa. Quest’anno, per colpire le basi americane e il petrolio del Golfo, i missili iraniani cadono anche sull’Arabia Saudita. E gli Houthi, rotta la tregua, si prendono Mocha e l’isola di Perim, all’imbocco di Bab el-Mandeb, arrivando a colpire con un missile il Terminal 3 dell’aeroporto di Riad.

Oggi la guerra si combatte su due piani. Il primo è quello yemenita. Gli Houthi governano Sana’a, si considerano il vero governo del Paese – riconosciuto di fatto solo dagli ayatollah iraniani – e rivendicano ogni colpo come una risposta ai raid sauditi su ospedali, porti e mercati dello Yemen. Dicono: se da noi cadono gli aeroporti, cadono anche i vostri. Riad punta  
a riprendere Sana’a. Il secondo piano è quello regionale. Una vittoria saudita toglierebbe alla Repubblica islamica l’alleato che tiene sotto tiro il Mar Rosso e il fianco meridionale del regno. Una sconfitta, al contrario, rafforzerebbe la rete di milizie di Teheran. Per ora, osserva l’analista israeliano Danny Citrinowicz, a guadagnarci è proprio l’Iran: una guerra lunga tiene alto il prezzo del petrolio e svuota le casse saudite. Questo allontana gli investitori da bin Salman che sogna di far diventare il Paese una potenza economica globale. 

Non un dettaglio. Ad agosto l’Arabia Saudita firma il patto della Mecca con la Turchia e con il Pakistan, l’unico Paese musulmano con la bomba atomica. L’accordo è che un attacco a uno è un attacco a tutti. Dall’altra parte rimane l’Iran di Mojtaba Khamenei e dei pasdaran, con un regime più militare e più intransigente di prima, con gli Houthi e le milizie irachene. 

La teologia, però, spiega solo una parte della storia. Gli Houthi sono zayditi, uno sciismo diverso da quello degli ayatollah. Riad ha puntato a lungo su un presidente zaydita, Ali Abdullah Saleh. E l’Iran ha milioni di cittadini sunniti e per anni ha armato Hamas. Sotto le bandiere della fede si muovono interessi molto terreni: il controllo del Golfo e dei suoi Stretti – da Hormuz a Bab el-Mandeb – da cui passa il petrolio del mondo, e il primato sulla regione. Ma anche la sopravvivenza di due regimi. 

11 ottobre 2026