La vittoria a Sanremo ha dato nuovo slancio alla carriera di Sal Da Vinci, protagonista di una lunga tournée che martedì e mercoledì farà scalo al Teatro Colosseo per celebrare anche con il pubblico torinese 50 anni di successi.
Sal, lei ha inciso il suo primo disco nel 1976, a 7 anni: che effetto le fa guardare indietro e contare mezzo secolo nel mondo dello spettacolo?
«La sensazione di avere costruito una carriera passo dopo passo attraverso esperienze diverse, incontri, momenti difficili e grandi soddisfazioni. Ho sempre cercato di far bene quello che avevo di fronte, di imparare e di crescere. E sento ancora una gran voglia di fare».
Aver vissuto esperienze importanti anche in teatro e al cinema la aiuta a stare in scena?
«Tantissimo, perché teatro e cinema ti insegnano a osservare e ascoltare le persone, a capire le emozioni anche quando non vengono espresse con le parole. Il teatro, in particolare, ti mette di fronte al pubblico senza filtri: ogni serata è diversa e devi essere pronto a vivere quel che succede sul momento. Il cinema, invece, ti insegna un altro tipo di misura, fatta anche di silenzi e di dettagli. Entrambi mi hanno permesso di affrontare il palco con una consapevolezza diversa, anche se so che non posso dare nulla per scontato: ogni volta devo meritarmi l’attenzione di chi è venuto ad ascoltarmi».
Si sente sottovalutato da chi la bolla come “neomelodico”?
«Credo che a volte si giudichi un artista attraverso un’etichetta, senza conoscere davvero il suo percorso. Io ho sempre fatto musica popolare nel senso più bello del termine: musica che nasce dalle persone, parla dei sentimenti e arriva alla gente. La parola neomelodico significa nuova melodia; se viene intesa come passione, intensità, capacità di raccontare l’amore e le emozioni non ho problemi ad accoglierla. Se invece la si usa per collocare un tipo di musica in una categoria inferiore ad altre, non condivido. Non c’è musica di serie A una di serie B».
Tra l’altro, anche a voler applicare quest’ultima divisione, lei non si è fatto mancare nulla neppure in serie A…
«Ho avuto la fortuna di incontrare maestri come Roberto De Simone, di lavorare con artisti del calibro di Alberto Sordi e Peppe Barra e di condividere esperienza con altri grandi autori e musicisti. Sono mondi diversi dal mio, ma non li ho mai sentiti in contraddizione tra loro. La cultura non è qualcosa di distante dalla gente. È anche la nostra lingua, la nostra tradizione, il teatro, le canzoni che attraversano le generazioni. Io mi sento parte di tutto questo e sono orgoglioso della mia storia».
Com’è cambiata la sua carriera con la vittoria all’Ariston?
«Mi ha dato una visibilità che non avevo mai raggiunto prima e ha permesso a tante persone di tutte le età di scoprire il mio percorso precedente. Ma il successo non è arrivato da solo, è frutto di 50 anni di lavoro e di persone che mi hanno sostenuto».
Sente Torino vicina alla sua Napoli?
«Il legame è forte grazie a tante persone che hanno portato sotto la Mole la nostra cultura e le nostre tradizioni. Ogni volta che vengo qui e incontro qualcuno che viene dalla mia città si crea una complicità immediata: basta una parola, un accento, una canzone per sentirsi vicini».