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Stefania Ulivi

Protagonista (e produttore) di «Se ami qualcuno dillo», esordio alla regia di Marco Bonini. A Alice nella città, in sala dal 16 ottobre. E in maggio l’attore sarà al Palaeur

Protagonista e produttore di Se ami qualcuno dillo. E molto di più. Per Edoardo Leo l’opera prima di Marco Bonini, in anteprima a Alice nella Città, in sala dal 16 ottobre con Vision, ha un valore speciale. È la storia di un cinquantenne traditore seriale e anaffettivo, che finisce in coma e al risveglio deve imparare tutto da capo. Soprattutto a restituire affetto a chi gli sta accanto nella rieducazione: la compagna (Claudia Gerini) che ha tradito, l’ex moglie (Giovanna Mezzogiorno) e il figlio (Biagio Venditti) che ha sempre trattato con durezza.

«Conosco Marco da quanto avevamo 9 anni, amici di cortile: abitavamo in due palazzi vicini, c’ero quando suo padre andò in coma, dopo quattro infarti. E dopo, durante tutto il recupero. Marco lo ha raccontato nel suo libro (uscito per Longanesi, ndr) e quando ha deciso di farne un film gli ho detto: ti aiuto in tutti i modi. A una condizione: non farò mai la parte di tuo padre, il papà del mio miglior amico, sono troppo coinvolto».

Come l’ha convinta, allora?

«Abbiamo contattato altri attori ma lui ha insistito: voleva fossi io. Mi sono arreso e ho fatto un lungo viaggio nella loro storia e nella mia memoria. Il personaggio del film sembra strambo, pensi sia invenzione scenica, invece era così: ha dovuto imparare tutto da capo. In alcuni momenti era realmente tragicomico, faceva morire dal ridere».

Lei è anche regista e sceneggiatore, ma non ha partecipato alla scrittura, perché?

«Proprio perché conosco troppo bene la vicenda, abbiamo pensato servisse uno sguardo esterno. Come quello di Francesco Bruni che firma il film con Marco Bonini».

«L’oppressione patriarcale è una catena che imprigiona l’emotività maschile che il film vuole in qualche modo spezzare», dice il regista.

«Quell’incidente così drammatico è stato l’inizio di una rivoluzione per Marco. Un evento che avrebbe potuto distruggere le loro vite, diventa un’occasione di rinascita e liberazione. Il film prova a dire che non serve un dolore così forte per liberarsi dai legami con una educazione arcaica. Il femminismo ha liberato le donne, ha proposto un nuovo modello di donna. I maschi non hanno avuto nulla di simile. Stiamo ancora combattendo con un racconto del maschile per cui quando un uomo mostra la propria fragilità si dice che quella è la sua parte femminile».

La politica discetta della lunghezza delle gonne.

«Vengono derubricate come gaffe ma non lo sono. È il pensiero tuttora dominante dell’italiano medio. Per questo servono film come questo: al di là della vicenda biografica è importante ci sia un racconto di redenzione di un maschio, di rieducazione affettiva e culturale».

È una storia di padri, lei ama citare i suoi maestri artistici.

«Siamo un paese che ha la memoria corta, i nostri eroi anche in campo artistico vanno celebrati. Per me lo è stato Gigi Proietti, gli ho voluto dedicare un documentario. Ma anche alcuni con cui ho lavorato una volta sola, come Nino Manfredi, o Ettore Scola, è stata una fortuna per me incontrarli. In comune oltre al talento, avevano una qualità preziosa e sottostimata, la gentilezza e il rispetto per gli altri. Il papà di Marco prima della malattia non era una persona gentile, tra le tante cose assurde che gli ha portato la malattia è stato che è diventato una persona gentile».

«A giorni iniziamo le riprese di Follemente 2 di Paolo Genovese. Poi ci sono due cose alle quali tengo molto: il 7 maggio 2027 porto il mio spettacolo Ti racconto una storia al Palaeur a Roma, una grande festa finale per il decennale. È una follia per ringraziare i romani per l’affetto che mi hanno regalato negli anni. E poi sto scrivendo il nuovo film che inizierò a girare l’anno prossimo».

13 ottobre 2026