A tradirlo sarebbe stato un riflesso. Una luce blu comparsa più volte sulle lenti degli occhiali. Dettaglio che ha attirato l’attenzione durante un intervento di poco più di cinque minuti tenuto da Jason O’Connell, esponente di Reform Uk al Parlamento gallese, il Senedd. Il deputato ha illustrato una serie di dati e riferimenti statistici senza consultare – almeno apparentemente – appunti. Ed ecco che le lucine e la disinvoltura nel parlare hanno alimentato il sospetto che potesse aver usato un dispositivo con un sistema di visualizzazione integrato negli occhiali.
Il discorso era dedicato alla campagna per abolire il limite di velocità di 20 miglia orarie e conteneva numerose cifre. A far discutere sono stati soprattutto i riflessi intermittenti sulle lenti, compatibili con la possibile presenza di una tecnologia in grado di proiettare informazioni direttamente nel campo visivo di chi la indossa. Tuttavia, questa, sarebbe solo un’ipotesi. Infatti, non è stato accertato che O’Connell abbia utilizzato effettivamente un dispositivo di questo tipo durante il suo intervento. Nonostante ciò, alcuni membri del Parlamento gallese hanno chiesto indicazioni più chiare sull’impiego degli occhiali intelligenti nelle sedi istituzionali. E non solo loro: la questione è arrivata anche alla Camera dei Comuni britannica. I Liberal Democratici hanno scritto al presidente Lindsay Hoyle chiedendo un intervento per disciplinare l’uso di questi dispositivi all’interno del complesso parlamentare.
Cosa sono gli occhiali smart
Sotto l’etichetta di occhiali smart convivono prodotti molto diversi (qui la nostra guida sul tema). La famiglia più diffusa è quella degli occhiali con fotocamera, microfoni e altoparlanti, ma senza schermo. Si usano per scattare foto e girare video in soggettiva, ascoltare musica, telefonare e interrogare un assistente vocale basato sull’intelligenza artificiale. Esiste anche una variante più essenziale, solo audio, che rinuncia all’obiettivo.
Il caso gallese riguarda un’altra categoria, quella degli occhiali con display. Qui una porzione della lente diventa uno schermo trasparente, sul quale compaiono testi, notifiche, indicazioni stradali, sottotitoli e, appunto, il testo di un discorso. A metà strada si collocano gli occhiali per il video. Proiettano davanti agli occhi lo schermo virtuale di uno smartphone, di un computer o di una console, con immagini ampie e definite. Restano però collegati via cavo e nascono per guardare contenuti, non per l’uso in pubblico.
Come funziona lo schermo nella lente
Il principio è quello dell’head-up display, lo stesso che in auto proietta la velocità sul parabrezza. Nella stanghetta o nel frontale della montatura trova posto un microproiettore, sempre più spesso basato su pannelli microLED. Si tratta di matrici di LED microscopici, ciascuno dei quali emette luce propria, con consumi contenuti e una luminosità sufficiente per leggere anche all’aperto.
La luce entra nella lente, che contiene una guida d’onda: uno strato sottilissimo all’interno del quale i raggi rimbalzano come in una fibra ottica. Un reticolo inciso sulla superficie li devia poi verso la pupilla. L’occhio percepisce un’immagine che sembra galleggiare a qualche metro di distanza, sovrapposta al mondo reale, mentre la lente resta trasparente.
Proprio un limite di questa tecnologia aiuta a capire cosa abbia attirato l’attenzione in aula. Una parte della luce sfugge dal lato opposto della lente. Sotto certe angolazioni, chi sta di fronte può così notare riflessi colorati o bagliori intermittenti. I produttori lavorano da anni per ridurre questa dispersione, che resta però difficile da eliminare del tutto.
Gli occhiali per il video adottano una soluzione diversa, detta birdbath. Un piccolo pannello micro-OLED proietta l’immagine su uno specchio semitrasparente posto davanti all’occhio. Lo schermo virtuale risulta più ampio e brillante, al prezzo di lenti più scure e di una montatura più vistosa. Conta anche il numero di display. I modelli monoculari mostrano le informazioni in una sola lente. È il caso dei Meta Ray-Ban Display, arrivati in Italia il 13 ottobre a 899 euro con il bracciale di controllo incluso (che abbiamo recentemente provato). I modelli binoculari distribuiscono l’immagine su entrambi gli occhi, con una lettura più naturale ma una costruzione più complessa. Molti modelli usano display monocromatici, spesso verdi, perché a parità di consumi garantiscono più luminosità e autonomia dei pannelli a colori.
Come si comandano e come funziona il gobbo
Senza touchscreen, l’interazione passa da altri canali. Il più immediato è la voce, con un assistente che si attiva pronunciando una parola chiave. Quasi tutti i modelli hanno anche una superficie sensibile al tocco sulla stanghetta. Alcuni produttori hanno scelto accessori dedicati. C’è l’anello smart, che consente di scorrere i contenuti con il pollice. Meta ha invece scelto un bracciale che legge i segnali elettrici dei muscoli del polso e trasforma piccoli movimenti delle dita in comandi.
La funzione gobbo, che i produttori chiamano teleprompter, sfrutta questi strumenti. Il testo viene caricato dall’app sullo smartphone e compare nella lente poche righe alla volta. Lo scorrimento può essere manuale, con un tocco o con l’anello. Può anche essere automatico: i microfoni ascoltano chi parla, il software riconosce le parole pronunciate e fa avanzare il testo al ritmo del discorso.
Lo sguardo resta rivolto al pubblico e da fuori gli occhiali sembrano una normale montatura da vista. C’è però un dettaglio che può tradire chi li usa: gli occhi seguono le righe e si muovono in modo innaturale. È uno degli elementi che alcuni colleghi di O’Connell hanno notato in aula.
Il nodo della privacy
Le preoccupazioni sollevate al Senedd vanno oltre il gobbo. Diverse parlamentari hanno segnalato il rischio che gli occhiali con fotocamera vengano usati per filmare senza che le persone inquadrate se ne accorgano. I modelli in commercio segnalano la registrazione con un piccolo LED sul frontale, una protezione che però non tutti notano. Una parte del mercato si muove così nella direzione opposta. Diversi occhiali con display rinunciano alla fotocamera, e Meta ha appena lanciato in Italia i Ray-Ban Meta Audio, privi di obiettivo, a 349 euro.
Le alternative sul mercato
Rokid GT Max. Combinano un display microLED binoculare monocromatico con una fotocamera da 12 megapixel, quattro microfoni e altoparlanti open-ear, il tutto in 49 grammi. Oltre al gobbo, alimentato dall’app sullo smartphone, offrono sottotitoli e traduzione in tempo reale, navigazione, trascrizione e riassunto delle riunioni. L’assistente vocale si appoggia a modelli linguistici di aziende diverse. Sono il compromesso più completo per chi vuole il display senza rinunciare alla fotocamera.
XREAL One Pro. Occhiali per il video che proiettano uno schermo virtuale di grandi dimensioni, collegandosi via USB-C a smartphone, computer e console portatili. I pannelli micro-OLED di Sony offrono un campo visivo di 57 gradi, il chip X1 ancora l’immagine nello spazio e l’audio porta la firma Bose. Pensati per chi viaggia.
Ray-Ban Meta Gen 2. Non hanno display, ma sono il riferimento della categoria e, secondo Meta, la linea di occhiali smart più venduta. La fotocamera da 12 megapixel registra video in 3K. L’autonomia arriva fino a otto ore di utilizzo misto, il doppio della prima generazione, e la custodia aggiunge altre 48 ore. Meta AI risponde alle domande, descrive ciò che inquadra la fotocamera e traduce le conversazioni. Il listino parte da 419 euro. Con la terza generazione a 449 euro, più sottile e con sei microfoni, la Gen 2 resta l’alternativa più accessibile.
Ray Neo GT Max. Occhiali per il video con pannelli micro-OLED e un campo visivo di 59 gradi, che simulano uno schermo fino a 307 pollici. Con il Pocket TV Pro supportano Dolby Vision, una prima per la categoria. Un chip dedicato tiene l’immagine ferma nello spazio e l’audio è firmato Bang & Olufsen.
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15 ottobre 2026 ( modifica il 15 ottobre 2026 | 14:31)
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