di
Sara Gandolfi
Reportage da Rio de Janeiro, tra i quartieri proletari e le favelas dove si guarda a destra e e le case dei «radical chic» di Copacabana. Mentre nella chiesa evangelica di Michelle Bolsonaro si vota «per la famiglia»
DALLA NOSTRA INVIATA
RIO DE JANEIRO – Sulla rua Tirol, nel bairro di Jacarepagúa, Marcela Simões e Hélcio Júnior si abbracciano. Lei ha in mano un centinaio di volantini con la faccia di Flávio Bolsonaro, lui il volto di Lula ce l’ha addirittura stampato sulla pelle delle braccia. Sorridono mentre alle loro spalle le rispettive truppe si confrontano sventolando bandiere: «È la democrazia», assicurano. Cinque minuti dopo scoppia il parapiglia, e deve intervenire la polizia per separare i due fronti che sono venuti alle mani. A pochi giorni dal ballottaggio che deciderà il futuro presidente, in Brasile l’atmosfera si è fatta incandescente. E Rio è diventata il cuore e il simbolo dello scontro politico
Qui sabato si terranno le manifestazioni di chiusura dei due candidati, e dove si è registrato un paradosso: uno studio che ha comparato i risultati del primo turno elettorale con i dati sul reddito mostra che Flávio Bolsonaro, candidato di destra, ha ottenuto una proporzione maggiore di voti nei quartieri a basso reddito, mentre Luiz Inácio Lula da Silva, leader del Partito dei lavoratori, ha avuto risultati migliori nei quartieri a reddito più elevato. Complessivamente, Bolsonaro jr è risultato il candidato più votato in 85 quartieri, mentre Lula ha prevalso in 65.
Rio de Janeiro
A Rio de Janeiro, culla del bolsonarismo, lo scontro fra le due anime estreme del Brasile è evidente, e non lascia presagire un futuro di pace. Quasi sette milioni di abitanti, tredici se si considera l’intera area metropolitana. Al primo turno qui ha vinto Flávio, 47,88% contro 43,91% di Lula.
È in quartieri come Jacarepagúa, area popolare e in grande espansione nella zona ovest della città, che il leader storico della sinistra si sta giocando il futuro, suo e del suo Partito dei lavoratori. Qui convivono palazzoni della classe media e umili case del proletariato, non molto distante dalla famigerata favela Cidade de Deus, e qui il candidato di destra ha fatto il pieno di voti, staccando Lula in alcune sezioni elettorali di oltre venti punti percentuali.
«Da lui mi aspetto migliori prestazioni sociali, sostegno alle imprese che creano posti di lavoro, dignità per le famiglie, la fine dell’ideologia di genere», assicura Marcela, commercialista di 31 anni, che coordina i «fan» locali di Bolsonaro jr. «E soprattutto mi aspetto sicurezza, perché se le cose continuano così, questo posto si trasformerà in una favela controllata dalla criminalità. Ci sono milizie e narcotrafficanti, non ci sentiamo più sicuri a camminare per strada. Dove abito io, a Gardênia Azul, la polizia nemmeno può entrare».
Alle sue spalle Marimar Guilherme, con la bandiera verdeoro della destra: l’hanno portata fin qui in auto dalla favela Cidade de Deus, le danno 80 reales al giorno per sventolarla in faccia ai «rossi» e assicura, forse su commissione, «anche io voterò Flávio, se Lula avesse governato bene non ci sarebbe ancora così tanta miseria in giro».
Il «Comando Vermelho» e gli altri gruppi paramilitari illegali
Il famigerato Comando Vermelho e i gruppi paramilitari illegali, composti in gran parte da ex poliziotti e militari, nati negli anni ’90 con il pretesto di combattere i narcos, si contendono il controllo del territorio e delle attività criminose in ampie aree della città.
Secondo gli ultimi dati, le milizie dominano sul 57-58% della città, e Flávio Bolsonaro che assieme al padre Jair in passato le ha pubblicamente difese, oggi prende voti promettendo di combattere la loro violenza. A Jacarepagúa per colpa del «pizzo» il costo della vita è più alto dei bairros ricchi: il prezzo di un hot dog qui è 19 reais, a Leblon e Ipanema 15. Laggiù sulla costa, tra le belle case che si affacciano sull’oceano, ribattezzate la «ztl rossa di Rio», Lula è ancora il favorito.

Rio è una città fratturata, con 763 favelas pronte a voltare le spalle al leader storico della sinistra. L’ennesimo paradosso di queste elezioni: i candidati del Partito dei lavoratori di Lula sono gli unici che possono addentrarsi nei meandri di questi agglomerati di povere case, più o meno grandi, dominate dal narcotraffico ma, al momento dello scrutinio, anche qui spesso è la destra a vincere. Un flusso inaspettato di voti che al primo turno ha consentito il «sorpasso» di Bolsonaro su Lula, smentendo tutte le previsioni.
Le voci da Rocinha, la favela più grande del Brasile
La barista più simpatica di Rio vive nel cuore profondo di Rocinha, la favela più grande del Brasile, diventata negli ultimi anni anche l’attrazione più visitata dai turisti, «perfino più del Corcovado», assicura con orgoglio la guida locale, secondo cui «meno dello 0,5 per cento» dei suoi 200.000 abitanti, città dentro la città, lavora per il Comando Vermelho, «la maggioranza sono lavoratori onesti, che faticano dalla mattina alla sera».
Eppure, appena si esce dal circuito turistico, battuto da tedeschi e americani con gli occhi sgranati che pagano una 40-50 euro per due ore di adrenalina, ad ogni angolo spuntano uomini armati di mitra e sacchetti di droga. «Marijuana e coca, niente crack ed eroina perché qui al mattino si lavora», ribadisce la guida.
Teresina, nel suo piccolo bar sulla Rua 1, le armi non le fa entrare. «Loro lo sanno e mi rispettano», dice, felice di parlare italiano. Ha 81 anni e ha vissuto oltre un decennio a Nettuno, «ma appena potevo andavo a Milano, che bella!», e da sempre vota Lula, «perché ha aiutato la mia famiglia, che eravamo poveri e senza nulla, lassù a Recife», nel nord-est rosso e un tempo miserabile del Brasile.
Non la pensa così Cicero José, nella foto sopra, proprietario della churrascaria «Sabor na brasa», sulla trafficatissima Estrada da Gávea, che attraversa Rocinha: «Io sono di destra perché difendo la famiglia tradizionale. Lula si vende come il padre dei poveri ma è una bugia. Invece, Jair è una leggenda, tutti i politici che si sono candidati sotto la sua bandiera sono stati eletti. Altro che golpista. E poi io grazie a lui durante la pandemia, mentre il resto del mondo si fermava, stavo molto meglio economicamente di adesso». Peccato che il prezzo siano stati oltre 700.000 morti in Brasile, quasi 80.000 a Rio.
I volontari italiani: «Qui nella favela chi assaggia un po’ di capitalismo poi ne vuole sempre di più»
Ludovico Cavallari ed Elia Gallo, universitari milanesi di 25 anni, a Rocinha come volontari dell’associazione «Il Sorriso dei Miei Bambini e Amici della Vita», attiva a Rocinha dal 2022, ammettono: «All’inizio è stata dura imparare le regole della favela». Prima fra tutti: non guardare le ragazze più belle, perché sono quasi sempre le «ragazze dei capi». Ludovico, studente di Geopolitica e criminalità organizzata alla Statale, dà la sua spiegazione del perché molti anche qui votano Bolsonaro: «Le società meno sviluppate, quando assaggiano un po’ di capitalismo, ne vogliono sempre di più».
Ludovico Cavallari ed Elia Gallo, universitari milanesi di 25 anni, a Rocinha come volontari dell’associazione «Il Sorriso dei Miei Bambini e Amici della Vita», attiva a Rocinha dal 2022, ammettono: «All’inizio è stata dura imparare le regole della favela». Prima fra tutti: non guardare le ragazze più belle, perché sono quasi sempre le «ragazze dei capi». Ludovico, studente di Geopolitica e criminalità organizzata alla Statale, dà la sua spiegazione del perché molti anche qui votano Bolsonaro: «Le società meno sviluppate, quando assaggiano un po’ di capitalismo, ne vogliono sempre di più». Ma anche quando fanno un po’ di soldi, gli abitanti della favela alla fine non ne escono: «Per loro Rocinha è una zona di sofferenza ma anche di comfort e di sicurezza, quando ne escono si sentono in difetto, osservati e giudicati», dice Elia, studente di Economia in Cattolica. «La loro vita è circoscritta qui. Aspettano che il cambiamento arrivi da fuori, magari dalla politica, da qualcuno che gli promette una vita migliore». L’associazione cerca di evitare che i più giovani finiscano per lavorare con il Comando Vermelho. «Il rischio è elevato soprattutto fra i bambini, qui già dai 12 anni entrano in queste organizzazioni».
Gli evangelici
E poi, a Rio, come nel resto del Brasile, ci sono gli evangelici. Circa 47,4 milioni di fedeli, pari al 26,9% della popolazione totale secondo l’ultimo Censimento IBGE. In grandissima maggioranza elettori della destra.
Michelle Bolsonaro, moglie dell’ex presidente Jair e matrigna di Flávio, ha frequentato a lungo la Igreja Batista Atitude, nel quartiere alto-borghese di Barra de Tijuca, dove viveva.
Siamo passati proprio nel giorno della grande Festa del battesimo, con migliaia di neo-seguaci, perlopiù adulti, pronti ad essere immersi, uno dopo l’altro, in una catena continua, nell’acqua di tre piccole «piscine sante», tra le urla e i pianti della comunità. Il pastore Anderson Ezequiel, 52 anni, ne esce grondante e felice. Guida una rete di circa 2.900 persone, in continua crescita, «oggi ne ho battezzate 50, prevediamo di raggiungere circa mille battesimi nella nostra rete entro la fine dell’anno». E a loro darà indicazioni per il voto? «Siamo tutti figli di Dio. Non credo che questa polarizzazione fratturerà la società brasiliana. Ma il mio pensiero oggi è a favore dei valori che la Bibbia stabilisce come standard di fede… dare valore alla famiglia… Non posso permettere che a un bambino che si sta già formando nell’utero venga tolta la vita».
22 ottobre 2026 ( modifica il 22 ottobre 2026 | 08:30)
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