Arriva al cinema il 22 ottobre il film di Walter Veltroni L’assurda storia della Gialappa’s Band, che documenta 40 anni di carriera del leggendario trio con tantissimi divertenti e commoventi contributi. La recensione di Daniela Catelli.

Per il suo nuovo documentario, L’assurda storia della Gialappa’s Band, Walter Veltroni ha scelto di farci ridere e a volte anche commuovere, omaggiando il trio di autori, talent scout e feroci battutisti più intelligente mai visto (da intendersi alla lettera, fino a poco tempo fa) . Con le voci di Giorgio Gherarducci, Marco Santin e Carlo Taranto che commentavano gli svarioni linguistici e calcistici degli eroi degli stadi e dei loro allenatori, per poi presentarci il peggiore ed esilarante trash delle tv private e lanciare una serie impressionante di grandi attori comici con personaggi indimenticabili, siamo tutti cresciuti e invecchiati. Sono loro, dopo i più anziani della banda Arbore, i nostri eroi del cazzeggio, che ci hanno fatto ridere a crepapelle senza mai guardare in faccia a nessuno, sparando bordate indimenticabili su chiunque e coinvolgendo spesso nei loro programmi gli stessi calciatori e atleti che facevano a gara per esserci e mettersi in gioco, senza tema del ridicolo (un po’ peggio l’hanno presa alcuni allenatori e giornalisti, e nel film si spiega anche perché).

Non era semplice, dopo il volumone “Mai dire noi” che li raccontava, sempre con la prefazione del fan della prim’ora Walter Veltroni, fare un film che in meno di due ore mettesse insieme i loro ricordi e le testimonianze dei tantissimi e oggi super famosi personaggi che con loro hanno mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo, e per di più ricomponesse per l’occasione il trio, riuscendo a coinvolgere perfino il super irriducibile pensionato signor Carlo, in una narrazione parallela degli anni che abbiamo vissuto nel nostro paese e conciliando il tutto con la poesia del paragone con un circo pieno di folli clown (compaiono anche Totò e Charlie Chaplin, per l’autore quasi numi tutelari di questi loro discendenti). Onore dunque al merito anche dei montatori, perché possiamo solo immaginare la fatica e il dispiacere di dover tagliare tanti pezzi significativi che messi insieme avrebbero potuto dar vita a una serie tv. E bene ha fatto l’autore a non puntare sull’eccessiva celebrazione di quello che non è certo il commento a una carriera terminata, ma che lascia la porta aperta su un futuro che potrebbe riservarci ulteriori sorprese, oltre al Gialappa Show.

Non prendersi troppo sul serio è sempre una formula vincente, ma riuscire a farlo con intelligenza, correndo consapevolmente dei rischi e restando fedeli a se stessi e alle proprie convinzioni, non è da tutti. Come non lo è regalare momenti di leggerezza e di divertimento (che non significa disimpegno) quando si vive in tempi difficili. E Giorgio, Marco e Carlo hanno saputo farlo per quasi quattro decenni, entrando nelle nostre case come amici fin da quando commentavano Takeshi’s Castle, sottotitolavano i discorsi incomprensibili di certi sportivi e dissacravano col loro umorismo tranchant ma mai becero quello per cui nessuna persona intelligente si sarebbe offesa, anche e soprattutto se ne era oggetto (lo stesso Veltroni ne sa qualcosa), A parlare del trio, nel documentario ci sono tutti o quasi, com’erano e come sono adesso, col Mago Forest a fare da fil rouge poetico e collante di gran parte di questi anni, direttore ideale del circo di cui sopra.

Ascoltiamo così Claudio Bisio e Luciana Littizzetto, le storiche presentatrici Simona Ventura, Ellen Hidding e Alessia Marcuzzi, Fabio De Luigi, Paolo Hendel, Francesco Paolantoni, Gioele Dix, Aldo Giovanni e Giacomo, Antonio Albanese e molti altri, incluso Teo Teocoli, inatteso e commovente nel racconto di quello che successe e del contribuito inestimabile da lui dato nel trasformare il chiacchiericcio di tre ragazzotti incontratisi per caso e finiti a Radio Popolare a commentare il calcio, nello show che tutti amiamo e conosciamo e che dette il via ai vari “Mai dire”. Quello che forse non ci si aspettava, nel film, sono proprio questi momenti toccanti, inclusi alcuni che toccano la vita dei protagonisti e di cui non eravamo a conoscenza. I “Gialappi”, come qualcuno li chiama, sono andati avanti sempre, anche quando la vita li avrebbe fatti fermare e almeno in due continuano a guardare avanti, in direzione – come si diceva un tempo – ostinata e contraria, finché si divertiranno a farlo. L’effetto nostalgia per chi è loro coetaneo è assicurato, ma la loro storia, assurda o meno che la si consideri, è anche una lezione di televisione intelligente, umanità e umorismo, in un’epoca in cui manca parecchio di tutto questo.